Questa voce tratta la diffusione a livello mondiale del COVID-19, il cui primo caso è stato individuato il 17 novembre 2019 a Wuhan, nella provincia cinese dell'Hubei. Il 12 gennaio 2020 l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato che un nuovo coronavirus era la causa dell'infezione polmonare che aveva colpito diversi abitanti della sopracitata città. Tale caso era stato portato all'attenzione dell'OMS il 31 dicembre 2019.

Al 30 aprile 2023 il numero di casi della pandemia di COVID-19 confermati in tutto il mondo era , con il coinvolgimento di 231 tra Stati sovrani e territori, incluse 2 navi da crociera. Del totale dei casi riscontrati, erano ancora attivi, avevano portato alla morte del paziente, mentre i guariti ammontavano a (oltre il 99% dei casi chiusi).

Il 5 maggio 2023, l'Organizzazione mondiale della sanità dichiara ufficialmente la fine della pandemia.

Al 10 Aprile 2024, l'ultima raccolta dati di Worldometer censisce 704,753,890 casi di COVID-19 nel mondo, di cui 7,010,681 con esito mortale .

Tabella riassuntiva

La pandemia nei continenti Africa

I primi contagi nel continente africano si sono registrati nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, essendo essi quelli che hanno un maggior numero di contatto con i paesi europei, tra cui l'Italia, in cui la COVID-19 si è diffuso poco dopo la sua comparsa in Cina. Così, il primo caso è stato registrato nel continente il 14 febbraio, in Egitto, portato da una persona non africana mentre nell'Africa subsahariana il primo contagio è stato confermato il 28 febbraio, in Nigeria, e anche in questo caso non si trattava di una persona africana o comunque residente in Africa, bensì di un italiano partito dall'Italia e atterrato all'aeroporto internazionale di Lagos il 25 febbraio. Dopo questi primi casi, il virus si è via via sparso in tutti gli Stati del continente africano, e, stando a quanto riportando dal quotidiano The New York Times, la maggior parte dei casi risultati positivi all'inizio della pandemia nei vari paesi era costituita da persone arrivate o rientrate dall'Europa e dagli Stati Uniti d'America piuttosto che dalla Cina.

Verso la metà e la fine di marzo sono stati registrati i primi casi nell'Africa più interna, dove comunque i contagi si sono mantenuti bassi almeno fino alla metà di aprile, sia perché si tratta di nazioni in cui le infrastrutture stradali non sono molte e quindi la trasmissione del virus è anche ostacolata da motivi logistici, sia perché molte nazioni, consce di quanto stava accadendo attorno a loro avevano messo in atto misure preventive ancora prima che il primo caso di COVID-19 fosse registrato nei loro confini. A metà aprile, con più di casi confermati e di morti nel continente, gli unici due paesi non toccati dalla pandemia risultavano essere il Lesotho e le Comore, mentre i più colpiti erano, come detto, gli stati che affacciano sul Mediterraneo, primo fra tutti l'Egitto, e il Sudafrica.

La maggior parte degli addetti sanitari ha dichiarato molta preoccupazione per una possibile diffusione della COVID-19 in Africa, poiché i sistemi sanitari di molti paesi del continente sarebbero del tutto inadeguati a rispondere a una simile pandemia, dato che già in condizioni non di emergenza soffrono di carenza di equipaggiamenti (per fare un esempio, in Sudan del Sud sono disponibili solo 4 ventilatori polmonari per una popolazione di 11 milioni di abitanti), di mancanza di fondi, di personale sanitario non sufficientemente addestrato e di strumenti inadatti a tracciare la diffusione del virus (ad esempio a São Tomé e Príncipe mancano laboratori di analisi e i tamponi usati vanno mandati in Gabon perché possano essere analizzati). Quello che si teme è che, se non tenuta sotto controllo sin da subito e dai pochi primi casi, l'epidemia potrebbe dilagare in Africa, causando danni economici, politici e naturalmente sanitari, incalcolabili. Anche per questo l'OMS ha aiutato diversi paesi africani ad approntare laboratori dove realizzare test per la COVID-19.

Antartide L'Antartide è stato a lungo l'unico continente a non essere stato raggiunto dalla pandemia di COVID-19. La British Antarctic Survey ha adottato misure precauzionali: le persone che giungono alle stazioni di ricerca in Antartide devono sottoporsi all'isolamento e allo screening per COVID-19. Le basi in Antartide al momento contengono solo squadre di personale al minimo indispensabile per il funzionamento, i visitatori sono stati limitati e la ricerca scientifica ha subito una forte riduzione. Tuttavia nel dicembre 2020 per la prima volta sono stati rilevati casi di contagio nel continente australe, in particolare nella base generale Bernardo O'Higgins, stazione di ricerca cilena.

Asia

Il 12 gennaio 2020, l'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha confermato che un nuovo coronavirus era la causa di una nuova infezione polmonare che aveva colpito diversi abitanti della città di Wuhan, nella provincia cinese dell'Hubei, il cui caso era stato portato all'attenzione dell'OMS il 31 dicembre 2019.

In seguito il governo cinese ha rivelato che il primo paziente confermato ha mostrato i primi sintomi il 1º dicembre 2019, anche se in seguito il South China Morning Post ha riferito che il primo paziente potrebbe essere un uomo di 55 anni dalla provincia dello Hubei che ha mostrato i primi sintomi già dal 17 novembre. Da Wuhan poi, complice anche l'imminente Capodanno cinese, il virus si è diffuso nell'intera provincia dell'Hubei e poi in quelle limitrofe, tanto che, all'inizio del 2020 la Cina aveva già rilevato 266 casi.

Il primo caso in un paese asiatico al di fuori della Cina è stato confermato nel sud-est asiatico, in Thailandia, il 13 gennaio 2020, quando il governo del paese ha annunciato il suo primo caso sul suo territorio di COVID-19: una donna cinese di 66 anni residente a Wuhan e arrivata in Thailandia l'8 gennaio all'aeroporto di Bangkok-Suvarnabhumi, dove le era stata misurata la temperatura. Il primo caso nel subcontinente indiano e in tutta l'Asia meridionale è invece stato riscontrato in Nepal, il 24 gennaio: uno studente nepalese che studiava all'Università di Wuhan e che era tornato in patria pochi giorni prima.

Se i contagi nell'Asia orientale sono stati diffusi quasi sempre da cittadini cinesi, è il caso ad esempio anche del primo caso giapponese, la diffusione in Medio Oriente è stata dovuta sia a nazioni europee, è il caso della Giordania, il cui primo contagio era un cittadino giordano da poco rientrato dall'Italia, sia, soprattutto, all'Iran, dove la COVID-19 è stato confermata già il 19 febbraio e che, a metà aprile, risultava il Paese con più casi confermati (oltre ) della regione assieme alla Turchia. Dall'Iran, infatti, il contagio si è sparso in Armenia, in Azerbaigian, in Georgia e in molti altri Paesi asiatici.

Il 7 aprile la Cina ha dichiarato che per la prima volta non era stato registrato nessun nuovo caso e, alla mezzanotte dello stesso giorno, il governo ha tolto Wuhan dal regime di isolamento che durava dal 23 gennaio. Nel corso del mese anche le curve dei contagi di paesi come la Corea del Sud e Singapore si sono appiattite, ma, stando a quanto affermato Takeshi Kasai, direttore regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità per il Pacifico occidentale, l'epidemia poteva comunque dirsi tutt'altro che finita dato che ancora a metà aprile continuavano a comparire nuovi focolai nella regione. Molte sono infatti le realtà asiatiche che mettono in agitazione la comunità internazionale. Da un lato ci sono infatti paesi come l'India, che ha una popolazione di oltre un miliardo e 400 milioni di persone, dove, pur essendoci una relativa stabilità politica, oltre un quarto della popolazione vive in condizioni di miseria assoluta e la maggior parte delle infrastrutture è ritenuta inadeguata ad affrontare una simile catastrofe sanitaria. Dall'altro ci sono invece realtà come la Siria e lo Yemen, prive di qualunque tipo di stabilità. In entrambe le nazioni infuriano guerre civili, in Siria dal 2011 e in Yemen dal 2015, guerre che hanno portato a carestie, a epidemie, come quella di colera che imperversa in Yemen dal 2016, e alla quasi totale distruzione di tutte le infrastrutture sanitarie. Secondo l'opinione di esperti sanitari e politici, la diffusione in questi paesi dell'epidemia si tradurrebbe in una immane catastrofe.

A metà aprile, con più di casi confermati e di morti nel continente, le uniche nazioni asiatiche dove non era stato confermato alcun caso di COVID-19 erano Corea del Nord, Tagikistan e Turkmenistan, anche se molti dubbi sono stati sollevati in merito alla comunicazione dei casi da parte di questi Stati.

Europa

Casi iniziali in Europa sono stati segnalati in Francia, Germania e altri paesi con un numero relativamente basso di casi.

Il 23 gennaio, due turisti cinesi a Roma si sono rivelati positivi al virus. I due erano arrivati a Milano tramite l'aeroporto di Milano-Malpensa e si erano recati a Roma con un autobus turistico.

Il 31 gennaio è stato registrato il primo caso in Spagna: un turista tedesco in villeggiatura a La Gomera, nelle Canarie.Il 9 febbraio il secondo caso è stato riportato in un uomo britannico in visita a Palma di Maiorca.

Il 21 febbraio è stato segnalato un importante focolaio in Italia. Il governo italiano ha risposto, tra l'altro, con misure di quarantena per le oltre persone residenti negli undici comuni del Nord Italia più colpiti.

In Spagna, il 24 febbraio un medico italiano dalla Lombardia, in vacanza a Tenerife, è risultato positivo all'Hospital Universitario Nuestra Señora de Candelaria. Il 25 febbraio quattro nuovi casi relativi al focolaio italiano sono stati confermati in Spagna. La moglie del medico lombardo, che era in vacanza a Tenerife, è risultata anch'essa positiva. Anche un'altra donna italiana di 36 anni residente in Spagna, la quale ha soggiornato a Bergamo e Milano dal 12 al 22 febbraio, è risultata positiva a Barcellona. Un uomo spagnolo di Vila-real, che di recente era stato a Milano, è risultato positivo ed è stato ricoverato all'Ospedale Universitario De La Plana. Un uomo di 24 anni, recentemente tornato dal Nord Italia, è risultato positivo ed è stato ricoverato all'Ospedale Carlos III di Madrid. Il 26 febbraio anche altri due turisti italiani, che erano in vacanza insieme al medico italiano e sua moglie, sono risultati positivi. Il gruppo è stato trasferito all'Hospital Universitario Nuestra Señora de Candelaria e sottoposto a quarantena. A Barcellona, un uomo di 22 anni, di ritorno da una visita in Italia di pochi giorni prima, è risultato positivo. Viene riportato anche un secondo caso a Madrid. A Siviglia si conferma il primo caso in Andalusia e il 12° nel paese, un uomo di 62 anni.

In Italia, al 26 febbraio, ci sono stati 455 casi confermati di coronavirus e 12 decessi, che ha il secondo numero più alto di infezioni per paese nel mondo, dopo la Cina. Da allora l'epidemia si è velocemente diffusa e al 1º marzo, erano i casi confermati (tra cui 34 casi mortali) in Italia, la maggior parte in Lombardia. Al 5 marzo i dati parlano di 3858 contagiati, di cui 148 morti e 440 guariti.

Nel continente, al 6 marzo nuovi casi vennero registrati in Andorra, Austria, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Città del Vaticano, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Principato di Monaco, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Russia, San Marino, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Ucraina, Ungheria. La maggior parte era legata all'Italia, dove le autorità hanno lottato per contenere un focolaio che ha infettato almeno 400 persone, la maggior parte delle quali nel nord vicino a Milano.