I Pepoli sono una famiglia gentilizia bolognese ancora esistente, che governò la città nella prima metà del Trecento. I Pepoli furono sostenitori della causa guelfa nella città di Bologna, capeggiando la fazione degli "scacchesi".

Un ramo della famiglia, i Sigerio o Sieri, chiamati solo a partire dalla fine del XVI secolo Sieri Pepoli o Sieripepoli, si spostò in Sicilia e precisamente a Trapani, possedette numerosi feudi ed ebbe il titolo di baroniDott. Antonino Mango di Casalgerardo, "NOBILIARIO DI SICILIA. Notizie e stemmi relativi alle famiglie nobili siciliane" (Palermo, A. Reber, 1912 - 2 volumi).

Storia Le origini La presenza della famiglia a Bologna pare essere documentata a partire dall'ultimo decennio dell'XI secolo, anche se attestazioni certe si hanno da atti notarili del XIII secolo. Tali documenti, quali il testamento di Zerra di Romeo Pepoli redatto da Rolandino de' Passaggeri l'8 ottobre 1251, dimostrano già in quell'epoca la presenza della famiglia nella zona di via Castiglione.I Pepoli a Bologna e in Europa , Archivio di Stato di Bologna Sin dalle origini i Pepoli avevano esercitato l'arte del cambio (ovvero cambiatori e prestatori di denaro), diventando fra i più ricchi banchieri del tempo. Per questo avevano assunto come stemma la scacchiera utilizzata allora per conteggiare il rapporto fra monete diverse. Dopo anni di attività finanziaria privata, la famiglia assunse un rilievo di primo piano nella scena politica cittadina per iniziativa di Romeo Pepoli.

Romeo Pepoli

Romeo nacque intorno al 1250. Suo padre Zerra prestava denari agli studenti dello Studio (l'Università), il cui numero però diminuì progressivamente a partire dalla seconda metà del Duecento. L'interesse di Romeo si spostò pertanto ai prestiti al consumo, al finanziamento delle comunità del contado e agli investimenti immobiliari.

La famiglia acquisì terreni nelle zone di San Giovanni in Persiceto, Sant'Agata Bolognese e Castel San Pietro. Nel 1276 Romeo acquistò una casa in via Castiglione, che sarà il primo nucleo della residenza familiare, composta da un conglomerato residenziale che serviva come difesa, ma dava anche prestigio sociale. I prestiti concessi alle comunità del contado servivano agli abitanti per pagare le collette imposte dal Comune di Bologna, cifre che non venivano quasi mai restituite e che consentivano ai Pepoli di entrare in possesso di terre ed immobili a soluzione del debito. In quegli anni in particolare difficoltà erano le popolazioni del contado nelle zone nord, a causa della guerra contro Azzo VIII d'Este. A Bologna, invece, il vantaggio era di tipo politico: con i prestiti Romeo si creava alleanze. Fece prestiti ai Guastavillani ed agli Zovenzoni i quali, essendo cambiavalute, necessitavano di liquidità. Romeo era però un uomo estremamente spregiudicato: fu accusato di usura e truffò il Comune dichiarando un reddito molto inferiore al vero, guadagnandosi molti nemici.

Politicamente la sua azione fu graduale e molto circospetta. Non si mise mai in mostra e cercò piuttosto alleanze con matrimoni. Nel 1280 sposò Azzolina Tettalasini, di famiglia guelfa, ma la sorella Giovanna sposò Giacomo Caccianemici, di famiglia ghibellina, onde creare un equilibrio.

Nel periodo antecedente il 1296, anno di inizio della guerra tra gli Estensi e Bologna, il ruolo di Romeo fu defilato, concentrato a consolidare il patrimonio, piuttosto che il potere. In questa guerra Bologna si trovò a mal partito a causa della lentezza decisionale dei suoi organi di potere comunale, mentre Ferrara, avendo il potere accentrato in un'unica persona, era avvantaggiata. Bologna fu costretta allora a darsi organi di potere più agili, come le balìe, ma questo indebolì l'autorità degli anziani, dei consoli e dei difensori dell'avere, che erano preposti al controllo delle finanze comunali. La guerra finì senza vinti né vincitori, ma con grandi cambiamenti interni a Bologna. Il nuovo corso esprimeva l'aumentata potenza di alcune famiglie come i Guastavillani e anche la creazione di una nuova magistratura, il difensore delle venti società delle arti, espressione della componente guelfa della città. Romeo aderì inizialmente ai guelfi moderati, ma con un atteggiamento attendista.

Nel 1306, assieme a Bornio Samaritani, capeggiò una sollevazione di piazza contro il governo dei guelfi moderati; il tumulto fallì e lui venne imprigionato, ma fu liberato dopo tre giorni, poiché la città aveva troppo bisogno dei suoi finanziamenti. Il ritorno sulla scena di Romeo segnò la cacciata da Bologna dei Lambertazzi e venne reintrodotto il barisello al posto della nuova magistratura delle venti società. Il barisello era un magistrato che poteva provenire soltanto dalla società dei beccai, che era la roccaforte del guelfismo più radicale e che si era assunta il compito di perseguitare i Lambertazzi.

Romeo partecipò alle balìe degli anni 1310-12 ed arrivò ad influenzare anche la magistratura degli anziani e dei consoli, che vennero eletti in sua presenza con la concessione di un potere straordinario ad personam. Questa accresciuta potenza politica di Romeo era nata dalla necessità del Comune di chiedere il suo aiuto economico in vista di un possibile attacco di Enrico VII. Romeo in quegli anni creò una milizia di 400 fanti in funzione anti-ghibellina, legati alla famiglia Pepoli e, nel 1315, appoggiò la creazione di una nuova magistratura, il Consiglio della parte guelfa. Questo nuovo organismo accresceva l'influenza di Romeo nei processi decisionali della vita pubblica, mentre esautorava il consiglio del popolo.

Questo suo allontanamento progressivo dal ceto popolare gli procurò, già dal 1306, dei nemici. La cosa si enfatizzò nel 1316, quando Romeo, in occasione di un tumulto popolare contro la nobile famiglia dei Garisendi, prese le difese di questi contro il popolo che ne voleva distruggere le case. La difesa dei Garisendi gli costò un breve esilio, ma ritornò in trionfo proponendosi come signore di fatto.

In politica estera appoggiava gli Estensi, che nel 1308 avevano perso la signoria di Ferrara. Sovvenzionò gli esuli ed in cambio ottenne di far sposare la figlia Giacoma ad Obizzo III d'Este.

Il comune di Bologna continuava a chiedere il suo appoggio economico ed il prezzo fu il concedergli nel 1317 il privilegio di designare i candidati alla carica di anziani e consoli, ministrali delle arti e barisello. Nel 1319 anche l'elezione del podestà passò sotto il suo controllo.

Nonostante ogni potere sembrasse ormai nelle sue mani, già nel 1321 si cominciarono a vedere i segni della sua fine, quando alcune sentenze che lui voleva manovrare a favore di suoi protetti risultarono avverse. Nel 1321 fece eleggere podestà un suo seguace, il fiorentino Albicello Buondelmonti. L'eccessiva severità di costui suscitò una furiosa reazione e i Pepoli dovettero fuggire da Bologna il 17 luglio 1321. Molti dei loro beni vennero confiscati dal comune ed affittati a dei privati.

Dalla famiglia al clan Nel Medio Evo vivere isolati era inconcepibile. Ci si riuniva in corporazioni di mestiere o in confraternite religiose. Una famiglia importante come i Pepoli era al centro di un reticolo di parentele e di legami clientelari che servivano a consolidarne la potenza. Strumento principale dell'espansione familiare era il matrimonio. Tra le famiglie legate ai Pepoli per matrimonio vi erano i Samaritani, famiglia non altrettanto ricca, ma già addentro alla vita politica, infatti Bornio aveva una brillante carriera diplomatica al servizio del Comune. Un'altra famiglia alleata dei Pepoli era quella dei Conoscenti. Pure i Gozzadini furono inizialmente alleati dei Pepoli.

Dopo la cacciata i Pepoli si erano rifugiati a Ferrara, per poi spostarsi in Romagna alla ricerca di un contatto con i ghibellini esiliati. Nel 1322 i Pepoli tentarono di rientrare a Bologna, ma il tentativo fallì e il legato pontificio Bertrando del Poggetto inviò Romeo alla corte papale di Avignone. Nel 1325 fu fatto un altro tentativo da parte dei figli di Romeo, insieme a Testa Gozzadini, per rientrare in città. La battaglia si svolse intorno al castello di Monteveglio che i Galluzzi ed i Pepoli avevano fatto ribellare contro il comune di Bologna, passando dalla parte ghibellina. La lotta sfociò nella battaglia di Zappolino. Gli esuli furono aiutati nella lotta dal signore di Modena, Passerino Bonacolsi, avversario da sempre di Bologna. Comunque, anche questo tentativo fallì.

Il rientro dei Pepoli avvenne il 22 marzo del 1328: pochi giorni prima il legato pontificio aveva emanato un editto con cui si concedeva il rientro a coloro che erano stati esiliati nel 1321 e nel 1306. Fra gli altri, anche i Gozzadini godettero di questa opportunità. Bertrando, con questo gesto, intendeva pacificare la cittadinanza e guadagnare l'appoggio degli esuli, senza però inimicarsi la fazione maltraversa. Taddeo, figlio di Romeo, ebbe un rapporto ambivalente con il legato, col quale anche collaborò, infatti nel 1328 figura tra i maggiorenti bolognesi che accompagnano il legato in una missione in Romagna. Venne pure inviato ambasciatore a Firenze per scongiurare il pericolo della discesa del Bavaro.

Nonostante questi sforzi di Bertrando per ingraziarsi l'oligarchia cittadina, i rapporti erano destinati a sfociare nella ribellione. Ci fu una serie di congiure, tutte fallite, ma che misero in luce i personaggi avversi al legato. Nel 1329 ci fu una rivolta capeggiata dai Maltraversi: i congiurati erano capeggiati da Ettore da Panico, che aveva accanto il signore di Faenza, Alberghettino Manfredi, che viveva in esilio a Bologna, e Filippo Asinelli. I congiurati avrebbero cercato di consegnare la città a Ludovico il Bavaro ma la rivolta era troppo eterogenea nei partecipanti, grandi e popolari e fallì. Quando la rivolta venne scoperta, Bertrando, vedendo che le persone coinvolte erano tante e tanto potenti, ebbe paura di una sollevazione generale e chiese aiuto militare a Firenze. Fece giustiziare, fra gli altri, Manfredi: Ettore da Panico fuggì e l'Asinelli venne esiliato.

La fortuna del legato era che le due fazioni, scacchese e maltraversa, non riuscivano a superare i loro dissidi per unirsi contro di lui, ma intanto anche gli scacchesi avevano preparato un complotto per ridurre la potenza del legato al solo campo religioso. Lo stesso Taddeo era coinvolto. Alcuni dei congiurati furono condannati a morte, altri esiliati, ma non si osò procedere contro Taddeo per il timore che ispirava la potenza dei suoi alleati e dopo breve detenzione venne liberato. Il malcontento a Bologna era grande, soprattutto per l'asprezza fiscale. La città voleva tornare all'autogoverno. Alcuni mesi dopo l'ultima congiura, Bertrando fece arrestare Taddeo, Bornio Samaritani, Andalò dè Grifoni e Brandelisio Gozzadini e li fece rinchiudere nel castello di Galliera. Si illudeva di pacificare la città, invece provocò una rivolta e fu costretto a liberarli.

Nel 1333 Bertrando intraprese una campagna militare contro gli Este. L'8 marzo Argenta cadde nelle mani degli Este. La guerra era costata enormi risorse, la città era esausta e scoppiò la rivolta capeggiata da Brandelisio Gozzadini. Il legato fu costretto a rifugiarsi nel castello di Galliera. I Bolognesi non volevano uccidere Bertrando, ma solo costringerlo a lasciare la città. I fiorentini mandarono aiuti militari per scortare il legato sano e salvo fuori da Bologna. Questi, giunto a Firenze, proseguì per Avignone.

Taddeo aveva svolto un ruolo importante in questi frangenti come ambasciatore dei rivoltosi. La sua influenza non era più solo economica, ma anche politica. Il ruolo avuto a fianco del legato gli era servito come scuola.

La fine del regime comunale