Leccidio di Schio fu il massacro compiuto nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945 (due mesi dopo la fine della guerra in Europa) a Schio, nei pressi di Vicenza, da un gruppo formato da molti ex partigiani della brigata "Ramina-Bedin" e da alcuni della brigata "Ismene", entrambe della Divisione garibaldina "Ateo Garemi", inquadrati quali agenti della Polizia ausiliaria partigiana, istituita alla fine della guerra e composta da ex partigiani.
Il contesto La città di Schio aveva pagato cara l'opposizione al fascismo da parte di molti suoi abitanti durante la seconda guerra mondiale e nell'ambito della Resistenza vicentina. In quella zona, gli occupanti nazisti e i loro alleati fedeli a Mussolini repressero l'antifascismo in modo particolarmente feroce. Inoltre, la zona divenne un punto di raccolta di truppe tedesche verso la fine del conflitto, provocando fortissime tensioni con la popolazione ed innumerevoli violenze.
Domenica 29 aprile 1945, a mezzogiorno in punto, ebbe inizio un attacco delle formazioni partigiane che portò - dopo quattro ore di intensi scontri nei quali persero la vita 15 partigiani e 3 civili - alla liberazione di Schio. Tre militari fascisti ed altri due civili furono passati per le armi e i loro cadaveri abbandonati in Valletta dei Frati a Schio. Si trattava di Salvatore Grosso detto "Bulgaro" o "Tartaro" (militare fucilato in piazzetta Garibaldi da un partigiano che era stato da lui torturato e poi trasportato cadavere alla Valletta) e di due membri della Brigata nera sospettati di avere preso parte ai rastrellamenti condotti nel Tretto nei giorni tra la fine del 1944 e l'inizio del 1945, culminati con l'uccisione dei partigiani Ferruccio Bravo "Tigre", Disma Dall'Alba "Febo" e Giuseppe Reghellin "Tokio". I due brigatisti erano Giovanni Rizzello, di 46 anni, ed Ennio Rizzello, 19 anni, probabilmente figlio di Giovanni.
Nella stessa Valletta dei Frati vennero uccisi sommariamente dai partigiani anche Sebastiano Celesti (46 anni, pensionato della Ferrovie ed invalido di guerra), ed Antonio Fin, interprete, di 24 anni.
Il giorno dopo (30 aprile 1945) fu riesumata, obbligando prigionieri fascisti a scavare a mani nudeLuca Valente, Giornale di Vicenza, 20/09/2004., la salma di Giacomo Bogotto, sepolta nel giardino della caserma, davanti agli occhi di una popolazione sconvolta ed inferocita. Si trattava del partigiano scledense arrestato il 14 aprile 1945 dalle Brigate Nere e di cui si era persa traccia. Il corpo aveva subito torture, gli erano state strappate le unghie dalle mani e cavati entrambi gli occhi, presentava inoltre diverse flagellazioni all'addome. La testimonianza del partigiano Valentino Bortoloso "Teppa"Bortoloso Valentino fu il capo partigiano che il successivo 7 luglio 1945 perpetrò l'eccidio insieme con i suoi sottoposti., che presiedette all'esumazione, afferma che il cadavere era sepolto sotto un masso (secondo altra versione una lastra di pietra) di circa 20-30 chilogrammi, il che generò il sospetto che fosse stato sepolto ancora vivo. La successiva autopsia confermò però che il decesso di Giacomo Bogotto non avvenne per asfissiav. Cronistorico della Guerra di Liberazione nel Vicentino 4° volume edito da Centro Studi Storici “Giovanni Anapoli e Francesco Urbani Pat”., ma rimase da dare una spiegazione a quel masso posato sul fianco del cadavere. La popolazione di Schio sfilò davanti ai resti, mentre il partigiano "Teppa", di guardia allo stesso, assicurava tutti che i responsabili sarebbero stati giustiziati.
Il 1º maggio venne nominata una Commissione d'epurazione composta dai rappresentanti dei partiti politici che avevano aderito al CLN (PCI, PSI, DC, PdA) per esaminare la posizione di 350 detenuti, in affiancamento alla Procura della Corte d'Assise Straordinaria vicentina. Il 9 giugno venne costituita una Polizia ausiliaria partigiana composta da 120 uomini, in gran parte ex partigiani della brigata garibaldina "Martiri delle Val Leogra" divisione "A. Garemi".
A maggio arrivarono le notizie della strage di Pedescala: tra la fine di aprile e i primi di maggio a Pedescala, Forni e Settecà furono complessivamente trucidate 82 persone da reparti tedeschi e collaborazionisti dell'Est in ritirata, come rappresaglia di un attacco effettuato dai partigiani mentre i tedeschi cercavano di raggiungere il Trentino. Tra le vittime si contarono 79 civili, due militari fascisti ed un partigiano. Il 3 maggio diciotto prigionieri, prelevati dalle carceri di Schio dai partigiani, dopo essere stati condotti ad Arsiero, furono fatti proseguire a piedi verso Pedescala per essere giustiziati. L'intervento di un ufficiale inglese bloccò la marcia e convinse i partigiani a riportare ad Arsiero i prigionieri, ma la notte stessa cinque di loro furono di nuovo portati a Pedescala. Uno di loro, Giulio Antonio Giurietto (tra i fondatori del Fascio di combattimento scledense), riuscì a fuggire; gli altri furono consegnati alle donne del paese che, stando a quanto si narra, li uccisero brutalmente. I quattro erano Antonio Mioli (dirigente bancario cinquantaseienne, brigatista in forza al presidio scledense, che aveva preso parte al rastrellamento del Grappa nel 1944), Domenico Marchioro (diciassettennenato il 30/06/1927 a Schio secondo alcuni posto a vice comandante del presidio scledense delle Brigate Nere, accusato di essere stato l'autore materiale della fucilazione di Giuseppe Reghellin "Tokio" e delle sevizie a Giacomo Bogotto "Ala", nonché coinvolto nello scontro a fuoco di San Vito di Leguzzano della notte tra il 2 e il 3 giugno 1944 in cui morì il partigiano Lino Zordan)Lino Zordan con altri tre compagni partigiani, ebbero uno scontro a fuoco con un'unità fascista. Nei giorni precedenti i quattro giovani partigiani si erano recarti al Luna Park di Schio, malcelando le pistole. Oltre allo Zordan, nello scontro restarono fortuitamente uccisi due civili. Due fascisti feriti furono ricoverati all'ospedale, dove il successivo 7 giugno furono trucidati a sangue freddo dai partigiani., Anselmo Canedi (quarantenne operaio IMI, squadrista appartenente al presidio scledense della Brigata Nera) e Riccardo Roso (studente ventiquattrenne, milite della Polizia Ausiliaria Repubblicana).
Già intorno al 10 maggio vi furono le prime scarcerazioni, che provocarono sentite proteste da parte dei partigiani, che accusarono i membri della commissione di debolezza e longanimità nei confronti dei fascisti. Si arrivò quindi all'accordo che alla Commissione prendessero parte anche i rappresentanti dei vari gruppi partigiani, tra i quali "Teppa". Contemporaneamente allo sviluppo delle indagini e alla raccolta delle poche denunce, la Commissione d'Epurazione proseguì con le scarcerazioni, che in due mesi raggiunsero il numero di 160 detenuti, oltre ad 80 avviati a Vicenza in quanto militari in servizio,v. relazione del Carabinieri di Verona - Compagnia di Vicenza, 16/07/1945. suscitando proteste da parte della popolazione intera, e in particolare dei partigiani, che vedevano svanire, giorno dopo giorno, la giustizia .
Il 27 giugno tornò a Schio William Pierdicchi, unico sopravvissuto dei 14 antifascisti di Schio appartenenti al Battaglione territoriale "Fratelli Bandiera", arrestati nell'ambito delle indagini della Polizia Ausiliaria Repubblicana di Vicenza, e deportati a Mauthausen-Gusen e Dachau. Il sospetto era che gli arresti fossero avvenuti a causa di delazioni degli aderenti scledensi alla Repubblica Sociale Italiana. Pierdicchi rientrò in città in uno stato miserabile, ridotto al peso di 38 chili, suscitando un forte moto di rabbia popolare. Portava con sé un elenco con le date di decesso dei suoi compaesani.
Vi era nel carcere mandamentale di Schio un centinaio di persone fermate nell'attesa di indagini su eventuali loro corresponsabilità col regime fascista e con la R.S.I. Alcune erano da tempo imprigionate solo in quanto parenti di militi della R.S.I., altre perché legate sentimentalmente a ricercati. Altre infine per motivi extra giudiziali (ad esempio una delle vittime, Elisa Stella - 68 anni - imprigionata in quanto aveva affittato un appartamento ad un partigiano il quale, non volendo pagare l'affitto, la denunciò come fascista). Tuttavia la maggior parte non era stata coinvolta direttamente in reati.
Il 28 giugno si svolse nella piazza antistante il municipio una manifestazione formata da 2.000 (o 5.000) persone. La gente chiedeva giustizia e la punizione dei responsabili. Tra le personalità che parlarono alla folla, il governatore Chambers esortò la popolazione a sporgere denunce, nel caso qualcuno avesse subìto ingiustizie, o fosse a conoscenza di reati commessi, da parte di coloro che erano in carcere. Nel caso non vi fossero motivi validi in capo agli incarcerati, questi avrebbero dovuto essere liberati. Il 3 luglio il governatore chiese al segretario comunale (ex fascista divenuto membro del C.L.N.) Bolognesi, quante nuove denunce erano pervenute. Furono solo cinque di cui una anonima. Allora il governatore fece affiggere un manifesto pubblico in cui, non senza ironia, stigmatizzava che 5000 persone erano state in piazza a chiedere giustizia, e solo quattro erano le denunce valide pervenute. Di nuovo richiese che se qualcuno avesse avuto qualcosa da segnalare lo facesse. Il risultato fu che arrivarono altre sette o otto denunce, in gran parte riferentesi ai deportati a Mauthausen che erano deceduti.
In questo clima maturò l'eccidio del 6 luglio.
La situazione politico-militare Nella zona di Schio era stata attivata dai partigiani la Divisione garibaldina "Ateo Garemi" con i battaglioni "Ramina-Bedin" ed "Ismene", di orientamento prevalentemente comunista. Alla fine della guerra le formazioni partigiane ebbero l'ordine di consegnare le armi e di smobilitare: una parte dei partigiani eseguì l'ordine, mentre un'altra si mostrò riluttanteValentino Bortoloso "Teppa", uno degli assassini, dichiarò che il suo mitra gli fu rubato la mattina successiva alla strage.. A Schio nel maggio del 1945 il potere civile era tenuto dal locale Comitato di Liberazione Nazionale e dal nuovo consiglio comunale da esso nominato: sindaco era il comunista Domenico Baron. Il potere militare era detenuto dall'esercito alleato, da reparti dell'esercito Italiano, da pochi Carabinieri della locale stazione e da ex-partigiani delle ex-Brigate Garibaldi ingaggiati nella Polizia ausiliaria partigiana per il mantenimento dell'ordine pubblico.
L'eccidio
Si tennero quindi alcune riunioni segrete tra gli ex capi partigiani Igino Piva "Romero" (un rivoluzionario professionista, tornato a Schio a metà giugno), Gaetano Pegoraro "Nello" (vecchio antifascista e commissario partigiano), l'ex fascista (e condannato per rapine) Ruggero Maltauro "Attila" (divenuto capo della stessa Polizia Ausiliaria Partigiana) ed i loro ex sottoposti più fidati. Inizialmente fu proposta l'idea di far saltare in aria l'intero edificio delle carceri, poi però venne decisa l'azione di mitragliamento.
Dopo un primo rinvio, venne fissata la data per la notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945.
Il gruppo di ex-partigiani appartenenti alla Polizia Ausiliaria Partigiana, armati e mascherati, agli ordini di Valentino Bortoloso (nome di battaglia "Teppa"), nella notte stessa entrò nel carcere mandamentale di Schio. I capi partigiani Igino Piva, Gaetano Pegoraro e Ruggero Maltauro "Attila"Il Maltauro era un ex appartenente alla Polizia Ausiliaria Fascista. Dopo solo un paio di anni si trovava quindi a ricoprire lo stesso ruolo (ma da comandante) ma dalla parte avversaria. erano in quel momento ben lontani dalle carceri, per avere a disposizione un alibi (come riportato dallo storico Luca Valente). Non disponendo di elenchi di fascisti, li cercarono ma, non avendoli trovati, le vittime furono scelte tra i 99 detenuti del carcere.