I coreani di Sachalin (in coreano: ; ) sono un gruppo etnico di Sachalin con cittadinanza russa, discendenti dei coreani provenienti dalle province di Gyeongsang (oggi Gyeongsang Settentrionale e Gyeongsang Meridionale) e Jeolla (oggi Jeolla Settentrionale e Jeolla Meridionale) che furono deportati durante il dominio coloniale giapponese.
Le prime migrazioni di coreani nell'isola di Sachalin avvennero attorno alla metà degli anni 1860, con un grande incremento a partire dagli anni 1910: l'isola, conosciuta allora come "prefettura di Karafuto", era nella sua parte meridionale sotto il dominio dei giapponesi, che obbligarono numerosi coreani a migrarvi per colmare la crescente richiesta di manodopera nelle miniere di carbone e nei depositi di legname. Successivamente, quando l'Armata Rossa occupò Sachalin, una numerosa minoranza dei residenti coreani non ebbe modo di rimpatriare e coloro che rimasero vissero in esilio per quattro decenni. Con la successiva dissoluzione dell'Unione Sovietica diversi paesi (quali Corea del Nord, Corea del Sud e Giappone) iniziarono a occuparsi del rimpatrio dei coreani di Sachalin.
A causa della diversa lingua e della storia dell'immigrazione, i coreani di Sachalin possono o meno identificarsi come Koryo-saram, altro gruppo etnico di origine coreana, con cui fanno parte della cosiddetta comunità subetnica dei "coreani post-sovietici", della quale rappresentano il gruppo meno popoloso.
Storia Dominazione russa
La diaspora coreana in Russia ebbe inizio attorno al 1864 e la popolazione sull'isola di Sachalin fu menzionata per la prima volta nel 1890 dallo scrittore e drammaturgo russo Anton Čechov, che in quell'anno compì un censimento personale per il suo libro L'isola di Sachalin, affermando che, su circa abitanti, 67 erano provenienti dalla Corea.
Colonialismo giapponese L'immigrazione forzata
In seguito alla schiacciante vittoria riportata nella guerra russo-giapponese del 1904-1905, Sachalin fu interamente invasa dall'esercito imperiale nipponico, ma con il Trattato di Portsmouth fu assegnata al Giappone solo la parte meridionale dell'isola al di sotto del 50º parallelo N. Qui, attorno al 1910, ebbe inizio la prima vera immigrazione coreana a Sachalin, quando l'azienda giapponese Mitsui iniziò a reclutare lavoratori dalla penisola coreana per il lavoro minerario. Nel 1920, dieci anni dopo il trattato di annessione nippo-coreano che sancì l'annessione della Corea all'impero giapponese, la popolazione coreana nell'allora prefettura di Karafuto contava poco meno di un migliaio di individui, prevalentemente maschi. A parte un'ondata di rifugiati provenienti dal territorio del Litorale successiva alla rivoluzione russa, il numero degli abitanti nella prefettura non aumentò di molto fino alla prima metà degli anni 1930, quando raggiunse poco meno di abitanti coreani. Nella seconda metà degli anni 1930, con l'aumento degli impegni bellici del Giappone, il governo imperiale varò una legge di mobilitazione nazionale obbligatoria per almeno un maschio di ogni famiglia coreana, al fine di garantire il controllo sul territorio e soddisfare le crescenti richieste delle miniere di carbone e dei depositi di legname; in questo periodo immigrarono quindi oltre coreani.
L'invasione sovietica e i massacri giapponesi
Durante gli anni 1930 l'esercito imperiale giapponese coinvolse le minoranze etniche locali (Ainu, Nivchi e Orocioni) nelle attività di spionaggio contro i sovietici nella metà dell'isola da questi controllata. Tentarono anche di impiegare dei coreani in queste missioni, poiché pure loro erano presenti anche nella porzione sovietica; tuttavia queste operazioni non ebbero successo, a causa dei sospetti dei sovietici nei confronti del nazionalismo coreano. Nel 1937, poi, i coreani di Sachalin residenti nella zona russa vennero deportati in varie zone dell'Asia Centrale.
L'11 agosto 1945, nelle fasi finali della seconda guerra mondiale, l'Unione Sovietica invase la parte giapponese di Sachalin.. Durante i combattimenti morirono circa - civili giapponesi (tra cui alcuni di origine coreana), principalmente a causa di bombardamenti navali sovietici. Nella confusione che seguì si diffuse tra i giapponesi il sospetto che i residenti coreani stessero lavorando come spie per conto della stessa Unione Sovietica: ciò portò a massacri indiscriminati da parte della polizia e della popolazione.
Nonostante la quantità generalmente limitata di informazioni sui massacri, i due a oggi più noti sono quello di Shikuka, avvenuto il 18 agosto 1945, e quello nel villaggio di Maoka, che durò dal 20 al 23 agosto. A Shikuka la polizia imperiale giapponese arrestò 19 coreani con l'accusa di svolgere attività di spionaggio; di questi, 18 furono uccisi a colpi d'arma da fuoco all'interno della stazione di polizia il giorno successivo, mentre l'unico sopravvissuto, un coreano di nome Nakata, si salvò nascondendosi nei bagni.. Nel villaggio di Maoka invece le truppe giapponesi accusarono alcuni coreani di collaborazionismo con l'Armata Rossa e di saccheggio di proprietà giapponesi e, sebbene coreani e giapponesi lavorassero insieme in fattorie e progetti di costruzione, i civili giapponesi si rivoltarono contro i loro vicini coreani, uccidendone 27. Secondo informazioni rinvenute dagli storici, altri coreani furono uccisi per coprire le prove delle atrocità commesse dai giapponesi durante l'evacuazione dell'isola: anni dopo una donna, in un'intervista fatta da una commissione di giornalisti statunitensi e sovietici che indagava sulla questione dei prigionieri di guerra alleati detenuti dall'esercito imperiale giapponese nei campi di concentramento di Sachalin, rivelò che durante i massacri il suo amante di etnia coreana fu assassinato dopo aver assistito all'esecuzione di massa di centinaia di prigionieri di guerra americani.
Annessione all'URSS Il tentativo di rimpatrio Negli anni successivi all'invasione sovietica, la maggior parte dei civili giapponesi che non erano già stati rimpatriati dopo l'evacuazione dell'isola riuscirono a tornare in Giappone a seguito dell'accordo USA-URSS sul rimpatrio di coloro che erano rimasti nell'Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale, firmato nel dicembre 1946. Molti coreani ( secondo le stime) tornarono in Giappone, mentre altri andarono in Corea del Sud; tuttavia circa non furono accettati per il rimpatrio dal Giappone, non riuscendo a tornare nemmeno in patria, la Corea, a causa della difficile situazione politica. Il governo sovietico inizialmente elaborò piani per rimpatriare i coreani assieme ai giapponesi, riscontrando però l'opposizione dell'amministrazione locale di Sachalin (anche se alcune fonti dichiarano l'opposizione da parte dello stesso capo del governo Iosif Stalin), che sosteneva che la manodopera dei cittadini russi in arrivo dalla terraferma non sarebbe stata sufficiente per sostituire quella dei lavoratori qualificati già rimpatriati. Questo portò a un'indecisione sul destino finale dei coreani rimasti su Sachalin che persistette fino allo scoppio della guerra di Corea, che rese il rimpatrio politicamente impossibile. Nel 1957 la Corea del Sud chiese a Tokyo che i coreani rimasti sull'isola fossero trasferiti in Giappone, ma il governo nipponico non intraprese alcuna azione concreta, incolpando l'intransigenza sovietica per la mancanza di progressi nella risoluzione della questione. La vera motivazione era tuttavia una legge che permetteva l'ingresso solo ai coreani provenienti da Sachalin "che erano sposati con cittadini giapponesi o avevano un genitore giapponese". Nel frattempo il numero di cittadini di etnia coreana nell'isola aumentò con l'arrivo di espatriati nordcoreani, reclutati dal governo sovietico come pescatori.
Negli anni seguenti, nel tentativo di integrare i lavoratori coreani, che non avevano familiarità con il sistema sovietico e non erano in grado di parlare il russo, vennero istituite scuole in cui si utilizzava la lingua coreana come mezzo di istruzione. Tuttavia, a causa di alcune credenze popolari, si pensava che i coreani di Sachalin fossero stati "infettati dallo spirito giapponese" e quindi le autorità sovietiche locali non si fidavano di loro, non concedendo loro la gestione di fattorie collettive, mulini, fabbriche, scuole o ospedali, gestione che, invece, venne lasciata al gruppo etnico dei Koryo-saram, ovvero i coreani provenienti dall'Asia centrale, che al confronto dei coreani di Sachalin erano bilingui, dato che parlavano sia il russo sia il coreano. Questa situazione portò ben presto gravi conseguenze, tra cui lo sviluppo di termini denigratori in coreano contro i Koryo-saram,. come "kchyntanbjandžja".
Durante gli anni 1950 la politica del governo di Sachalin nei confronti dei coreani subì continui cambiamenti in base alle relazioni bilaterali tra Corea del Nord e Unione Sovietica; in base a queste, i sovietici, su richiesta della Corea del Nord, decisero di trattare i coreani di Sachalin come cittadini nordcoreani e, attraverso il consolato nordcoreano, vennero istituiti appositi gruppi di studio e altre strutture educative. Alla fine degli anni 1950, tuttavia, divenne sempre più difficile per i coreani di Sachalin ottenere la cittadinanza sovietica e perciò molti decisero di ottenere quella nordcoreana piuttosto che affrontare l'onere di rimanere apolidi, che includeva gravi restrizioni alla loro libertà di movimento e l'obbligo di richiedere il permesso al governo locale per viaggiare al di fuori dell'isola. Nel 1960 solo il 25% era riuscito a ottenere la cittadinanza sovietica, il 65% quella nordcoreana, mentre il restante 10% non aveva nessuna delle due e risultava apolide. Tuttavia, a causa del successivo deterioramento delle relazioni bilaterali, le autorità sovietiche agirono per ridurre l'influenza della Corea del Nord all'interno della comunità e, all'inizio degli anni 1970, i coreani di Sachalin furono nuovamente incoraggiati a richiedere la cittadinanza sovietica.
Attenzioni dal resto del mondo Tra la fine degli anni 1960 e l'inizio degli anni 1970 la situazione dei coreani di Sachalin migliorò notevolmente, grazie alla maggiore attenzione datale dal resto del mondo. A partire dal 1966 Park No Hak, un ex coreano di Sachalin che in precedenza aveva ricevuto il permesso di lasciare l'isola e stabilirsi in Giappone in virtù del fatto di avere una moglie giapponese, presentò una petizione al governo nipponico per discutere la questione dei coreani di Sachalin con il governo sovietico. Le sue azioni ispirarono diversi coreani, che decisero di formare un'organizzazione per il rimpatrio dei loro connazionali; in risposta, la Corea del Sud diede inizio a trasmissioni radiofoniche che miravano a sensibilizzare il popolo circa la situazione dei coreani di Sachalin.. Allo stesso tempo Rei Mihara, una casalinga di Tokyo, formò un'associazione simile in Giappone e, assieme a 18 avvocati giapponesi, tentò di citare in giudizio il governo nipponico per costringerlo ad accettare la responsabilità diplomatica e finanziaria per il trasporto dei coreani di Sachalin sino alla Corea del Sud.