Particolarmente attiva nel campo dei diritti umani, Anna Politkovskaja è nota principalmente per i suoi reportage sulla seconda guerra cecena e per le sue critiche nei confronti delle forze armate e dei governi russi durante la presidenza di Vladimir Putin, accusati di violazioni dei diritti civili e dello stato di diritto. Il 7 ottobre 2006 è stata assassinata a Mosca mentre rientrava nella propria abitazione. Il suo omicidio suscitò una vasta mobilitazione internazionale volta a chiarire le circostanze della vicenda. Nel giugno 2014 cinque uomini di etnia cecena sono stati condannati per l'omicidio, sebbene non siano mai stati individuati i mandanti.

Biografia

Anna Politkovskaja nacque da due diplomatici sovietici di origine ucraina, allora in servizio presso l’ONU. Il padre, Stepan Fëdorovič Mazepa (1927–2006), fu membro fondatore del Comitato speciale contro l’apartheid dell’ONU; sua madre, Raisa Aleksandrovna (nata Novikova; 1929–2021), era originaria della Crimea. Dal 1962 la famiglia si stabilì a Mosca, dove Politkovskaja trascorse la maggior parte della sua infanzia e giovinezza.

In gioventù frequentò una scuola di musica e praticò pattinaggio artistico. Nel 1980 si laureò in giornalismo all’Università statale di Mosca con una tesi dedicata alla poetessa russa Marina Cvetaeva. Pur possedendo la cittadinanza statunitense, Politkovskaja non rinunciò mai a quella russa e visse quasi esclusivamente in Russia per tutta la sua vita.

Vita privata Anna Politkovskaja si sposò con il giornalista televisivo Aleksandr Politkovskij nel 1978. La coppia ha avuto due figli: Il’ja, nato nel 1975, e Vera nata nel 1980. Vera Politkovskija, giornalista e autrice televisiva, ha partorito una bambina, Anna, cinque mesi dopo l'omicidio di sua madre. Nel 2023 ha pubblicato Una madre. La vita e la passione per la verità di Anna Politkovskaja. Il’ja, co‑fondatore di un’agenzia di pubbliche relazioni, ha assunto un ruolo pubblico nel mantenere viva la memoria della madre e nel seguire le vicende legali e civili collegate al suo omicidio. La famiglia di Politkovskaja è rimasta attiva nella promozione della libertà di stampa e nella tutela dei diritti umani in Russia e a livello internazionale.

Carriera giornalistica

Giornalismo: da Izvestija a Novaja Gazeta

La carriera giornalistica di Politkovskaja iniziò nel 1982 presso il quotidiano moscovita Izvestija, che lasciò nel 1993. L'anno successivo iniziò a collaborare con l'Obščaja Gazeta, dove ricoprì l’incarico di responsabile della sezione emergenze e incidenti e di assistente del direttore Egor Jakovlev. Nel 1998 si recò in Cecenia come inviata del giornale per intervistare il neoeletto presidente Aslan Maschadov., Lettre Ulysses Award.org, 2006. Nel giugno 1999 entrò a far parte della redazione della Novaja Gazeta, con la quale pubblicò numerosi articoli e alcuni libri fortemente critici nei confronti del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, in particolare per quanto riguarda la conduzione della seconda guerra cecena e dell'invasione del Daghestan e dell'Inguscezia. A causa della sua attività giornalistica, fu ripetutamente oggetto di minacce di morte. James Meek,

Rapporti dalla Cecenia Politkovskaja ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la propria attività giornalistica. In tali occasioni ha spesso richiamato l’attenzione dei governi occidentali sulla situazione in Cecenia, sollecitando una maggiore assunzione di responsabilità politica, in particolare dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, quando la Federazione Russa e il presidente Vladimir Putin furono considerati alleati nella cosiddetta "Guerra al Terrore". Nel corso del suo lavoro ha incontrato funzionari governativi, militari e membri delle forze di polizia, e ha visitato ripetutamente ospedali e campi profughi in Cecenia e nella vicina Inguscezia per raccogliere testimonianze di feriti e sfollati.

In numerosi articoli dedicati alla guerra in Cecenia Politkovskaja ha documentato presunti abusi commessi dalle forze armate russe, dai gruppi ribelli ceceni e dalle autorità sostenute da Mosca, guidate da Achmat Kadyrov e successivamente dal figlio Ramzan Kadyrov. Ha documentato violazioni dei diritti umani e criticità politiche nel Caucaso settentrionale, tra cui la situazione di una casa di riposo etnicamente mista colpita dai bombardamenti a Groznyj; in tale occasione, anche grazie al sostegno della Novaja Gazeta e all’attenzione dell’opinione pubblica, fu possibile l’evacuazione dei residenti anziani.

Molti dei suoi articoli confluirono nei libri A Dirty War (2001) e A Small Corner of Hell (2003), nei quali il conflitto viene descritto come una guerra che ha coinvolto e colpito sia i combattenti ceceni sia i soldati di leva dell’esercito federale, con gravi conseguenze per la popolazione civile intrappolata tra le parti. Secondo le sue inchieste, l’ordine instaurato sotto la leadership dei Kadyrov si sarebbe trasformato in un sistema caratterizzato da torture, rapimenti e omicidi, attribuiti alle autorità cecene o alle forze federali presenti nella regione.

Tra le sue ultime indagini figura quella relativa al presunto avvelenamento di massa di scolari ceceni mediante una sostanza chimica non identificata, che avrebbe causato loro gravi problemi di salute per diversi mesi.

Critiche a Vladimir Putin e FSB Dopo aver raggiunto un'ampia notorietà in Occidente, a Politkovskaja è stato commissionato il libro La Russia di Putin (in seguito sottotitolato Vita in una democrazia fallimentare). Nel volume, la giornalista racconta la propria esperienza dopo l’ascesa al potere dell'ex tenente colonnello del KGB Vladimir Putin, dapprima primo ministro di Boris El'cin e poi suo successore alla presidenza della Federazione Russa, in un contesto segnato anche dalla seconda guerra cecena. A tal proposito, Politkovskaja ha scritto:

Inoltre, ha osservato:

Il saggio Ho paura? inizia con queste parole:

e si conclude con:

Minacce, indagini e pubblicazioni Nel 2001 Politkovskaja fu costretta a rifugiarsi a Vienna a seguito di ripetute minacce ricevute tramite posta elettronica da Sergei Lapin, un ufficiale dell’OMON da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin venne arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprese nel 2003 e si concluse nel 2005 con la condanna dell’ex poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.Enrico Piovesana, , Peacereporter.net, 25 ottobre 2006. Cfr. anche Simone Storti, , La Voce d'Italia, 25 ottobre 2006.

Politkovskaja si recò frequentemente in Cecenia, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi sia civili ceceni. Nei suoi articoli criticò aspramente l’operato delle forze russe in Cecenia, documentando abusi contro la popolazione civile e denunciando i presunti silenzi o connivenze di alcuni Primi Ministri ceceni, tra cui Achmat Kadyrov e suo figlio Ramzan, entrambi sostenuti da Mosca.

Anna Politkovskaja godeva anche di notevole considerazione in alcuni ambienti ceceni: il suo nome comparve tra i "negoziatori privilegiati" della guerriglia e tra le personalità impegnate nelle trattative durante crisi del Teatro Dubrovka. Nel 2003 pubblicò il terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches from Chechnya, in cui denunciava la brutalità della guerra in Cecenia, durante la quale migliaia di cittadini civili furono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Per la stesura del volume Politkovskaja raccolse anche testimonianze di militari russi e fu protetta da alcuni ufficiali durante i mesi più critici del conflitto.Anna Politkovskaja, , Internazionale, 26 ottobre 2006.

Nel settembre 2004, mentre si stava recando in volo a Beslan durante la crisi degli ostaggi, Politkovskaja subì un malore dopo aver bevuto un tè a bordo. L’aereo fu costretto a tornare indietro per permettere il ricovero immediato della giornalista, e si ipotizzò un tentativo di avvelenamento. Committee to Protect Journalists, , International Freedom of Expression Exchange, 2 settembre 2004. Cfr. anche Sabina Morandi, , Liberazione, 17 settembre 2004.

Nel dicembre 2005, durante una conferenza di Reporter senza frontiere a Vienna sulla libertà di stampa dichiarò:, Reporters Sans Frontières, 7 ottobre 2006.

In un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007, in una raccolta a cura del PEN American Center, Politkovskaja ha scritto:

Nel medesimo saggio Politkovskaja precisava di non considerarsi "un magistrato inquirente", ma piuttosto "una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo", osservando come in Russia "i servizi trasmessi in TV e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali siano quasi tutti di stampo ideologico".

L'omicidio

Anna Politkovskaja è stata ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell’ascensore del suo palazzo a Mosca. Accanto al cadavere è stata rinvenuta una pistola Makarov con quattro bossoli, uno dei proiettili sparati l’aveva colpita alla testa. Le indagini iniziali hanno considerato l’omicidio un delitto premeditato commesso da un sicario. Sebbene non siano stati accertati i responsabili del delitto, alcune fonti hanno ipotizzato possibili collegamenti con ambienti vicini a Putin, il cui compleanno coincideva con la data del delitto. , RIA Novosti, 7 ottobre 2006;

Il giorno successivo la polizia russa ha sequestrato il computer di Politkovskaja e il materiale relativo all’inchiesta che stava conducendo. Il 9 ottobre, l’editore della Novaja Gazeta, Dmitrij Muratov, dichiarò che la giornalista stava per pubblicare, proprio il giorno del suo omicidio, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramzan Kadyrov. Muratov segnalò inoltre la scomparsa di due fotografie; gli appunti non sequestrati furono pubblicati sul giornale lo stesso giorno. Carl Schreck, David Nowak, , The Moscow Times, 9 ottobre 2006.

I funerali si svolsero il 10 ottobre presso il cimitero Troekurovskij di Mosca, con la partecipazione di oltre mille persone, tra colleghi e ammiratori della giornalista. Tra i presenti vi fu anche il leader politico del Radicali italiani Marco Pannella, amico personale di Politkovskaja. Nessun rappresentante del governo russo partecipò alla cerimonia. La lapide della giornalista raffigura un giornale crivellato dai proiettili, in riferimento al suo impegno per la libertà di stampa.

Le indagini sull'omicidio Il 9 ottobre 2006 il quotidiano austriaco Der Standard ha riportato che la polizia russa aveva identificato l’assassino di Politkovskaja, dal momento che era stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza dell’ingresso del palazzo. Secondo il giornale, il comportamento dell’esecutore era stato definito “non professionale”, ed è stato ipotizzato che potesse essere già stato eliminato dai propri mandanti.

Circa un mese dopo l'omicidio di Politkovskaya, l'organizzazione Reporter senza frontiere ha avviato una raccolta di firme per la costituzione di una commissione internazionale incaricata di indagare sull’assassinio. L'iniziativa è stata sostenuta da circa 6000 persone, tra cui ex dissidenti di spicco come Jelena Bonner, Vladimir Bukowski e Bronisław Geremek. È stato firmato anche dai giuristi Baltasar Garzón e Carla Del Ponte, da politici quali Bernard Kouchner e Daniel Cohn-Bendit, filosofi come André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, dagli scrittori Fernando Arrabal, Ismaïl Kadaré e Margaret Atwood e dagli attori Jeanne Moreau e Alain Souchon.