L'Ora è stato un quotidiano palermitano nato per iniziativa della famiglia Florio e attivo dal 1900 al 1992. Fin dalla sua fondazione fu di orientamento democratico-radicale, e nel dopoguerra progressista, a parte la parentesi del Ventennio, durante il quale divenne un organo della federazione fascista palermitana e negli anni '50 acquisito dal PCI. Articoli e inchieste si focalizzarono spesso sulla mafia, tanto che alcuni dei collaboratori del giornale, come Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato furono assassinati da Cosa nostra.

Storia Il finanziamento dei Florio e la nascita

La famiglia Florio, attiva sin dalla metà del XIX secolo nella produzione e nel commercio di vini siciliani, finanziò la pubblicazione di un giornale quotidiano con sede a Palermo al fine di disporre di un organo di informazione attraverso il quale la borghesia imprenditoriale dell'isola potesse esprimere le proprie istanze verso il governo di Roma, accusato di trascurare il meridione d'Italia, ed in contrapposizione ad altre testate di tendenza filogovernativa e più vicine all'aristocrazia terriera e conservatrice.

Il primo numero de L'Ora uscì il 22 aprile 1900, con il sottotitolo di Corriere politico quotidiano della Sicilia. Ufficialmente ne era proprietario il marchese Carlo Starrabba di Rudinì, figlio dell'ex Presidente del Consiglio Antonio Starabba, marchese di Rudinì, ma la maggior parte delle azioni della società editrice appartenevano a Ignazio Florio, finanziatore e principale promotore dell'iniziativa editoriale, che ne assunse ufficialmente la proprietà nel 1904.

A dirigere il giornale, di orientamento liberale, venne nominato Vincenzo Morello, uno dei più autorevoli giornalisti politici italiani del tempo. Prima di dirigere L'Ora, Morello aveva scritto sulla Tribuna di Roma, all'epoca il giornale più diffuso nel centro-sud. Accanto a Morello, sulle colonne de L'Ora scrissero Napoleone Colajanni, Francesco Saverio Nitti, Luigi Capuana, Antonio Borgese e Rosso di San Secondo. Morello diresse il giornale fino al febbraio del 1902, anno in cui a dirigere L'Ora fu chiamato Medardo Riccio.

Il primo evento di grande rilievo documentato dal nuovo giornale fu la manifestazione degli operai dei cantieri navali di Palermo e della Fonderia Oretea che il 1º marzo del 1901 scesero in piazza per uno sciopero generale proclamato contro l'intenzione del governo di abolire una legge del 1896 che disponeva agevolazioni per le imprese impegnate nella costruzione di navi militari. La dimostrazione venne repressa nel sangue dall'esercito, su preciso ordine di Giolitti, che accusò i Florio di aver sobillato la piazza.

Dal 1904 al 1907 il giornale venne diretto da Edoardo Scarfoglio, già fondatore e direttore del quotidiano Il Mattino di Napoli. L'Ora divenne un giornale di respiro europeo e vennero stipulati accordi per lo scambio di informazioni con altri grandi quotidiani stranieri tra cui Le Matin di Parigi, il Times di Londra ed il quotidiano statunitense New York Sun. Venne inviato un corrispondente a Tokyo ed aperti uffici di corrispondenza a Vienna e a Berlino. Sulle pagine culturali del giornale apparvero molte firme prestigiose tra cui quelle di Matilde Serao (moglie di Scarfoglio), Luigi Pirandello, Salvatore Di Giacomo e Giovanni Verga.

Dalla Belle Epoque all'avvento del fascismo

In quegli anni ospitò numerosi articoli del movimento futurista, tra cui quelli di Filippo Tommaso Marinetti. Durante la guerra italo-turca che il giornale sostenne, pubblicò servizi molto dettagliati, grazie anche alla vicinanza del fronte, che vennero ampiamente ripresi da altri organi di informazione nazionali e stranieri. Inoltre pubblicò i primi servizi fotografici di guerra, uno dei primi esempi di "fotogiornalismo d'attualità" in Italia. Nonostante la popolarità del giornale, il declino della situazione economica della famiglia Florio costrinse a cedere nel 1914 la maggioranza delle quote della società editrice a Filippo Pecoraino, facoltoso imprenditore e proprietario di molini e pastifici, che già dal 1904 aveva acquisito la quota di minoranza nell'impresa dei Rudinì.

Tuttavia Pecoraino sottoscrisse un accordo con Ignazio Florio che lasciava a quest'ultimo la facoltà di nominare il direttore del giornale, di cui si avvalse per chiamare a dirigere il giornale professionisti di rango come Tullio Giordana, direttore dal 1910 al 1912, fino alla nomina di Salvatore Tessitore, in precedenza docente di diritto canonico ed ecclesiastico a Torino fino a quando i fascisti lo avevano costretto ad abbandonare il capoluogo piemontese, il quale diresse il giornale fino al 1926. Anche a Palermo la vita per lui non fu facile, dato che dopo il suo arrivo iniziarono le intimidazioni da parte delle squadracce locali. Tessitore tuttavia seppe resistere alle minacce e non esitò a pubblicare per primo, il 27 dicembre del 1924, il cosiddetto "memoriale Rossi" cioè il documento con cui l'ex capo dell'Ufficio Stampa di Mussolini accusava il Duce di essere il mandante dell'assassinio dell'On. Matteotti.

Fu questo uno degli ultimi aneliti di libertà per un giornale il cui destino, insieme a quello del resto della stampa indipendente, era ormai segnato dall'evolversi degli eventi. La promulgazione delle cosiddette "leggi fascistissime" nell'ottobre del 1926, a seguito dell'attentato a Mussolini avvenuto a Bologna, segna l'ulteriore "giro di vite" della dittatura fascista: vennero sciolti i partiti politici e chiusi d'autorità tutti i giornali e le pubblicazioni non in linea con il regime. Anche L'Ora venne chiuso il 31 ottobre, insieme al Il Mondo di Roma, anch'esso finanziato da Pecoraino. Inoltre l'intero patrimonio della famiglia Pecoraino venne messo sotto sequestro. Riprenderà le pubblicazioni il 24 gennaio del 1927.

Il Quotidiano fascista mediterraneo Nel gennaio del 1927 le autorità concessero al giornale di riprendere le pubblicazioni con il sottotitolo di Quotidiano fascista del Mediterraneo, avendo per direttore Nicola Pascazio, segretario dei giornalisti di Sicilia, già redattore dell'organo ufficiale del PNF, Il Popolo d'Italia.

Nel 1928 venne consentito a Pecoraino di rientrare in possesso dei suoi beni, incluso il giornale. Fu così nominato alla sua direzione Nino Sofia, che per lungo tempo ne era stato uno dei redattori. Sofia, insieme agli ultimi antifascisti siciliani ancora in circolazione, in un primo tempo diede un'impronta velatamente "alternativa" al giornale, ma successivamente operò la definitiva fascistizzazione del giornale. Negli anni trenta il giornale fu a fianco della politica del fascismo, anche quella coloniale. Il giornale infatti guardava alle terre della Tripolitania e della Cirenaica, dove si erano stabiliti tanti siciliani, e anche all'impresa d'Etiopia. Difficoltà di carattere economico e la crisi post-1929, nonostante il sostegno della politica agricola ed economica del governo fascista, costrinsero l'impresa Pecoraino a cedere il giornale nel 1934 e a dichiarare fallimento nel 1936.

Le imprese del gruppo Pecoraino vennero rilevate dall'industriale Virga, ivi inclusa la proprietà del giornale, la cui gestione passò direttamente nelle mani della Federazione provinciale fascista di Palermo, che nominò direttore il segretario del GUF Vincenzo Ullo e qualche mese dopo Gaspare Squadrilli, che mantenne la direzione fino al 1939. Nel 1938 il quotidiano entrò a far parte del gruppo editoriale romano che pubblicava Il Giornale d'Italia, ma nel 1940 l'avvocato Sebastiano Lo Verde, genero di Filippo Pecoraino ed in passato amministratore dei periodici di proprietà del gruppo, riuscì a riportare la proprietà del giornale a Palermo, con direttore Bonaventura Caloro. Ma la guerra ormai incombeva e nel luglio del 1943, con lo sbarco degli americani in Sicilia e la caduta di Mussolini, L'Ora fu costretto, come tutti i quotidiani a diffusione nazionale, ad interrompere le pubblicazioni dal 27 agosto del 1943. Una parte della redazione, quella fascista, riparata a Roma, continuerà tuttavia a far uscire il quotidiano nella capitale fino al 3 giugno del 1944.

Il dopoguerra e le lotte sociali Già il 28 agosto del 1945 a Palermo viene costituita da Sebastiano Lo Verde la "Società Editrice l'Ora", con l'obiettivo di riportare in edicola il giornale, che riprende le pubblicazioni l'8 aprile del 1946 con la testata L'Ora del Popolo. La direzione del quotidiano viene affidata nuovamente a Nino Sofia, in segno di continuità con il passato. Il 2 ottobre del 1947 il giornalista socialista Pier Luigi Ingrassia subentra alla direzione del giornale, che manterrà fino alla sua morte, avvenuta il 31 dicembre del 1953.

Sono questi anni tumultuosi, durante i quali ha luogo il referendum istituzionale che vede il giornale palermitano schierarsi con i sostenitori della repubblica, in controtendenza con la maggioranza dell'elettorato cittadino che voterà invano per mantenere la monarchia. Seguirà la battaglia per l'autonomia regionale, e a favore del "Blocco del Popolo" che si affermerà nelle elezioni del 20 aprile del 1947 per la prima Assemblea Regionale Siciliana.

Il 1947 è anche l'anno in cui arriva al giornale la prima seria intimidazione da parte della banda di Salvatore Giuliano, con una lettera in cui si intima ai redattori di smettere di riferire "fatti da non pubblicizzare", con la minaccia in caso contrario di far loro "rimettere la pelle". La risposta arrivò pronta il giorno seguente sulle colonne del giornale, sotto forma di un editoriale con la firma di Ingrassia, nella quale tra l'altro si leggeva: «La pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un'idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all'idea, a che ci servirebbe la pelle?».

La proprietà del PCI e le inchieste su "Cosa nostra" Se lo spirito del giornale rimaneva indomito, i mezzi restavano tuttavia limitati. Rotative e attrezzature erano rimaste quelle di prima della guerra, e la scomparsa di Ingrassia fece venire meno l'attrattiva principale del giornale, consistente nei suoi sferzanti articoli. Francesco Crispi, nipote dello statista, continuerà a dirigere il giornale fino al 3 novembre del 1954, ed in seguito la vedova di Lo Verde cederà la proprietà del giornale alla società GATE (diretta da Amerigo Terenzi e di proprietà del Partito Comunista Italiano) che già pubblica il quotidiano romano Paese Sera, con il quale svilupperà una sinergia editoriale.

Il giornale, che aveva sin dalle origini una linea politica di sinistra non partitica, divenne così un organo di stampa fiancheggiatore della sinistra, e con questa sistemazione editoriale riprese dal 4 novembre 1954 la testata L'Ora sotto la direzione di Vittorio Nisticò, che durerà vent'anni fino al 1975. Nisticò proveniva dalla redazione di Paese Sera, e nonostante la notizia dell'acquisizione del giornale da parte del PCI dovesse rimanere, almeno per il momento, riservata a pochi funzionari, incontrò subito dei problemi come racconta lui stesso: «Già all'indomani del mio arrivo più di un dirigente locale si presentava al giornale con l'aria del padroncino di casa. [...] Non ebbi altra scelta che stabilire il divieto di cellule all'interno del giornale e, per i redattori, di assumere incarichi di pubblica militanza politica».