I misteri di Napoli è un romanzo scritto da Francesco Mastriani che si ispira a Les mystères de Paris (I misteri di Parigi) di Eugène Sue. Venne pubblicato tra il 1869 e il 1870 in novantatré dispense sul quotidiano Roma. Il successo del romanzo di Sue, infatti, creò un genere particolare di feuilleton che ebbero esempi in Francia e in Italia.
Fin dall'inizio appaiono chiare le tendenze dell'autore verso un socialismo utopistico dove si intrecciano il romanzo di appendice con lo studio sociologico delle classi sociali dell'epoca condito di esaltazione di idee e sentimenti per un ambiente multicolore, quale quello meridionale, studiato per aggiungere all'opera quella poesia popolare che ne conferisce un sapore aulico.
Trama Il libro narra le vicende di talune categorie della società partenopea dell'epoca: dalla malavita ai baroni, dalla nobiltà decaduta ai camorristi. Attraverso la narrazione, l'autore descrive tutti gli ambienti più caratteristici della criminalità napoletana, tra le quali non mancano, però, dei personaggi di degna considerazione quali ad es. la celestiale Marta o il pio Onesimo. L'azione centrale si svolge nella fase decadente della dinastia Borbonica dal 1848 al momento dell'arrivo a Napoli dei Piemontesi.
La complicata vicenda dei Misteri comincia nell'aprile del 1846, con l'assassinio del duca Tobia di Massa Vitelli, ricchissimo possidente, che viene anche derubato di una grossa somma. Partendo da questo evento, Mastriani conduce il lettore attraverso il “labirinto degli avvenimenti” che precedono e seguono la morte del duca Tobia. Questo labirinto si può riassumere in più nuclei narrativi:
-la storia di Serafino Jommero, detto Cecatiello, ladro dal cuore buono e dall'aspetto singolare, così chiamato da quando, appena diciottenne, perde l'occhio sinistro durante una rissa nel carcere della Vicaria; per vendicarsi su colui che ha causato l'incidente, Cecatiello fa una scelta che lo condizionerà per tutta la vita: giura fedeltà eterna al terribile Pilato lo Strangolatore, criminale dai tratti bestiali e capo di una paranza di camorristi, alla quale Cecatiello si unisce, diventando esecutore di numerosi furti organizzati a regola d'arte e pianificando egli stesso l'omicidio del duca e il furto del suo denaro. Ma questo denaro è riservato a nobili intenti; nel corso dell'intricata storia, infatti, Cecatiello è costantemente diviso tra la sua ignominiosa attività di ladro e l'amore per Marta, unica figlia avuta da un'accidentale relazione con Rosa, una ninfomane fuggita dal manicomio, guarita dalla ninfomania con la gravidanza ma poi caduta nello squilibrio mentale dopo che la figlia le viene sottratta dallo stesso Cecatiello. Il ladro, tuttavia, si prenderà cura della demente Rosa in segreto. Marta, operaia nei possedimenti rurali dei Massa Vitelli, di una bontà più divina che umana (è spesso soprannominata “la santa”), è ignara dell'attività del padre e non conosce la madre, ma dopo che Cecatiello le racconta la verità sulle sue origini, la giovane insiste per incontrare la madre e fa appena in tempo a vedere Rosa morente. Quando lo Strangolatore viene ucciso dal camorrista Sciasciariello, Cecatiello è finalmente libero dalla schiavitù del crimine, e vuole impiegare i soldi rubati ai suoi ricchi oppressori per dare una dote alla figlia e sottrarla al suo pesante e malsano lavoro, ma troppo tardi: Marta, consumata dagli stenti, muore prematuramente;
-la storia degli Onesimi, pia e umile famiglia di proletari di campagna al servizio dei Massa Vitelli, e da questi ultimi continuamente oppressi e maltrattati; ciononostante, essi obbediscono al giuramento, fatto su un crocifisso e tramandato da più generazioni, di perdonare sempre i loro oppressori. Il maggiore dei figli, Paolo (che nella storia viene chiamato semplicemente Onesimo), anch'egli di animo buono, altruista e non violento, si innamora di Marta, ricambiato, e si impegna con passione a promuovere la pace tra le classi sociali e la rinuncia alla violenza. Il giuramento della famiglia viene rotto dal più giovane degli Onesimi, il cupo e rancoroso Sabato, che dopo la morte della sorella Filomena e la rovina economica causata loro dai padroni, si unisce ai briganti giurando vendetta. Nel frattempo, Onesimo finisce ingiustamente in carcere due volte: la prima volta sarà liberato da Cecatiello, la seconda dai garibaldini giunti a Napoli nel 1860; sarà inoltre fatto per breve tempo prigioniero dai briganti, nel cui covo segreto ritrova il fratello Sabato, che aveva per tanto tempo creduto morto. Sabato inizia ad attuare la sua personale vendetta contro i padroni, uccidendo don Diego Pincho, perfido amministratore dei beni dei Massa Vitelli (che si era mostrato inflessibile davanti alle implorazioni di Onesimo padre di non sfrattarli), e poi intenzionato a uccidere il duca Tobia e sottrargli i trentamila ducati destinati a Onesimo, ma in questo verrà preceduto da Cecatiello e Pilato. Sabato poi disperde i briganti uccidendo in duello il loro terribile capo Angelantonio Rinaldi, ma sarà poi arrestato e condannato a vent'anni di lavori forzati. Il buon Onesimo, intanto, eredita i trentamila ducati e acquista il mulino in cui aveva lavorato per tanti anni, ma non riuscirà mai a coronare il suo sogno di sposare Marta;
-la storia della famiglia di Gesualdo, altro devoto servo dei Massa Vitelli, che muore dopo uno stremante cammino dalla campagna alla città per eseguire un ordine della marchesa Maria Amalia di Massa Vitelli (ordine che poi si rivelerà un futile capriccio della marchesa). I figli di Gesualdo, sfrattati dall'ingrata marchesa e rimasti soli, vanno incontro a tristi destini. La maggiore, Rita, sofferente dell'amore, non ricambiato, per Onesimo, cade nella prostituzione e poi si unisce ai briganti divenendo la druda del capo Angelantonio; dopo la dispersione dei briganti, la giovane continua per qualche tempo a percorrere la strada della perdizione, finché, malata e sofferente, finisce nell'ospizio della Maddalena, e qui muore fra le braccia di Marta, sua rivale in amore. Il fratello più piccolo, Nazario, dopo le prime cure da parte della buona Marta, tenta inutilmente di far fortuna in città con le sue doti letterarie, acquisite dopo un periodo di intense letture; durante il soggiorno a Napoli, Nazario incontra per caso l'altra sua sorella Francesca, e scopre con sgomento che è diventata la concubina di un nobiluomo; gli insuccessi si susseguono finché il giovane, misero e affamato, viene salvato da un pittore inglese che lo porta con sé per farne l'istitutore dei figli. Onesimo lo raggiunge in Inghilterra dopo la perdita di Marta;
-infine, la storia della famiglia Massa Vitelli, i ricchi possidenti che per più generazioni si macchiano di orrendi misfatti. Le vicende della famiglia ruotano per lo più attorno alla bieca figura di Tobia, che già molto giovane si dimostra di una perfidia diabolica: insieme al fratello Angelo deruba di nascosto il padre, l'avarissimo barone Ciriaco, e denuncia ai sanfedisti lo zio paterno Ciro, che verrà accusato di giacobinismo e condannato ad una morte atroce, lasciando così la sua generosa parte di eredità nelle mani dei malvagi nipoti. Inoltre, Tobia e Angelo sono istigati dal padre a infierire sulla sorella più piccola, la buona Cecilia, che costringeranno a farsi monaca per impadronirsi della dote materna. In convento, Cecilia incontra di nascosto il suo innamorato, il principe Eugenio, ma viene tradita dalla sua complice e punita con una orribile prigionia nelle segrete del convento, dalle quali esce impazzita dalla paura per poi morire delirando. In seguito, Tobia causa il colpo di grazia al vecchio Ciriaco informandolo che la regina Maria Carolina è morta in esilio. Alle vicende del terribile duca seguono quelle del figlio Filippo, pestifero da bambino e prodigo dongiovanni da grande; dopo un litigio con Tobia sarà da questi diseredato, e morirà povero, abbandonato e consunto dal colera, mentre suo padre amoreggia con la seconda nuora e continua ad arricchirsi opprimendo i suoi dipendenti e imbrogliando gli aristocratici suoi rivali. Tuttavia, una grossa rete di camorristi in combutta con le sfere della nobiltà sta cospirando contro di lui; anziano, malato e perseguitato dai fantasmi della sua lurida coscienza, Tobia include nelle sue ultime volontà testamentarie la somma di trentamila ducati da destinare a Onesimo, per riparare ai torti fatti alla sua famiglia. Infine, Pilato lo strangola nel suo letto mentre Cecatiello gli sottrae il denaro. Del delitto viene inizialmente incolpato Onesimo, ma il giovane sarà poi scagionato e il mistero verrà chiarito solo anni dopo, quando i principali responsabili (Pilato, gli altri membri della paranza, e Luigi Cocola, organizzatore e finanziatore del delitto) sono già morti. Nel frattempo, l'Italia si è unita e Napoli ha perso i suoi privilegi, così i restanti componenti dei Massa Vitelli lasciano la città.
I personaggi esemplari e il provvidenzialismo Nei Misteri si può notare un caleidoscopio di personaggi fortemente stereotipati, collocati su un piano di esemplarità che risponde bene al gusto dei lettori, i quali sono in grado, in questo modo, di identificarsi facilmente con le personalità del romanzo e quindi di capire la lezione che Mastriani trasmette attraverso di esse; la stessa strutturazione dell'opera è una chiara spia di questo atteggiamento: le tre parti in cui il romanzo è diviso sono infatti intitolate “Marta o la fede”, “I Massa Vitelli o i possidenti”, e “Nazario o l'anima”.
Il portavoce principale del pensiero di Mastriani è Onesimo, emblema della perfezione fisica (che attrae il lettore) e morale (che educa). Contrapposto al demoniaco aristocratico, ma anche al peccaminoso e corrotto proletario cittadino e agli altri proletari rurali, ignoranti e “cafoni”, Onesimo è reso ulteriormente angelico e quasi fiabesco dal suo rispetto del giuramento di famiglia, fondato sul perdono degli oppressori e sulla pace tra gli oppressi. Questi attributi non lo rendono passivo nell'interazione-scontro con gli altri personaggi; lungo tutto il corso della narrazione, il giovane si impegna con passione a difendere i diritti dei poveri in un'epoca in cui i poveri non sono nemmeno considerati alla stregua di esseri umani, ma le armi che usa e propone, ovvero la salda fede in Dio e il mantenimento del proprio orgoglio di lavoratore come motore della vita economica e sociale, che si mantiene integro di fronte alle vessazioni del ricco padrone senza l'ausilio della violenza, lo distaccano dalla realtà storica per collocarlo in una dimensione utopica. Nelle sue parole si trova racchiuso il messaggio di Mastriani non solo ai lettori del popolo, ma anche alla piccola borghesia cittadina di cui egli stesso è parte: si consola il povero assicurandolo dell'infelicità del ricco, ma allo stesso tempo spicca l'augurio di diventare proprietari, proponendone una nuova immagine fondata non sull'accumulo capitalista, bensì sulla convivenza pacifica e sul categorico rifiuto della rivoluzione violenta.