La collezione Albani è stata una collezione d'arte nata a Roma nel XVII-XVIII secolo e appartenuta alla famiglia di origini albanesi-urbinate degli Albani.
Accrebbe e si consolidò sotto il pontificato di papa Clemente XI, eletto nel 1700, raggiungendo i massimi splendori grazie soprattutto alla notevole raccolta di antichità del cardinale Alessandro. I principali apporti alla collezione furono dovuti proprio dai nipoti del pontefice, fratelli tra loro, Carlo, I principe di Soriano nel Cimino, il cardinal-nipote Annibale e per l'appunto Alessandro..
Estinto il casato nell'Ottocento, la collezione, che un tempo era tutta disposta per la parte pittorica tra il palazzo alle Quattro Fontane di Roma e nelle residenze marchigiane e di Soriano nel Cimino, mentre la statuaria archeologica era nella villa a Porta Salaria, è stata conseguenzialmente smembrata. Un cospicuo numero di dipinti è confluito nelle raccolte Torlonia (oggi entro la villa già Albani della stessa capitale) e in quelle della Galleria di Vienna, mentre gran parte del nucleo marmoreo antico è diviso tra le collezioni dei Musei capitolini e quelle del Louvre di Parigi.
La raccolta, che comprendeva pitture, arredi e statue, costituiva una delle più importanti collezioni della Roma post barocca, rientrante quindi nella grande stagione mecenatica romana del XVII-XVIII secolo, includendo tra gli altri lavori di Carlo Maratta, Federico Barocci, Annibale Carracci, Guido Reni, Orazio Gentileschi, Bartolomeo Manfredi, Guercino, Rubens e Luca Giordano, nonché un ricco catalogo di reperti di antichità.
Storia Le origini della famiglia e l'ascesa sociale negli ambienti romani
L'approdo in Italia La famiglia Albani, storica dinastia di condottieri dell'Albania che a fianco di Giorgio Castriota Scanderberg combatté contro i Turchi ottomani, giunse in Italia, a Urbino, intorno al 1464. Arrivati nella penisola sotto la protezione di Federico da Montefeltro il loro cognome mutò dapprima in Albanesi e poi in Albani, in ordine alla loro provenienza.
Il primo esponente del casato che riuscì a compiere un'ascesa sociale nel nuovo paese fu Orazio (1576-1653), inviato a Roma alla corte di papa Urbano VIII Barberini in rappresentanza del ducato marchigiano, circostanza nella quale gli valse la nomina di Senatore dal 1633 al 1645..
Da Orazio nacquero quindici figli, di questi alcuni trovarono carriera ecclesiastica a Roma, grazie alla quale consolidarono il ruolo che aveva assunto la famiglia in città col padre: Annibale, il primogenito, divenne prelato e custode della biblioteca Vaticana, ma morì ancora giovane nel 1650; Girolamo divenne vicario generale di Urbino; Filippo divenne canonico nella chiesa di Santa Maria in Trastevere; Malatesta fu uomo molto vicino e confidente del cardinale Francesco Barberini, che visse sia i successi che la fase di declino della famiglia pontificia, trovando morte durante il tragitto che intraprese per la Francia nel 1645 quando i Barberini furono esiliati dal nuovo papa Pamphilj; infine Carlo, colui che raggiunse la massima importanza per le sorti successive della famiglia, in quanto padre del futuro papa Albani..
La nascita della collezione
Già con Orazio si iniziò a raccogliere alcune opere d'arte, tra tutte la più nota fu quella di Federico Barocci, per il cui senatore si trovò a lavorare eseguendo l'ultima sua pittura certa, la cosiddetta Madonna Albani, che ebbe un tale successo al che la famiglia acquistó dagli eredi del pittore, per le proprie collezioni di Urbino, anche l'incompleta Assunzione della Vergine. Entrambi i quadri non compariranno mai negli inventari redatti nel Settecento in quanto non saranno mai presenti entro le proprietà romane della famiglia..
Malatesta seguì il padre essendo tra i primi mecenati della dinastia, probabilmente anche grazie alla vicinanza con la famiglia Barberini, che era molto attenta alle arti. Nella propria residenza erano registrati circa 90 quadri tra cui alcuni di Giovanni Maria Bottalla, Pietro Testa, Guido Reni, quest'ultimo da cui fu legato in un rapporto di amicizia, e diverse sculture in piccolo formato di Francois Duquesnoy e Algardi. Carlo fu grande mecenate anch'egli, trovando i successi al seguito della famiglia Barberini anche lui, in particolare del cardinale Carlo, di cui fu maestro di camera nel 1664.
I beni facenti parte delle collezioni di Malatesta e Carlo, non solo quadri e sculture, ma anche mobilia, oggetti sacri e d'arredo, furono i primi a costituire il nucleo della collezione di famiglia, che poi troverà la sua esplosione con l'elezione pontificia di Giovanni Francesco, primogenito del principe e con altri discendenti..
Settecento
La collezione al tempo di papa Clemente XI Nel 1684 Carlo morì, Giovanni Francesco aveva trentacinque anni, era un uomo di cultura e intelletto che vedeva già consolidata la propria posizione all'interno della Curia romana, dove fu nominato Segretario dei brevi nel 1687 sotto il pontificato di Innocenzo XI Pamphilj e cardinale nel 1690 sotto quello di Alessandro VIII Chigi. Divenne poi papa nel 1700 col nome di Clemente XI, quand'era ancora molto giovane per l'epoca, a soli cinquantuno anni, consentendogli di regnare per ventuno anni, fino alla sua morte, avvenuta nel 1721.
Il gusto artistico del papa era rivolto essenzialmente alla pittura contemporanea, quindi quella della fine del Cinquecento e dei primi del Seicento romano, alla scuola dei classicisti emiliani e all'esaltazione della scuola pittorica della regione di origine della famiglia, ossia dal Rinascimento marchigiano, fino al tardo manierismo locale, con opere quindi di Raffaello, Federico Barocci, ma anche di Carlo Maratta.. Clemente XI era anche attento ai restauri o ai lavori di decorazioni di edifici pubblici: oltre a diversi interventi effettuati sul territorio marchigiano, tra cui nel duomo, dove oltre al restauro generale del complesso al Maratta fu rivolta la commissione della pala dellAssunzione della Vergine, e nel legatissimo Oratorio di San Giuseppe a Urbino, ma anche a Soriano nel Cimino, nel cui duomo Pier Leone Ghezzi compì la pala d'altare del San Nicola di Bari, il papa si occupò di finanziare e promuovere lavori su un ingente numero di chiese della città di Roma, come quella di San Clemente, di San Giovanni in Laterano, dove chiamò a decorarle con pitture due dei pittori più apprezzati dal papa, Giuseppe Ghezzi e Giovanni Odazzi, quest'ultimo attivo anche nella decorazione delle volte del sale del palazzo alle Quattro Fontane,. nella cappella del Battistero e nella cupola del coro della basilica di San Pietro, nella chiesa di Santa Maria in Monticelli, nella cappella di famiglia nella basilica di San Sebastiano, e in diverse altre, a cui si aggiungevano progetti pubblici nuovi, come l'organizzazione della piazza del Pantheon con la fontana pubblica..
Successiva alla nomina pontificia di Giovanni Francesco del 1700, diverse furono le donazioni e i lasciti che andarono ad arricchire la raccolta Albani: tra i più importanti vi furono del cardinale Lorenzo Casoni, che nel blocco di opere che giunsero tra le proprietà del papa spiccava un'Andata al Calvario del Caravaggio (pittore che era presente nell'inventario con quattro opere, tutte poi rigettate in tempi moderni, di cui questa Casoni fu spostata più correttamente a Orazio Gentileschi), del proprio medico personale Giovanni Maria Lancisi, il quale lasciò tra le svariate opere una tavoletta di Correggio raffigurante la Pietà (già donatagli dal cardinale Pamphilj), quella di Antonio Federico Amici riguardante un Ecce Homo di Leonardo, del cardinale Giandomenico Paracciani e del conte di Vasnò, che donarono un'opera del Sarto ciascuno e, per quanto riguarda il conte, un cospicuo numero di ritratti dei re di Svezia e della nobiltà nordica..
Ancora, vi furono quella di Giuseppe Gaetani d'Aragona, che donò opere del Cinquecento veneto di Giacomo Bassano, del cardinale Pietro Ottoboni, che lasciò molteplici quadri, tra cui tre di Giuseppe Maria Crespi, oggi non rintracciate, un Ecce Homo di Guido Reni e una Madonna col Bambino e i santi Giuseppe e Giovannino di Carlo Maratta, del cardinale Giovanni Battista Spinola, tra cui una Consegna delle chiavi di Marcantonio Franceschini,. del principe Gian Battista Pamphilj, che lasciò un Riposo nella fuga in Egitto di Francesco Albani, del cardinale Carlo Barberini, che lasciò quand'era in punta di morte, nel 1704, il Cristo crocifisso di Rubens,. a cui poi si aggiunsero altre svariate donazioni ricevute durante i viaggi di rappresentanza effettuati da lui stesso o dal nipote Carlo, come quelli a Ferrara, dove furono concesse opere del Dossi, del Garofalo, di Bononi (di cui una Madonna col Bambino e santi e un San Luigi che invoca la cessione della peste valutate entrambe 300 scudi l'una) e dello Scarsellino, senza dimenticare i lasciti dei pittori stessi, volti a graziarsi commesse o favoritismi..Nel 1707, intanto, uscì dalle proprietà la Madonna Esterhazy di Raffaello, che il papa acquistò e donò immediatamente a Elisabetta Cristina di Brunswick-Wolfenbüttel, imperatrice d'Austria, probabilmente in occasione della sua conversione alla religione luterana..
Con la nomina di Clemente XI, la famiglia consacrò il ruolo di prim'ordine che aveva costruito nel tempo sul panorama romano. Tutti i beni e le collezioni di cui era proprietario vennero però trasferite al fratello Orazio (1652-1712) con un chirografo del 27 febbraio 1708, compreso i mobili e gli arredi, nonché le pitture che continuava a conservare nelle sue stanze papali a titolo di usufrutto, accumulati prima la nomina pontificia o che gli furono donate a seguito della medesima..
L'inventario di Orazio Albani Orazio, seppur non ebbe mai la presunzione di assumere un incarico politico rilevante, infatti decise piuttosto di rimanere sempre all'ombra dei suoi protettori Barberini, in materia artistica restava comunque una persona molto attenta tant'è che si rivelò proattivo nell'assumere artisti restauratori di opere tra Urbino (dove risiedeva il fratello Carlo) e Roma, entrando in stretti contatti con diversi pittori, tra cui spicca Carlo Maratta, o negli acquisti dietro richieste avanzate direttamente da papa Clemente XI di opere che di volta in volta poi entravano nella collezione. L'artista divenne quasi un pittore di corte per gli Albani, instaurando nel tempo un rapporto collaborativo di lunga durata che culminò con la donazione alla sua morte (nel 1713) della propria collezione personale di pitture che deteneva presso il suo studio (con opere anche di altri artisti). Tra questi lasciti, che furono donati a Orazio, spiccava un disegno preparatorio di Raffaello per la Cacciata di Eliodoro dal Tempio che eseguì in Vaticano e una Madonna col Bambino di Agostino Carracci.. Il Maratta veniva chiamato dal pontefice anche per effettuare lavori di restauro di opere della collezione o di opere pubbliche, come nel caso della ridipintura degli affreschi di Raffaello nelle Stanze vaticane..
Orazio morì il 23 gennaio 1712, poco dopo la nomina cardinalizia voluta dal fratello pontefice in favore del suo primogenito Annibale. I beni personali non andarono né ad Annibale né ad Alessandro, bensì a Carlo, che diverrà capofamiglia.. Poco prima della morte di Orazio, già dal 1710, fu iniziata la scrittura del primo inventario della quadreria Albani, il quale cristallizzava la collezione di pitture da quel momento fino al 1714 inoltrato. Orazio fu quindi il primo estensore dell'inventario Albani..