Il Palazzo Rosso, o palazzo Francesco Ridolfo Brignole Sale, è un edificio storico italiano, sito in via Garibaldi 18, nel centro storico di Genova. È uno dei Palazzi dei Rolli designati, al tempo della Repubblica di Genova, a ospitare gli ospiti di alto rango per conto del governo, durante le visite di stato.

L'edificio è fra i 42 palazzi dei rolli selezionati e dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO il 13 luglio 2006.

Ospita la prima sezione dei Musei di Strada Nuova, che comprendono anche Palazzo Bianco e Palazzo Doria-Tursi, dedicata principalmente alle collezioni d'arte dei Brignole-Sale, in parte ospitate in sale che conservano l'arredo e la decorazione originale.

Storia

Fu costruito tra il 1671 e il 1677 per volontà dei fratelli Rodolfo e Gio Francesco Brignole Sale su progetto dell'architetto genovese Pietro Antonio Corradi che ripropone qui la pianta a U già da questi adottata nel coevo Palazzo Balbi Senarega.G. Colmuto, Profilo stor.-crit. di Palazzo Rosso, in Genova, Strada Nuova, Genova 1967, pp. 239 s. Nell'esigenza di edificare un unico palazzo per le due distinte dimore dei due fratelli, fu scartata la soluzione dell'adiacente Palazzo Cattaneo-Adorno, che prevedeva due simmetriche residenze affiancate, mentre si optò per l'edificazione di due piani nobili, ciascuno riservato ad uno dei fratelli.

Giovanni Francesco I Brignole Sale (1643-1693), figlio di Anton Giulio Brignole Sale (1605-1665) e Paolina Adorno (1610 - 1648), immortalati nella celebre coppia di ritratti di Antoon van Dyck, a seguito della morte del fratello Rodolfo divenne proprietario dell'intero palazzo e ne commissionò la decorazione delle sale ai maggiori artisti del secondo Seicento a Genova.

La decorazione seicentesca I primi interventi decorativi furono realizzati al secondo piano nobile a partire dal 1679 da Domenico Piola e Gregorio De Ferrari, con la collaborazione di quadraturisti e stuccatori (Antonio ed Enrico Haffner). Fu portato a compimento innanzitutto il salone maggiore e l'affresco sulla volta, Fetonte al cospetto del padre Apollo, capolavoro del De Ferrari, distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, di cui nella sala è oggi esposto il bozzetto preparatorioPalazzi in luce, Associazione amici dei musei liguri e di Palazzo Ducale, Genova, 2015. La parete del salone è decorata dal Carro del Sole una grande tela dipinta da Domenico Piola intorno al 1606.

Le sale delle stagioni L'opera dell'anziano Piola e del genero De Ferrari continua nelle quattro sale circostanti, ciascuna delle quali è dedicata ad una stagione dell'anno, ed è considerata dalla critica fra i più alti esiti del barocco genovese.

LAllegoria della Primavera, affrescata fra il 1686 e il 1687 sempre del De Ferrari e restaurata nel 2022, mostra nella volta tra putti e figure che spargono fiori, Venere con Cupido che seduce Marte. Gli elementi tridimensionali che sporgono dal cornicione volti a creare uno spazio illusivo dipinto sono stati realizzati dallo stuccatore Giacomo Maria Muttone. NellAllegoria dell’Estate, è protagonista Cerere, dea delle messi, contraddistinta da un putto che regge un fascio dorato di spighe, mentre i venti invernali sono scacciati dalla ninfa delle brezze, Aura. Anche qui compaiono la figura di Apollo dio del Sole e il leone, segno zodiacale ricorrente in luglio e quindi simbolo dell’estate, ma anche simbolo araldico dei Brignole, in un gioco di rimandi tra astrologia e celebrazione dinastica. A Piola si devono le sale dell'Autunno e dell'Inverno, realizzate in collaborazione ancora una volta con Muttone, e con il quadraturista Sebastiano Monchi, autore degli sfondati prospettici. Al centro della volta con lAllegoria dell’Autunno è rappresentato Bacco, giovane e imberbe, affiancato da Arianna. Sul lato a ponente è raffigurato con Sileno ebbro, baccanti, centauri, satiri e animali cari a Dioniso completano la decorazione insieme al fregio in stucco dorato che simula tralci di vite carichi di grappoli.

Venti freddi, scene di carnevale e di caccia caratterizzano lAllegoria dell’Inverno impersonificato da un giovane intento a scaldarsi accanto a un braciere. Il pittore, di ritorno da un viaggio a Parma, realizza leggere e delicate figure che mostrano evidenti rimandi alla pittura di Correggio. La decorazione delle pareti con prospettive architettoniche è affidata al quadraturista Niccolò Codazzi.

Al figlio di Domenico Piola, Paolo Gerolamo, è dovuta la cosiddetta Loggia delle rovine o di Diana, che nel 1689 circa, ambienta con assoluta originalità il Mito di Diana ed Endimione sulle volte di un palazzo diroccato. In quest'opera, fra le prime del pittore allora ventitreenne, si avvalse ancora della collaborazione di Nicolò Codazzi, autore delle finte architetture in rovina, sulle quali Paolo Girolamo aggiunse sulla volta la figura di Diana, dea della Luna, che contorniata da putti, si cala dal cielo per raggiungere il mitico pastore Endimione raffigurato dormiente a fianco della porta d'ingresso, in compagnia dei cani e di figure di satiri. La favola di Diana-Luna corrisponde simbolicamente e spazialmente a quella di Apollo-Sole del salone centrale creando un unicum narrativo ancora una volta legato al progetto di cosmologia celebrativa del casato familiare dei Brignole-Sale. La loggia, originariamente concepita come una galleria chiusa ornata da lunette affrescate e finestre dai decori rococò, fu sfondata nel corso del restauro degli anni cinquanta.

Nel 1691 iniziò la seconda fase decorativa con gli affreschi di Giovanni Andrea Carlone, Lorenzo De Ferrari, Carlo Antonio Tavella, Andrea Leoncini e di Bartolomeo Guidobono. Gli interventi di restauro e completamento decorativo continuarono fino alla metà del XIX secolo.

Nelle nuove sale le svagate fantasie mitologiche cedono lo spazio a complesse tematiche allegoriche. Sulla volta della Sala della Vita dell’uomo Giovanni Andrea Carlone raffigura in successione prospettica le tre Parche, il Tempo, la Giustizia Divina, l'Astrologia e la Sapienza, mentre i fratelli Haffner sono autori della decorazione parietale, con lAllegoria della Conservazione. Nella Sala delle Arti liberali, Mercurio al centro del cielo getta corone di lauro alle Arti ospitate nelle quattro nicchie sottostanti, fra statue a grisaille che alludono alle quattro parti del mondo. Parzialmente perduta è la decorazione parietale, di cui restano soltanto i paesaggi di Carlo Antonio Tavella, ma non più il finto colonnato che li racchiudeva. La decorazione settecentesca Le mezzarie di Anton Giulio II Brignole-Sale Il piccolo appartamento, riaperto al pubblico nel 2022, è collocato nel mezzanino tra il primo e il secondo piano nobile di Palazzo Rosso. Fu decorato su richiesta di Anton Giulio II Brignole-Sale, che destinò questi spazi a uso residenziale privato. L'aristocratico genovese era l'unico erede maschio della casata, figlio di Gio. Francesco I. Fatture e registrazioni di spese dell'Archivio Brignole-Sale testimoniano che i lavori nelle "Mezzarie del Palazzo di Strada nuova" ebbero inizio nel 1705.Ibidem

La decorazione della prima stanza, adibita a piccola quadreria, fu affidata a Gregorio De Ferrari, che eseguì i putti in volo sulla volta, mentre a Francesco Costa, suo allievo e collaboratore, spettarono le quadrature sulle pareti. Le porte in legno riportano le iniziali del committente: AGB, circondate da serpi, ma non è noto il nome dell’intagliatore.Ivi, p. 383.

La seconda sala, detta “della grotta”, fu affrescata da Domenico Parodi entro il 1710.Ivi, p. 384. La decorazione illusionistica, tipicamente barocca, narra le origini di Roma partendo dall'affresco sulla parete principale che raffigura il Giudizio di Paride, fino ad arrivare alle vicende di Troia e all'infanzia dei due gemelli, Romolo e Remo. Sono infatti destinati alle due nicchie bordate d’alabastro, poste ai lati dell'affresco, i due gruppi scultorei in marmo dedicati alle storie di Giove in forma di cigno con Elena e Polluce e La lupa con Romolo e Remo, rispettivamente di Bernardo Schiaffino e Francesco Biggi.Archivio Storico del Comune di Genova, Archivio Brignole-Sale, Filza XXV, n. 546 A. Originariamente fungevano da fontane ma ad oggi non sono più funzionanti. Le parti in finta architettura della stanza furono invece dipinte dall'artista bolognese Tommaso Aldovrandini. Attraverso la finizione pittorica l’intera stanza assume le sembianze di una grotta. La rievocazione del mondo naturale all’interno di un ambiente cittadino è una tradizione tipicamente genovese: infatti, già a partire dal XVI secolo, nei giardini dei palazzi nobiliari del capoluogo ligure vennero frequentemente realizzate grotte con acqua corrente.

La camera da letto comprende una piccola alcova rialzata la cui apertura è decorata da una cornice intagliata e dorata, mentre le pareti interne laterali sono rivestite da specchi. Sulla parete di fondo, dietro al letto, vi è un'elaborata decorazione a stucco tipicamente barocca, in cui alcuni amorini in volo reggono un finto drappo fiorito simulando un baldacchino. Sul resto del soffitto è dipinta una volta celeste stellata. Il progetto decorativo di questa sala è attribuito a Gregorio De Ferrari, ma non sono noti i nomi degli esecutori. Anche sul parquet intarsiato sui cui poggia il letto sono riportate le iniziali di Anton Giulio II, il cui monogramma viene ripetuto per un totale di dieci volte all’interno dell'appartamento. A quel tempo, la tecnica del parquet rappresentava una novità in Italia: infatti, in quegli anni non risultano simili lavorazioni in nessun altro luogo. La delimitazione di una parte di stanza tramite pavimentazione di questo tipo era invece consuetudine alla corte di Luigi XIV a Versailles.

La morte improvvisa di Anton Giulio II, nel 1710, interruppe i lavori che vennero ripresi dal figlio Gio. Francesco II intorno al 1745. Questi affidò al pittore Giacomo Boni la realizzazione della quarta ed ultima stanza, un piccolo salotto rettangolare rivestito di specchi.

Gli appartamenti del Doge Giovanni Francesco II A metà del Settecento continuatore della committenza artistica fu Giovanni Francesco II Brignole Sale (1695-1760), ambasciatore della Repubblica a Parigi, che nel 1746 fu eletto Doge della Repubblica di Genova. In quell'anno ad opera dell'architetto Francesco Cantone venne definito l'attuale aspetto della facciata, caratterizzato da protomi leonine che segnano gli architravi delle finestre dei due piani nobili. Il simbolo richiama l'arma araldica della famiglia, raffigurante un leone rampante sotto un albero di prugne, chiamate in dialetto genovese brignòle.

Di grande ricercatezza estetica è la decorazione dello studio del Doge Giovanni Francesco II, noto come Salotto delle Virtù romane per le complesse simbologie rappresentate nelle pitture. Ne fu autore negli anni quaranta del Settecento Lorenzo De Ferrari (1680-1744), figlio del celebre Gregorio, che finse sulla volta una complessa architettura in grisaille dove ambientare una serie di soggetti ispirati alla Roma antica, esemplari per il committente impegnato nel governo della cosa pubblicaː L'allocuzione di Scipione in Senato, Le Vestali custodiscono il fuoco sacro, Le matrone offrono i loro gioielli alla patria, Il trionfo militare di Costantino, come esempi del Valore rappresentato dall'allegoria al centro dello sfondato prospettico. La tematica edificatoria continua sulle pareti con gli affreschi delle personificazioni di Virtù, e le tempere con episodi tratti dalla storia romanaː La giustizia di Tito Manlio Torquato nel condannare il figlio, La continenza di Publio Cornelio Scipione nel restituire la fidanzata ad Allucio, La fortezza di Muzio Scevola nel punirsi per non esser riuscito a uccidere Porsenna, e La religiosità di Numa Pompilio.