Il De magistro ("Il maestro") è un'opera composta da Agostino di Ippona tra il 388 e il 391. Si tratta dell'ultimo dei suoi dialoghi, elaborato al suo ritorno in Africa. Cf. A. Bisogno, L'eterno assente. Agostino e la ricerca della verità, Roma 2021, p. 79.
Sintesi e struttura dell'opera L'opera si compone di un solo libro ed è strutturata come un dialogo tra Agostino e il figlio Adeodato. Argomento centrale dell'opera è l'efficacia del linguaggio, vale a dire se - e a che condizioni - chi parla riesce a trasmettere fedelmente il suo pensiero a chi ascolta. Nel dialogo, Agostino sembra in un primo momento accogliere una teoria linguistica 'ingenua', secondo la quale cioè parlare significa trasmettere i contenuti del proprio pensiero utilizzando dei segni (grafici, fonetici, gestuali, etc.). Nel corso del dialogo, Agostino conduce il figlio Adeodato a concludere che, al contrario, il valore delle parole è molto limitato. Esse infatti non sono capaci, da sole, di comunicare un contenuto ma sono semplicemente etichette che, in un particolare contesto linguistico, rimandano a un ricordo, al momento cioè in cui quel suono è stato per la prima volta collegato a un determinato oggetto o concetto. Alla luce di tale fragilità comunicativa, Agostino introduce, nell'ultima parte dell'opera, una riflessione teologica finalizzata a mostrare come solo la comune fede in Dio possa essere garanzia di una comunicazione efficace tra gli uomini. È possibile dunque dividere il De magistro in tre sezioni: nella prima [1.1-10.31], Agostino parte dall'idea che la comunicazione interpersonale avvenga efficacemente con lo scambio di segni linguistici; nella seconda, viene decostruita e ribaltata questa teoria [10.31-11.36]; nella terza, viene offerta una conclusione teologica che si pone come soluzione delle difficoltà emerse [11.36-14.46].
La teoria semiotica agostiniana Il De magistro di Agostino si inserisce nella più ampia riflessione agostiniana sul linguaggio, sulla sua struttura e sulla sua efficacia. Agostino aveva infatti studiato da giovane i Disciplinarum libri di Varrone, grazie ai quali aveva appreso le regole delle arti liberali, vale a dire di quelle discipline degne dello studio di un uomo libero e capaci di fornire una più compiuta e complessiva comprensione della struttura del mondo. In particolare, restringendo il numero di discipline previste da Varrone, Agostino e il mondo patristico e altomedievale accolsero sette arti liberali: tre dedicate allo studio delle regole di corretto funzionamento del pensiero e del linguaggio (grammatica, retorica e logica, anche definita dialettica) e quattro votate invece allo studio delle entità misurabili (aritmetica, geometria, astronomia, musica). Proprio alla luce di tale competenza, Agostino manifestò in gioventù la volontà di scrivere manuali di arti liberali, ma ne realizzò solo una parte. In particolar modo, è giunto a noi un De musica e dei Principia dialecticae, vale a dire un testo sui rudimenti della logica. In quest'ultima opera, Agostino definisce con chiarezza identità e finalità del segno e, più in generale, del parlare:
La parola (verbum) è dunque una emissione di fiato (vox) che si riferisce a una cosa (res) e che ne è segno (signum).
La funzione dei segni ll problema dal quale parte Agostino è come funzionano, nella comunicazione interpersonale, questi signa; essi dovrebbero infatti avere la funzione di un ponte tra gli individui: trasportare cioè nell'animo di chi ascolta l'idea che c'è nell'animo di chi parla. Come affermerà nelle Confessiones, l'uomo ha dentro di se dei desideri (voluntates) che resterebbero muti e mai condivisi con i suoi simili se non esistessero i signa e la comunicazioneAgostino d'Ippona, Confessiones, I, 8, 13. Per questo, nel dare inizio al De magistro, Agostino discute con Adeodato sulla finalità del parlare (loqui) e conclude che quando si parla si usano parole (verba) o per far ricordare (commemorari) qualcosa al proprio interlocutore [1.1-1.2] o per insegnargli (docere) qualcosa. Anche nel caso in cui chi parla non avesse nulla da insegnare ma, anzi, volesse chiedere a qualcuno informazioni su qualcosa che ignora, utilizzerebbe comunque i segni - secondo Agostino - per insegnare: starebbe infatti insegnando al suo interlocutore che non conosce quell'argomento e che ne vorrebbe sapere di più. Ogni parola utilizzata in una comunicazione è dunque un signum, ed è finalizzato a trasmettere un contenuto dall'animo di chi parla a quello di chi ascolta. Per illustrare al meglio la natura semiotica, cioè di segni, delle parole, Agostino chiede ad Adeodato di analizzare tutti i termini di un verso virgiliano.
L'esempio del verso virgiliano Nel verso virgiliano sottopostogli dal padre, «si nihil ex tanta superis placet urbe relinqui» («se niente da tanta città piace agli dèi preservare») Virgilio, Eneide, 2, 659, Adeodato individua otto parole e dunque, per la conclusione prima raggiunta, otto signa. L'analisi dei primi tre signa si rivela tanto complessa quando interessante. La prima parola, «si» (che corrisponde all'italiano «se»), indica il dubbio, l'ipotesi; dunque non è signum di un oggetto (o come direbbe Agostino, di una res) ma di un concetto. La seconda, «nihi» (che corrisponde all'italiano «nulla, niente»), appare subito di difficile comprensione. Se infatti, come è stato premesso, ogni signum è tale se indica, cioè se 'significa' una res, e se ogni parola è un segno, il termine «nihil», se lo si vuol considerare una parola , deve necessariamente indicare una res. Ma quale res può indicare il termine «nulla»? Esso sarà signum non di una res intesa come cosa percepibile con i sensi, ma di una condizione dell'animo (affectio animi): indicherà cioè la sensazione che si prova quando ci si accorge che una cosa che dovrebbe esserci invece non c'è [2.3-2.4]. Il terzo signum del verso virgiliano invece è «ex», che corrisponde alla preposizione italiana «da» e che indica il movimento (reale o figurato) da qualcosa. Per spiegare cosa significhi questo signum, Adeodato propone un suo sinonimo, vale a dire la preposizione «de». Redarguito dal padre, che gli chiede di indicare non un'altra parola che indichi la medesima res ma quale sia la res cui entrambe puntano, Adeodato definisce il campo semantico di «ex» (e dunque anche di «de») come quello della separazione (secretio), dell'allontanamento da un luogo o da una condizione.
Nulla si definisce senza segni Agostino mostra ad Adeodato i limiti della sua risposta: affermare infatti che la definizione del signum «ex» è la «secretio» significa ripetere lo stesso procedimento di pochi istanti prima, quando la risposta alla medesima domanda era stata «de». La conclusione cui vuole giungere Agostino è semplice: quando si deve definire cosa significhi una parola, l'uomo è costretto a usare altri segni. Se infatti la parola che si vuole definire è astratta, come per esempio il termine «libertà», sarà necessario usare una serie di altre parole per definirla (per esempio «condizione esistenziale nella quale la scelta dell'individuo non è limitata da nessuna causa esterna»). Anche se la parola che si vuole definire è un oggetto, come per esempio «sedia», la si dovrà descrivere o attraverso altre parole o indicando una sedia. Ma anche indicare è usare un segno. Dunque, non è possibile definire niente, quando si parla, se non usando segni, di diversa natura ma principalmente parole [2.4-4.6].
Segni che indicano altri segni Posta questa premessa, Agostino si impegna, con Adeodato, ad analizzare le diverse tipologie di segno che possono essere definite. La prima è quella dei segni che indicano segni, come nel caso di parola (verbum) e nome (nomen). In questo caso, infatti, si potrebbe facilmente concludere che ogni nomen, per essere tale, deve essere un verbum: «Tevere» è un nomen in quanto verbum, cioè come emissione di fiato (vox) che 'sta per' qualcosa; è però vero sempre anche il contrario. Ogni verbum, infatti, anche se non indica uno specifico individuo, non ne è cioè il nomen, indica comunque una specifica res. Così, «fiume» è certamente una parola perché è segno della res 'fiume', ma è anche un nome, perché permette di nominare, cioè di indicare il concetto-fiume, al pari di come il nome «Cesare» permette di indicare un individuo [4.7-6.18].
Segni che indicano oggetti o azioni Dopo una breve sintesi della discussione condotta, Agostino e Adeodato cominciano a riflettere sui segni che indicano oggetti o azioni. Agostino introduce l'argomento formulando una domanda ad Adeodato: «Per prima cosa dimmi se l'uomo è uomo» [8.22]. Alle resistenze del figlio, che crede che il padre voglia prendersi gioco di lui, Agostino risponde mostrando quale sia l'ambiguità insita nella sua domanda. Si provi a considerare il primo «uomo» della domanda come signum dell'essere umano; si consideri invece il secondo «uomo» o ancora come signum dell'essere umano, come per la prima occorrenza di «uomo» nella domanda, o come una parola, come l'unione cioè delle due sillabe 'uo' e 'mo'. La domanda assumerebbe due significati diversi: nel primo caso, equivarrebbe a «Dimmi se l'essere umano è un essere umano»; nel secondo, «Dimmi se l'essere umano è una parola di quattro lettere». L'ambiguità nasce dal fatto che la mente, quando ascolta una parola che sa esser segno di qualcosa, non la valuta più come parola ma come segno: per questo, quando ascolta «uomo» non pensa al fatto che sia una vox di quattro lettere ma che sia la parola segno dell'essere umano [8.23]. Sono dunque vere entrambe le affermazioni «l'uomo non è uomo» e «uomo non è un nome»: nel primo caso, perché si assume la parola «uomo» in seconda posizione come signum della vox di quattro lettere «uomo»; nel secondo caso, perché si assume la parola «uomo» in prima posizione nella domanda come signum dell'essere umano [8.24]. Agostino vuole così dimostrare che, nel parlare, l'attenzione di chi ascolta deve essere proiettata alle cose significate e non alle parole usate; nelle domande sin qui analizzate, infatti, la parola usata è sempre la stessa, e cioè «uomo»; varia invece continuamente, a seconda delle intenzioni comunicative di chi parla, il referente semiotico, che oscilla tra l'essere umano e una vox di quattro lettere. Anche in questo caso, l'uso di altri segni per spiegare la parola in questione è essenziale perché permette di indicare a quali dei diversi significati della parola «uomo» si fa riferimento nelle diverse domande.
Agostino dedica la sezione successiva a discutere dei segni che indicano azioni. Anche in questo caso, la conclusione è la medesima sin qui discussa: nulla si può definire senza segni. Se infatti si volesse spiegare cosa significhi il verbo «camminare», non basterebbe semplicemente cominciare a compiere quella azione; sarebbe necessario infatti usare dei segni per far capire quale porzione dell'azione, vale a dire quella compresa tra il momento in cui il soggetto comincia a muoversi e quello in cui si ferma, è indicata con il verbo «camminare» [10.29-10.31].
Nulla si definisce con i segni