I Triumphi di Vincenzo Calmeta sono un poema in cinque canti, d'ispirazione petrarchesca e dantesca, in terzine incatenate di endecasillabi. Composto nel 1497, in esso il poeta deplora la prematura morte della duchessa di Milano Beatrice d'Este, di cui era segretario, e inveisce contro il crudele Fato, invocando la morte affinché gli conceda di seguirla, per poi passare ad una più profonda meditazione sulla miseria umana, sulla Fortuna e su Dio, che si spinge fino all'apostasia. La donna gli appare allora sotto sembianza angelica per confortarlo e trarlo fuori dal suo "passato errore", mostrandogli come in verità tutto si governi secondo il giusto volere di Dio.R. Ruberti, edizione critica dei "Triumphi", pp. XLVI-LIV.
Struttura e tematiche
L'opera è aperta da una lettera dedicatoria a Beatrice preceduta da "Vincenzo Calmeta Beatrice Estense S.D.", seguita da un sonetto in onore della donna. I cinque capitoli sono a loro volta preceduti da rubrichette che ne illustrano il contenuto e fungono da preambolo. La stampa è chiusa da quattro sonetti attribuiti al poeta e composti probabilmente per la morte di Serafino Aquilano, suo carissimo amico.
Tema portante è l'amore per la donna che, sul solco del Dolce Stil Novo, conduce il poeta alla salvezza. Anche in questo caso, secondo l'interpretazione di Rossella Guberti, si tratta di un amore puramente spirituale e non fisico, secondo una visione filosofico-religiosa: Beatrice è guida per gli smarriti sensi del poeta.R. Ruberti, edizione critica dei "Triumphi", p. XXXIV.
L'opera, che si inserisce nella tradizione rinascimentale dei Trionfi, trae ispirazione dalla Divina Commedia di Dante Alighieri e dai Trionfi di Francesco Petrarca, delle cui opere rielabora in modo originale motivi e suggestioni. Beatrice d'Este rappresenta qui dunque la prosecutrice della Beatrice dantesca e della Laura petrarchesca... Il tono vivamente enfatico del poeta, il motivo dell'eccesso amoroso, della voluptas dolendi (compiacimento del dolore) e dell’isolamento dal contesto sociale verso la natura selvaggia rimandano, invece, alla coeva poesia quattrocentesca. "L’abbinamento ricorrente tra dolore e sfondo bucolico deriva dalla tradizione della disperata, che mette in scena gli effetti devianti della follia d’amore".
Inoltre, come osserva Claudia Berra, "l'isolamento asociale e irrazionale" (il poeta si ritira infatti in una villa circondata da boschi), "causato dal dolore per l’amore infelice", richiama di fatto la pazzia del paladino Orlando nel Furioso di Ariosto (pur scritto dopo la morte di Vincenzo) "indagando la potenza più oscura e sovvertitrice della passione". Nel caso dei Triumphi, il poeta-protagonista manifesta tutti i sintomi di un crescente furore: ira, pianto, grida, hybris,. furia suicida, fino allo svenimento conclusivo. Egli attraversa un percorso che inizia come sentimentale per divenire gnoseologico, ma che si mantiene sempre più sulla strada della devozione che non dell'amore vero e proprio. L'amore-passione sarebbe cioè assente, "surrogato dalla venerazione del segretario per la sua signora".
D'altra parte certi versi di un epicedio composto in data imprecisata (forse nel 1501) dall'umanista Pier Francesco Giustolo e dedicato a Vincenzo sembrano offrire un'interpretazione differente circa i sentimenti dell'autore. Si tratta del compianto di un giovinetto poeta, allievo di Vincenzo, il quale nella felice selva ultraterrena allieta le anime dei defunti coi versi che Vincenzo stesso gli ha insegnato:Medioevo e umanesimo, Volume 17, 1974, pp. 271, 302 e seguenti.PER LEGGERE I GENERI DELLA LETTURA ANNO VI, NUMERO 11, AUTUNNO 2006, Pensa MultiMedia 2006, p. 190.
Tra la schiera delle anime compare dunque, improvvisamente, una Beatrice che non può essere altrimenti identificata se non con la stessa duchessa di Milano. Essa interroga il fanciullo poeta sull'attuale condizione di Vincenzo e dice di perdonarlo per le sue "curis secundis", verosimilmente traducibile con "successivi amori". In una successiva edizione dell'epicedio, quella andata a stampa, il nome di Vincenzo venne rimosso, mentre quello di Beatrice subì varie sostituzioni: si tentò dapprima di trasformarlo in quello di una anonima Lycore; fallito questo tentativo, il nome Beatrix divenne Hermosine, misteriosa donna amata da Angelo Colocci,Medioevo e umanesimo, Volume 17, Editrice Antenore, 1974, pp. 276, 309-313. il quale attuò un vero e proprio furto letterario sostituendosi a Vincenzo come dedicatario dell'opera.Lettere italiane, Volume 34, Giuseppe Searpat, Leo S. Olschki Editore, 1982, p. 138.
Occorre in ultimo notare che, a differenza di quanto accade ai suoi illustri predecessori, Vincenzo non si addormenta, bensì riceve l'apparizione della donna amata mentre si trova in uno stato di "stordimento psicofisico", per poi abbandonarsi a un sonno pacificatore soltanto alla fine. Si può osservare la seguente strutturazione dell'opera, dove ogni capitolo costituisce il trionfo, ossia il superamento, del precedente:
Trionfo di Devozione/Amore (che è anche Trionfo della Pudicizia della duchessa) e sopraffazione della Morte e del dolore sul poeta; Trionfo del Tempo e dell'Errore/Follia; sopraffazione della Fortuna; Trionfo di Beatrice, foriera di salvezza, sulla Morte; Trionfo di Sapienza, Virtù e Fama; Trionfo di Ragione, Fede ed Eternità/Immortalità.
Genesi dell'opera
Già nel compendio allArs Amandi di Ovidio, scritto tra il 1494 e il 1497, Vincenzo aveva espresso il desiderio di celebrare l'allora vivente duchessa in un'opera più elevata:. "Altrove mostrar spero l'intelletto | alzando a volo una immortal fenice | che sarà al basso stil mio alto suggetto".. I Triumphi non furono dunque un prodotto del tutto estemporaneo.
L'opera non appare semplicemente una consolatoria di tipo cortigiano e non risulta nemmeno che Vincenzo l'abbia mai presentata al duca Ludovico Sforza, marito di Beatrice, il quale del resto viene menzionato poche volte, e sempre in riferimento alla donna (in qualità, cioè, di marito o consorte). La lettera incipitaria, indirizzata a Beatrice nell'intestazione, è in verità rivolta ai lettori (specialmente ai posteri), dunque parrebbe che non vi sia un dedicatario o che, essendovi, esso sia la stessa Beatrice. L'autore, nella prefazione, dichiara di aver composto il poema a Roma, subito dopo aver ricevuto la notizia della morte della donna. Così infatti scrive: "adonqua io, che in lei ogni mia speranza aveva collocata e mia servitù fin a morte aveva dedicata, e trovandome in Roma per alcune mie occurrenzie e ignaro de tanto caso, poi che me fu sua repentina e immatura morte annunciata, così amaramente incominciai a deplorare".Non è affatto chiaro quando avesse lasciato Milano né perché, motivazione che egli volutamente tralascia di spiegare, ma è da credergli, in quanto Vincenzo appare convinto che la morte della donna sia avvenuta "a' giorni cinque de genaro", quando in verità risaliva alla notte fra il 2 e il 3 dello stesso mese. Ciò indurrebbe a pensare che egli abbia assunto a giorno della morte quello in cui la notizia pervenne a Roma, essendo del resto in quel tempo le strade innevate e le comunicazioni difficoltose, e che si sia "dal consorzio umano separato" e condotto "in una amena e solitaria villa non molto da Roma discosto" prima di attendere più chiare notizie, sempre che non si tratti di un errore di stampa. Simone Albonico si mostra tuttavia stupito dal fatto che Vincenzo si fosse allontanato dalla corte proprio un momento tanto delicato nella vita della propria signora.Ludovicus dux. L'immagine del potere, S. Albonico, Appunti su Ludovico il Moro, 1995, p. 69.
Le sorti misteriose Il manoscritto originale è andato perduto: ne rimangono due soli esemplari a stampa impressi da Pietro Capha e conservati l'uno alla Biblioteca Palatina di Parma, l'altro alla Biblioteca Trivulziana di Milano, in cattivo stato di conservazione. Entrambi recano sul frontespizio il titolo "Triumphi della felice memoria del preclarissimo poeta misser Vincenzo Calmeta. Opera molto dilectevole e novamente impressa".
I due volumi a stampa non recano data di pubblicazione, ma è verosimile che essa sia postuma all'autore. In base ad alcuni indizi la data è fissata da Rossella Guberti al 1510. La dicitura sul frontespizio del resto confermerebbe il fatto che l'autore non ebbe controllo nella stampa, anzi che fosse già morto. Non è possibile affermare se si tratti di una editio princeps o di una ristampa, ma "novamente impressa" lascia propendere per la seconda possibilità.
Dalla composizione (1497) alle prime stampe superstiti (1510) trascorrono oltre dieci anni, e non si sa cosa sia avvenuto dell'opera in questo lasso di tempo. Vincenzo potrebbe non aver voluto per varie ragioni pubblicarla. In effetti in quel periodo, con l'impulso della nuova stampa, era in voga la pubblicazione delle opere postume di autori vari. I versi dell'epicedion di Pier Francesco Giustolo precedentemente citati, associati da Augusto Campana al Calmeta e dunque alle rime in morte di Beatrice, inducono a pensare a una circolazione manoscritta o a un'edizione a stampa precedente quella del 1510.
Argomento Lettera dedicatoria Il poeta tesse gli elogi della duchessa con una descrizione delle sue virtù e delle sue attività; ne racconta succintamente la morte, il profondissimo dolore mostrato dal duca suo marito e non di meno il proprio.Rassegna critica della letteratura italiana, Volumi 1-2, 1896, E. Percopo, pp. 146-148.
Capitolo primo Per 136 versi il poeta si duole della prematura morte della donna. Inizia domandandosi, con incredulità, se la notizia sia vera. Si rivolge a coloro che vogliono imparare cosa sia la sofferenza, invitandoli ad ascoltare "el mio infelice canto" e poi avverte che "se nel mondo è alcun che sia contento", conviene che distolga gli occhi e chiuda gli orecchi, per non accompagnarlo "in tal tormento".
Da qui inizia una lamentazione struggente contro la Morte, che gli ha tolto il bene più prezioso, nel dispensare il quale "l'avaro Cielo" gli era stato così generoso. Da notare anche che il bene, nella lingua letteraria, significa la persona amata. Egli desidera avere i cento occhi di Argo, poiché i suoi sono ormai consumati dal pianto, e si paragona ad uccelli canori del mito: un cigno del Meandro, fiume della Lidia nelle cui acque vivevano molti cigni: secondo il mito il cigno, già caro ad Apollo per la soavità del canto, canta ancor più soavemente quando si sente vicino alla morte; Filomena, violentata da Tereo re della Tracia e trasformata in usignolo; la tortora,Vincenzo Calmeta, Triumphi, a cura di Rossella Guberti, pp. 3-33. simbolo di un amore puro, fedele ed eterno, poiché, secondo la tradizione, "non fa mai fallo al suo compagno, e se l'uno more, l'altro osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde e non beve mai acqua chiara".Cecco d'Ascoli, Mario Alessandrini, G. Casini, 1955, p. 151.Segue la richiesta, da parte del poeta, di morire, così da poter continuare a servire devotamente la propria signora come faceva quand'era in vita. Chiede di riposare accanto alle sue "caste ossa" e addirittura ardisce provocare la Morte con queste parole:
Segue una deplorazione dello sfortunato parto e delle sorti del figlio, morto insieme alla madre, destinato al Limbo in quanto non battezzato, mentre Beatrice è stata, a suo parere, ormai elevata al Cielo:
Quindi la invoca, dichiarando di volerle donare questo suo poema, non potendo darle nient'altro, in quanto il Cielo gli ha concesso la sola virtù di poeta:
La supplica infine di pregare Dio da parte sua, affinché lo faccia morire al più presto e gli permetta così di raggiungerla:
Capitolo secondo