Labbazia di Val Tolla, o abbazia di Valtolla, o abbazia di Tolla o monastero dei Santi Salvatore e Gallo di Val Tolla, fu un’abbazia benedettina di rilevanti dimensioni situata nei pressi di Monastero, frazione del comune italiano di Morfasso, in provincia di Piacenza, edificata nel VII secolo e definitivamente demolita al termine del XVIII secolo, la cui giurisdizione si estese per alcuni secoli su tutta l'alta val d'Arda.

Dopo secoli di oblio, viene considerata oggi dagli studiosi “un interessante caso di strumento di controllo politico‐militare e presidio religioso e assistenziale di una 'area di strada’, oggetto di continua protezione regia e uno dei primissimi esempi di eccettuazione monastica”..

Campagne di scavi hanno portato alla luce, nel sito archeologico di San Salvatore di Tolla presso la località Chiesa Vecchia della frazione Monastero del comune di Morfasso, i resti di tre edifici religiosi sovrapposti nel corso dei secoli, la cui struttura complessiva è ancora interrata in attesa di ulteriori campagne archeologiche.

Storia Nascita dell'abbazia ed espansione verso Castell'Arquato

Edificata in un luogo strategico dell’alta val d’Arda, in corrispondenza delle direttrici di traffico verso la Liguria come il passo del Pellizzone e la Bocchetta di Sette Sorelle, alternative al valico del monte Bardone che da Fidenza portava all’antica città di Luni e dove passava una stretta lingua di terra che collegava i rimanenti possedimenti bizantini in Emilia con quelli in Liguria, l’abbazia di Tolla fu edificata in un momento imprecisato del VII secolo, tra il 616 e il 680 secondo le fonti storiche disponibili,. in un territorio delimitato a valle dal torrente Arda, a monte della località Collerino e ai due lati da Rio della Chiesa e Rio Caselle..

Fondata probabilmente come semplice ospizio o cappella privata dalla comunità siriaco-orientale in fuga dalle persecuzioni dei re longobardi,. l’abbazia appare per la prima volta nelle fonti storiche in un documento scritto risalente all’anno 744, quando il re longobardo Ildelbrando la confermò al vescovo di Piacenza – a seguito dell’incendio che aveva devastato la città, distruggendone i documenti precedenti. - insieme ai monasteri di Fiorenzuola d’Arda e Gravago.. Nell'arco di poco meno di un secolo, quindi l'abbazia di Tolla era cresciuta di importanza - probabilmente in virtù della sua collocazione su un'area di confine allora strategica, tra il mondo longobardo e quello ligure-bizantino - al punto da passare dalla condizione di luogo di culto privato a monastero soggetto alla protezione regia, pur rimanendo sotto la giurisdizione canonica della diocesi di Piacenza (sotto la quale essa resterà ancora per più di un secolo, prima di passare alla diocesi milanese).

Dopo questa fugace, ma fondamentale apparizione nelle fonti storiche rimaste, le tracce dell’abbazia si perdono per quasi un secolo e mezzo, fatta eccezione per la registrazione di una commutazione avvenuta nell’826 tra l’abate Ansfrido di Nonantola e il vescovo Elmerico, al contempo abate di Tolla.. Commutazione che, tuttavia, risulta essere di grande importanza per ricostruire la storia di Tolla poiché fotografa un momento di espansione dei possedimenti dell'abbazia dalla zona di origine, posta nell'alta valle dell'Arda, verso la più fertile pianura del basso corso del torrente, in direzione dell'abitato di Castell'Arquato.

Protezione regia e indipendenza dalla diocesi di Piacenza

L’abbazia di Tolla acquisì un’importanza crescente a partire dal IX secolo quando l’ultimo degli imperatori carolingi, Carlo il Grosso re d’Italia, confermò la protezione regia del luogo di culto, apparentemente in diretta continuità con la protezione fornita dai re longobardi. In un documento, datato 21 dicembre 880, l'abbazia viene descritta esplicitamente come posta sotto la protezione del sovrano, e per la prima volta ne vengono elencati i possedimenti situati nelle località Cadinario, Legrolo, Adilio, Casanova e Vidriano. La riconferma della protezione regia fu, con ogni probabilità, una necessità determinata dalle possibili ingerenze del vescovo di Piacenza sui possedimenti dell’abbazia allora in piena espansione..

Un ulteriore diploma regio, questa volta risalente al 903 e a firma del re d’Italia Berengario I, confermò la protezione della massima autorità secolare sull'abbazia di Tolla, a cui venne assegnato anche il castello di Sperongia, costruito a difesa dalle allora frequenti incursioni degli ungari e dei saraceni. Negli stessi anni, poco prima o poco dopo il diploma di Berengario, al “mundebundio” regio si aggiungeva la concessione dell’abbazia alla diocesi ambrosiana, rafforzando l’indipendenza di Tolla dalla locale diocesi di Piacenza.. Un vero e proprio scambio, quello del passaggio di Tolla dalla diocesi piacentina a quella milanese, da ricondursi al ben più ampio movimento di scambi, alleanze e sostegno reciproco tra potere temporale e spirituale, dove il potere e l'autorità crescente dell'arcivescovo di Milano contribuiva in maniera determinante a sostenere l'incerta autorità dei re d'Italia nel contesto dell'avanzato stato di dissoluzione del fu impero carolingio.

Limitazione del potere vescovile prima di Fleury e Cluny La rilevanza non solo locale dell'abbazia di Tolla venne ulteriormente confermata, infine, da una bolla papale dell’ottobre 939 a firma di papa Stefano VIII,. dove il monastero appare essere dedicato, oltre che al Salvatore, anche all’apostolo Pietro per sottolinearne il diretto collegamento con la sede apostolica.. Tra i privilegi concessi dal Papa all'abbazia si aggiungeva infatti il divieto, imposto ai vescovi di Pavia, Piacenza e Parma, di ricevere le "chiese battesimali e le relative decime" al posto dell'abate di Tolla, cui venne concessa la facoltà di prendere il sacro crisma, di far consacrare i sacerdoti e le chiese della sua giurisdizione a qualsiasi vescovo, di giudicare i monaci del cenobio e di poter essere giudicato solo dalla sede apostolica.

Una scelta, quella di sottrarre il governo dell'abbazia alle ingerenze dei vescovi locali, che creò un forte precedente e che ha portato gli studiosi a ritenere quello dell'abbazia di Tolla “uno dei primi esempi di forte limitazione delle prerogative vescovili” in termini di gestione dell’ordine e di giurisdizione, precedendo di alcuni decenni i casi ben più noti di Fleury e Cluny..

Massima espansione territoriale Pur senza mai diventare uno stato a sé, la giurisdizione dell’abbazia di Val Tolla coincise per lungo tempo con un territorio dotato di ampia autonomia maturata attraverso un lento processo di acquisti, donazioni e legittimazioni imperiali e regie durato secoli. Nel momento di massima espansione territoriale, tra i secoli XI e XII, la giurisdizione dell’abbazia si estendeva per circa . e comprendeva i comuni e le frazioni di Morfasso, Olza, Sperongia, Pedina, Settesorelle, Vezzolacca, Monastero, Castelletto, Vernasca e Lugagnano,. anche se l’incertezza sugli esatti confini permane e altrettanto la distinzione tra i possedimenti e i territori soggetti alla sola giurisdizione abbaziale.

Il processo di espansione terminò verosimilmente nei primi secoli del secondo Millennio, quando la giurisdizione della valle di Tolla consentiva all'abate e alla locale comunità monastica di esercitare nel territorio, a nome e per delega dell’impero, le funzioni pubbliche.. Lungi dall’essere limitata agli uomini di chiesa, la tendenza all’autonomia da parte degli abitanti della val Tolla proseguì anche nel corso del XII secolo quando, durante le lotte comunali, il giovane comune di Piacenza impose anche nel territorio di Tolla la sua supremazia, sostituendo all’autorità abbaziale quella dei suoi consoli e magistrati.

Declino e sottomissione ai Visconti di Milano Pur nella scarsità dei documenti e delle fonti storiche disponibili, è possibile far risalire l'inizio del declino ad alcune sentenza del tardo XII secolo di esito contrario agli interessi dell'abbazia: la prima, del 1191, in cui essa perse la giurisdizione della parrocchia di Macinesso in favore del vescovo di Piacenza, Tedaldo, e la seconda del 1192, in cui la chiesa del Castelletto eretta dall'abate di Tolla veniva attribuita alla giurisdizione dell'arciprete di Castell'Arquato, primi segnali di un arretramento territoriale che non si sarebbe ma più arrestato..

Ritornati gli abati, l’autonomia dell’abbazia e dalla valle non sopravvisse ancora a lungo: nel 1370 l’allora abate di Tolla, Luchino da Cella, sottomise il monastero e la comunità monastica alla protezione del duca di Milano e signore di Piacenza Galeazzo Visconti.. Dopo essere stata feudo dei conti Rossi di Piacenza a partire dal 1445 e del conte Sforza di Santa Flora dal 1545, dal 1624 fino al 1804 l’abbazia di Tolla (o, meglio, quel che ne restava) e le terre del relativo feudo rimasero infine sotto il possesso degli Sforza e Sforza Cesarini, eredi di Mario Sforza, duca di Fiano..

Fine dell'abbazia

Gli ultimi passaggi di proprietà andarono di pari passo, infatti, con una situazione sempre più critica dal punto di vista dell'integrità strutturale dell'edificio e della sopravvivenza della stessa comunità monastica, che la perdita dell’autonomia aveva con ogni probabilità contribuito a dissolvere. Nel 1492 morì l’ultimo abate dell’abbazia, frate Francesco Zanetti di Vallemozzolo, e con la sua morte se ne andò anche l’ultimo monaco benedettino ivi residente. Quarant’anni dopo la chiesa non era già più chiamata, nei documenti, “Ecclesia Monasteriii Sacti Salvatoris de Tolla”, come era sempre stato fin dalla sua fondazione, ma semplicemente “Ecclesia Sanctorum Salvatoris et Galli de Monasterio”, sancendo così il definitivo ripiegamento alla dimensione di parrocchia locale e periferica dell’abitato della frazione di Monastero..

Pur in assenza di descrizioni o raffigurazioni esatte, è stato possibile accertare in base agli atti notarili vergati al suo interno che l’abbazia di Tolla fosse un edificio religioso di dimensioni ragguardevoli, contenente – oltre alla chiesa – un chiostro, un porticato, un loggiato, una sala Magna, le stanze dell’abate, una sala capitolare, una sala per le udienze dell’abate, l’orto e una torre. A partire dalla metà del XV secolo il chiostro, il loggiato e il piazzale scomparvero dai documenti notarili, e solo la torre e la chiesa (probabilmente ricostruiti nel corso del XIV e XV secolo in concomitanza con la dedicazione dell’abbazia a san Gallo, che andò ad aggiungersi a quella tradizionale riferita al Salvatore e a quella - temporanea - riferita a san Pietro) rimasero accessibili fino al XVIII secolo inoltrato.

Nel 1765 l'edificio rimanente venne demolito per costruire una nuova chiesa di dimensioni più contenute. Come ebbe a scrivere il capitano Antonio Decaro nel 1805, quasi cinquant'anni dopo, nei suoi appunti di viaggio tra le vallate piacentine:

Il destino dell'antico luogo di culto, frequentato ininterrottamente per oltre un millennio, era ormai segnato: constata la persistente pericolosità del territorio, soggetto da tempo immemore a frane e smottamenti, nel 1891 anche la chiesa settecentesca venne definitivamente demolita e i resti sarebbero rimasti sepolti per oltre un secolo nella vegetazione circostante.. Solo i resti del pozzo e del canale in pietre attraverso cui l'abbazia si procurava l'acqua potabile dalle sorgenti di Tollara erano ancora visibili all'inizio del Novecento, secondo le ultime testimonianze raccolte dallo studioso Jesini durante il suo fondamentale lavoro di riscoperta..

Campagne archeologiche e ritrovamento dei resti