Corvo de' Corvis è personaggio inventato per i festeggiamenti e le recite popolari di carnevale a Roccascalegna, in Abruzzo, che non ha nessuna effettiva corrispondenza con esponenti realmente vissuti della famiglia Corvi. I nomi di personaggi storici realmente esistiti e attribuiti a Corvo de' Corvis sono molteplici e vari: a volte si chiama Annibale, altre Giuseppe o Pompeo.

Da questi festeggiamenti e dalle alterazioni venute ad esserci nel corso del tempo, nei ricordi o memoria popolare è nata la leggenda di Corvo de' Corvis. Infatti, Corvo de' Corvis non è realmente esistito, ma si attribuisce la sua identità a uno dei baroni della famiglia Corvi ucciso durante una ribellione contro il vicereame spagnolo (1646-1647 circa) capeggiata da personaggi come Masaniello, Giulio Genoino ed Enrico II di Guisa (1614-1664), che aspirava al trono di Napoli. Infatti, nel 1647 durante una sommossa contro il Vicereame di Napoli, capeggiata localmente (in Abruzzo) dal genovese Giovanni Grillo, fedele a Enrico II duca di Guisa, gli abitanti del castello di Fontecchio (fedeli ai Corvi e agli spagnoli), resistettero all’assedio, finché la vedova di Pompeo Corvi (barone sia di Roccascalegna che di Fontecchio), Giulia Muti (Muzi o Mutij) difese eroicamente le mura e la città uccidendo con un colpo di spingarda il capo degli assediatori.

La creazione e invenzione del personaggio Corvo de' Corvis, che non è realmente esistito, si comprende solo facendo riferimenti e spiegando il significato del carnevale. Infatti, si tratta di uno dei tanti personaggi che venivano interpretati durante il carnevale, ossia durante il rito propiziatorio per la fertilità e di esorcizzazione del male che ricorreva ogni anno durante i festeggiamenti mascherati e recitati di carnevale. Secondo studi antropologici il potente, vescovo o feudataria, piuttosto che sciamano, attraverso un rito liberava dal male la fanciulla rendendola fertile. A Roccascalegna, il carnevale ha perduto le sue tradizioni e non è rimasto vivo col suo significato originario e legato alle feste pagane (i Saturnali e i Baccanali), di conseguenza nel corso del tempo ci sono state alterazioni nel rito e nel suo ricordo. Invece, nello Storico Carnevale di Ivrea, dove l'allegorica rivolta della Battaglia delle Arance e l'omicidio del feudatario che si apprestava a esercitare lo ius primae noctis sulla Mugnaia, tutto è rimasto più chiaro. La stessa cosa si può intrevvedere nella leggenda della Lechera di Rocca Grimalda. A Roccascalegna la maschera di "corvo de Corvis" nacque intorno al XVII secolo, quando governava la famiglia Corvi, poi coi Nanni sparì.

Le leggende Varie sono le leggende su Corvo de' Corvis.

La più nota narra che a metà del 1600 un certo barone de Corvis impose ai suoi vassalli di venerare un corvo nero, chi si rifiutava veniva arrestato e gettato nelle segrete. Si trattava di un'adorazione che aveva antiche radici romane nei confronti dei corvi (considerati messaggeri degli dei), già praticata dagli antenati della famiglia Corvi appartenenti alla gens Valeria, che rimasta viva anche oggi, si pensi per esempio ai corvi della Torre di Londra legati al destino della corona d'Inghilterra. Un'altra versione della stessa leggenda narra che il corvo fu chiamato “corvo de Corvis”, ossia corvo della famiglia Corvi, in quanto le persone alle quali gracidava venivano buttate nelle segrete. Successivamente, in altre leggende, il nome “Corvo de Corvis” fu attribuito al barone. Secondo altre versioni, in molti identificano Corvo de' Corvis col nome di Annibale. Perché Annibale Corvi (1570-1638), che ereditò il feudo dal padre Vincenzo, impalmò nel 1597 la marchesa Giovanna Zazzera (o Zazzara). Questa nobildonna una volta rimasta vedova si risposò nel 1606 con Annibale II Corvi, sindaco di Sulmona che acquisì anche il titolo di marchese di Zazzera. La marchesa si Zazzera, appartenente a una famiglia anticamente originaria di Venezia (la famiglia Zazzera in origine si chiamava Zorzi), aveva l'abitudine di indossare la maschera detta "bautta" per evitare i cattivi odori e le malattie, rassomigliando così a un corvo atropomorfo tanto da prendere l'appellativo "Corvo de' Corvis". Qualcosa di analogo sembrava facesse anche il marito Annibale (forse il primo marito della marchesa Giovanna Zazzera), sempre per evitare malattie, secondo le conoscenze del XVII secolo. In questo periodo i feudatari di Roccascalegna introdussero una tassa sul matrimonio, correlata a una sorta di controlli medici effettuati sia per controllare la verginità della donna che lo stato di salute, prevenendo così il diffondersi della peste. Così, colui che effettuava la verifica non era distinguibile dai feudatari, perché entrambi portavano la "bautta" ed erano coperti per prevenire le malattie. Di conseguenza una fanciulla destinata al matrimonio, dopo essere stata esaminata dal medico della peste dotato di bastone, terrorizzata e inconsapevole di quanto le stessero facendo, incrociò il barone che indossava la bautta e per errore lo uccise brutalmente per poi diffamarlo sulla base delle sue convinzioni. Altra leggenda legata a questo personaggio è la legge dello “Ius Primae Noctis”, ovvero “il diritto della prima notte”. Da un punto di vista storico si trattava del pagamento di una tassa e probabilmente di un controllo da parte del potente locale, per esempio un vescovo o un feudatario e in tempi più recenti un medico (si veda il caso della regina Vittoria con Lady Flora Elizabeth Rawdon-Hastings)Rappaport, Helen, Queen Victoria: A Biographical Companion, ABC-CLIO, 2003, p.188.Hibbert 2001, p. 57Elizabeth Longford, Victoria RI, di verificare che la donna fosse virgointatta prima del matrimonio. Nella leggenda però si aggiunge che per sposarsi era necessario pagare, per riscattare la propria sposa oppure cedendola per una notte al feudatario. Sempre secondo il folclore popolare, una coppia di sposi non aveva denari, quindi la sposa che passò la notte col barone lo colpì a morte. Corvo de Corvis, morente, si appoggio la mano sul cuore col tentativo di fermare il sangue e poi la appoggio al muro, lasciando un'impornta indelebile e “maledicendo la stirpe della sua assassina”, mentre la folla inferocita assaltava il castello. Inoltre, la leggenda narra che nei successivi tempi la “mano di sangue” non andò mai via nonostante i tentativi di cancellarla, finché nel 1940 parte del castello crollò portandosi via anche la camera dove avvenne l’omicidio. Un’altra leggenda, più recente, aggiunge che nelle notti di tempesta quando le nubi basse accarezzano la torre, un volo di corvi preannuncia il ritorno del barone, che passeggia inquieto per le stanze del castello, cercando la pace eterna.

Probabilmente è nato tutto dal fatto che durante XVII secolo, diversamente da quanto avveniva nel medioevo, molti amministratori locali ritennero opportuno sottoporre le novelle spose a un controllo di tipo medico, inserendo così una tassa che ricordava lo ius primae noctis medievale. Il controllo era fatto da una persona che indossava l'abito del medico della peste e che a Roccascalegna venne chiamato "corvo dei Corvis", cioè corvo della famiglia Corvi, perché a Roccascalegna la famiglia potente del luogo che metteva a disposizione il medico si chiamava guardacaso Corvi. Il popolo, che non era istruito e colto come la nobilità e il clero, non comprendeva il senso di questo controllo medico a pagamento, atto a evitare la propagazione di malattie come la peste, oltre che al controllo della verginità femminile per motivi socio-culturali rimasti vivi fino a tempi molto recenti. Oltretutto la persona colta e/o potente che indossava la maschera per effettuare il controllo (il corvo era anche simbolo di grande sapienza e conoscenza), utilizzava un bastone speciale come accessorio per esaminare le pazienti senza toccarle, con lo scopo di evitare contatti con eventuali appestate.

L'utilizzo del bastone dava l'impressione di un sopruso ai visitati tanto, da indurre a travisamenti, incomprensioni e convinzioni sbagliate di quanto stesse accadendo e, da diventare così motivo di ribellione.

Le origini Da un punto di vista storico e religioso, il carnevale e le "feste dei folli" rappresentavano un periodo durante il quale l'ordine costituito dagli amministratori locali (vescovi, preti, feudatari, ecc.) era sostituito dal caos. Una volta finito questo periodo riemergeva l'ordine perduto precedentemente, rinnovato per un ciclo valido fino all'inizio del carnevale seguente.

Quando si festeggiavano le feste popolari come carnevale oppure le "feste dei folli", si forniva una immagine ridicola e deformata della gerarchia ordinatrice e dominante durante il resto dell'anno (da qui il detto "a Carnevale ogni scherzo vale"): per esempio con la gerarchia ecclesiastica, si usava rappresentare il Papa seguito dai vescovi e del popolo dei fedeli impersonati da attori; oppure si inscenavano recite in cui al posto della gerarchia ecclesiastica c'era quella dei nobili. Erano forme popolari che potevano permettersi di satireggiare le gerarchie ecclesiastiche o feudali solo in questo periodo dell'anno. Durante alcuni di questi riti, si inscenava l'uccisione del potente da parte di una donna, simbolo di rigenerazione della vita. A questo periodo seguiva la Quaresima e poi la Pasqua, che è appunto il fresteggiamento di rigenerazione e resurrezione di Gesù sacrificato e morto in croce per portate amore e ordine. Dal caos e dalla morte dell'ordine, rappresentato dal potente del luogo incompreso e sacrificato, ritorna l'ordine: questo era il significato della recita carnevalesca di vari luoghi sparsi in tutta Italia e in Europa, o anche in alcuni riti della Mesopotamia, messe in scena presso cattedrali o chiese locali. Nei paesi e i villaggi, sprovvisti di cattedrale (presente solo in città), i festeggiamenti avvenivano presso castelli e chiese locali.

Il nome del personaggio, Corvo de' Corvis, ossia privo di nome e cognome specifici e alterato più volte, fa riferimento generico alla famiglia feudale ed è stato attribuito al personaggio durante il periodo in cui la famiglia Corvi amministrava Roccascalegna (il XVII secolo d.C.), ma poteva essere cambiato a seconda del più attuale nome del feudatario o amministratore locale. Non va dimenticato che i Corvi, di antica ascendenza romana e quindi con abitudini e tradizioni tramandate di generazione in generazione, erano della città di Sulmona che diede i natali al latino Publio Ovidio Nasone autore nelle Metamorfosi di "Apollo e Coronide". Per questo motivo potrebbero aver introdotto qualche rito o usanza legata alle Metamorfosi di Ovidio, ai Saturnali e ai Baccanali.

La rappresentazione carnevalesca di Corvo de' Corvis era legata appunto alla tradizione del carnevale, antica tradizione mantenuta anche dopo l'avvento del Cristianesimo in tutta Italia. Per esempio, anche a Roma, capitale del Cristianesimo, si ricorda che la maggiore festa pubblica tradizionale era il Carnevale Romano, con le sue caratteristiche e peculiarità diverse da quello di Roccascalegna e di tutti i carnevali locali d'Italia, poi fu soppresso negli anni successivi all'Unità d'Italia e così si sono dimenticate e perdute tradizioni. Oppure, si ricorda l'esempio lampante e chiaro dello Storico Carnevale di Ivrea, famoso per il suo momento culminante della Battaglia delle Arance, allegoria della ribellione del popolo contro i nobili che dominavano ed erano portatori di amore e ordine, nonché famoso per la leggenda della Mugnaia di Ivrea.

In Abruzzo esistono altre leggende inerenti al sopruso del feudatario con il suo conseguente omicidio da parte di un popolano, che hanno origine in questo tipo di festeggiamenti carnevaleschi. Esistono leggende del barone di Archi e del castello Malanotte ridenominato Buonanotte (Montebello sul Sangro).