Palazzo Papafava dei Carraresi, già Palazzo Trento, è un palazzo di Padova, sito nel centro storico della città.
Storia Il palazzo, la cui costruzione durò più di mezzo decennio, venne eretto nel 1761 per volere del conte Giambattista Trento con progetto di Giovan Battista Novello (1715-1799) in forme barocche.
Nella primavera del 1804 morì il conte Decio Trento, e i suoi due nipoti Francesco (1782-1848) e Alessandro (1784-1862) Papafava dei Carraresi ebbero l'idea di acquistare il palazzo. L'acquisizione fu complicata a causa di un malinteso: il palazzo era stato venduto ai conti Antonio e Nicolò Vigodarzere; ma nel 1806 i Papafava, durante un viaggio a Padova, riuscirono a trovare un accordo con i Vigodarzere e trasferendo la proprietà di palazzo Trento a loro.Alistar Rowan, Storia di un collezionista, in Alessandro Papafava e la sua raccolta, Un architetto al tempo di Canova, Vicenza, 2019
Fin da subito i due fratelli prendono contatto con l'architetto Gian Antonio Selva per avere consigli sulla ristrutturazione, che viene successivamente realizzata personalmente da Alessandro. I lavori di ristrutturazione dell'ala meridionale che iniziarono nel Dicembre del 1806 implicavano numerose demolizioni e riadattamenti, e vennero conclusi alla fine del 1808. Nel novembre del 1817 Francesco Papafava si sposa con la nobildonna romana Luisa Boncompagni Ottoboni dei duchi di Fiano, e nella primavera del 1818 la coppia si trasferisce a Padova nell'appartamento nell'ala meridionale del piano nobile, appositamente decorato e arredato su progetto dello stesso Alessandro.
Nel corso del primo conflitto mondiale il palazzo, dove la famiglia dei nobili Papafava trascorse tutti gli anni della guerra, divenne punto d'incontro per militari, personaggi politici e figure di spicco culturale, e si prestò a essere osservatorio privilegiato della guerra e luogo di sosta o di passaggio di tutti coloro che transitavano per Padova da o per il fronte. Padova, nonostante fosse arretrata rispetto alla linea del fronte, risulta infatti essere un importante centro politico e snodo ferroviario. Già dal 1915 la nobildonna Maria Meniconi Bracceschi, vedova del conte Francesco Papafava dei Carraresi (1864-1912) allestisce e dirige il "laboratorio Papafava" nel salone da ballo del palazzo, dove raduna decine di donne volontarie dedite al confezionamento delle divise per i combattenti, da cui escono più di 30.000 indumenti.<ref>Guido Solitro, Padova nella Guerra (1915-1918), Libreria Editrice A. Draghi, Padova, 1933</ref> Dopo la disfatta di Caporetto, la famiglia sottoscrive circa 2 milioni di lire come prestito al debito pubblico.Valeria Mogavero, Novello Papafava tra Grande Guerra, dopoguerra e fascismo, 2010 Nel 1917 il palazzo ospita la missione militare francese presso il comando dell'esercito francese, e risulta così completamente inglobato nelle retrovie del fronte.Francesco Papafava, Palazzo Papafava, crocevia fra cronaca e storia, Padova, 26 Febbraio 2014 Abbiamo dimostrazione dell'influenza che la famiglia aveva sulla popolazione grazie a un appunto del colonnello Angelo Gatti che in data 11 Novembre 1917 scrive che il generale Felice D'Alessandro, comandante generale dell'artiglieria, riuscì quasi a convincere la famiglia Papafava a "sgombrare ad ogni costo": una volta diffusa la notizia dell'imminente partenza della famiglia, i padovani cominciano a temere gravi avvenimenti. La famiglia decise perciò di rimanere in città per contribuire al quieto vivere cittadino, operando assistenzialmente sia a livello militare che civile-sanitario. Grazie all'impegno dimostrato la contessa Maria Papafava dei Carraresi ottenne la croce di guerra al merito.Lucangelo Bracci Testasecca, Dai dragoni del Genova ai bersaglieri di Boriani, testo di Francesco Papafava, Gaspari Editore 2006
Ai tempi dell'ultimo conflitto mondiale il palazzo fu sede del rettorato dell'Università di Padova (vi alloggiò per un periodo anche il rettore Concetto MarchesiEzio Franceschini, Concetto Marchesi dal 25 Luglio 1943 al rifugio svizzero di Loverciano , Aevum , Gennaio-Aprile 1971, Anno 45, Fasc. 1/2, p. 60, il quale vi istituì il Comitato di liberazione nazionale regionale Veneto). Con la nascita della Repubblica Sociale Italiana il palazzo venne requisito e al suo interno vi fu ubicato il Ministero della Cultura popolare.Valeria Mogavero, Papafava dei Carraresi, Novello, in Dizionario Biografico degli Italiani - Vol. 81 (2014), Treccani Il pregevole giardino del Palazzo è citato nel libro "Viaggio in Italia" di Guido Piovene.
Descrizione Il palazzo è di notevole mole e dal prospetto classicista, situato in un lotto angolare posto tra Via Marsala, Via Barbarigo e Via Papafava. L'impostazione degli spazi interni è inusuale per l'area veneta: le stanze si organizzano a partire da un grande atrio d'accesso con colonne doriche su cui si apre uno scalone in stile juvarriano, affrescato da Francesco Zugno. Tale configurazione sarà ripresa, qualche anno più tardi, nel Palazzo Maldura.
La volumetria della residenza viene scandita da due corti, tra le quali si inserisce il corpo di fabbrica ospitante il salone di rappresentanza. L'ala Ovest ospita al piano nobile gli appartamenti neoclassici progettati da Alessandro Papafava, mentre ad Est si trova l'area barocca con il grande salone affrescato. A Sud dell'edificio si apre il vasto giardino inglese.
Facciata La forma del costruito si adatta in pianta al lotto irregolare, creando una forma trapezoidale e ponendo l'attuale via Marsala come asse di sviluppo principale longitudinale, individuando lì la facciata d'ingresso.
Divisa in tre fasce in corrispondenza dei vari piani e scandita quasi simmetricamente dal portone d'ingresso, la facciata doveva essere di diciannove campate, solo cinque delle quali, quelle centrali, dovevano essere arricchite di decorazioni architettoniche. Tuttavia l'esterno venne lasciato incompleto nel 1763Alistar Rowan, The Architect of the Palazzo Papafava in Padua, The Burlington Magazine, Aprile 1966, Vol.108, No. 757. La facciata viene pensata al livello inferiore in bugnato liscio con un frontespizio posto al di sopra di semipilastri, i quali scandiscono l'andamento delle aperture incorniciate che compaiono doppie sull'asse verticale. In corrispondenza del piano nobile il bugnato sparisce, e i semipilastri si affusolano ciascuno in due eleganti semicolonne binate corinzie nelle campate centrali, mentre quelle più esterne sono decorate con paraste sempre di ordine corinzio, e questi elementi architettonici scandiscono anch'essi l'andamento delle finestre, le quali appaiono incorniciate e decorate con timpani triangolari che diventano centinati alle estremità del prospetto. Sempre al primo piano si ha in corrispondenza del portone d'ingresso sottostante un piccolo balcone con una portafinestra centinata. Il terzo livello in altezza, corrispondente alla parte superiore del salone, si sviluppa solo per le cinque campate centrali, e qui nuovamente le colonne binate diventano due semipilastri semplificati decorati da mensole che si sostituiscono alle doppie colonne sottostanti.
Sul lato dell'ingresso principale si apre il severo atrio dorico colonnato, realizzato attraverso l'utilizzo ritmico della pietra grigia.
Scalone Dall'atrio si accede al monumentale scalone barocco affrescato che permette di raggiungere il piano nobile, il quale è posto trasversalmente rispetto alla facciata d'ingresso e si sviluppa lungo l'asse Sud-Est. Qui Francesco Zugno realizzò un affresco a contorno mistilineo sulla parte centrale del soffitto, raffigurante Il carro del Sole con Zefiro e Flora, mentre la Notte precipitaA. Tomezzoli, V. Mancini, D. Ton, Affreschi nei palazzi di Padova. Il Sei e Settecento, 2018.
Al primo piano, a sinistra dello scalone, dopo un secondo piccolo atrio, si trovano gli appartamenti neoclassici ottocenteschi, mentre a sinistra dello stesso si sviluppa l'area più barocca, con il salone affrescato.
Salone Il salone principale progettato da Giambattista Novello, di forma ovale e voltato, si eleva su due piani d'altezza, occupando tutta la larghezza dell'edificio tra via Marsala e il cortile interno, ed è magnificamente decorato nella sua interezza. La parte perimetrale del soffitto si incardina su un sistema di vele raccordate alle pareti, nella cui parte superiore si aprono tre finestre su ciascun lato maggiore. Sul lato opposto all'ingresso si apre un piccolo vano, simmetrico rispetto all'atrio, a cui si accede attraverso due coppie di colonne.Alistar Rowan, Storia di un collezionista, in Alessandro Papafava e la sua raccolta, Un architetto al tempo di Canova, Vicenza, 2019, p. 50
Affreschi del salone Sulla volta affrescata da Zugno si apre un'affollata scena ambientata nello spazio celeste, dove i vari personaggi, tra cui le personificazioni delle stagioni, protagoniste della scena, si collocano tra le nubi. Partendo dal basso l'allegoria dell'Estate, vestita in giallo, impugna un falcetto, mentre invece sulla destra è raffigurato l'Autunno come una donna in veste rosa, la quale alza un ramo di vite. Sopra di questa si vede in lontananza la personificazione dell'Inverno , rappresentato come una vecchia ammantata intenta a riscaldarsi al calore di un braciere, contrapposta invece alla Primavera centrale, fanciulla adornata di fiori. La sala è inoltre ricca di affreschi a trompe-l'œil che simulano delle finte finestre affollate di personaggi e scorci prospettici.
Appartamento neoclassico
L'ala occidentale del primo piano fu riprogettata personalmente da Alessandro Papafava in occasione delle nozze di Francesco con la nobile Luisa Boncompagni del 1817, in modo che la ragazza potesse trovare al suo arrivo a Padova un appartamento degno e alla moda. Il conte quindi operò al rinnovamento di cinque stanze quasi identiche, tutte poste in sequenza e di forma quadrangolare. Le prime due sale create rispettavano la precedente struttura muraria, avevano funzione di ricevimento ed erano un'anticamera rettangolare e un salotto semicircolare; in corrispondenza dell'angolo dell'edificio invece Alessandro operò uno sconvolgimento dell'assetto murario in modo da ricavare un'elegante camera da letto.
La prima stanza che si trova entrando nell'ala neoclassica è la stanza di collegamento tra l'atrio e il salotto, dove viene realizzato un ciclo di bassorilievi creati da Rinaldo Rinaldi, Luigi Zandomeneghi e Bartolomeo Ferrari che narrano alcuni episodi dell'Odissea: Penelope che impone al cantore Fermio di tacere le lodi di Ulisse, La mestizia di Penelope nell'atto che sta per consegnare ai Proci l'arco di Ulisse onde provare nel certame proposto il meritevole di sua mano, Ulisse riconosciuto dalla nutrice Euriclea nell'atto di lavargli i piedi, Calipso che dà permissione ad Ulisse di tornare alla patria e Ulisse naufrago che si presenta a Nausicaa. Da qui si nota come il protagonista nei bassorilievi non sia Ulisse, bensì la donna, o meglio le donne che servono ad esemplificare le doti che la sposa ideale deve avere: l'assoluta fedeltà al suo sposo, la sintesi di bellezza, regalità, pudore e astuzia, la custodia fedele della casa, esemplificare il piacere dell'uomo, la purezza. Il soffitto di questa stanza è arricchito da cassettoni ortogonali contenuti da un cavetto.Alistar Rowan, Storia di un collezionista, in Alessandro Papafava e la sua raccolta, Un architetto al tempo di Canova, Vicenza, 2019, p. 85