È considerato il fondatore del movimento artistico dell'Art Brut. Tale corrente artistica si sviluppa dal 1947Giorgio Cusatelli e Giovanni Raboni (a cura di), Enciclopedia dell'arte Garzanti, Aldo Garzanti Editore, Milano 1973, fino a quel momento il percorso di Dubuffet è stato così riassunto da Hal Foster: 1917, sedicenne, frequenta la scuola d'arte di Le Havre, dove risiedeva con la famiglia; 1918-1919 frequenta per breve tempo l'Académie Julian di Parigi; nel 1924 rinuncia alla pittura per entrare con riluttanza nell'azienda vinicola di famiglia; nel 1933 troviamo Dubuffet ancora in campo artistico con una serie di maschere in cartapesta e marionette di amici per poi rinunciare ancora all'arte nel 1937; morte del padre e fallimento del matrimonio; difficile situazione vissuta al tempo dell'Occupazione quale mercante di vini; nel 1942, dopo il congedo militare nel 1940, Dubuffet entra nel mondo dell'arte, ricominciando tutto da capo, come si legge nel Prospectus et tous les écrits suivantes (Gallimard, 1967).Hal Foster, Brutal Aesthetics: Dubuffet, Bataille, Jorn, Paolozzi, Oldenburg, Princeton University Press, Princeton and Oxford 2020, pp. 25 e 69
Biografia
Era il figlio di Charles-Alexandre Dubuffet e Jeanne-Léonie Paillette, ricchi commercianti di vino.
Durante il periodo parigino Dubuffet frequenta Suzanne Valadon, Fernand Léger e Raoul Dufy, ed ha una forte influenza su di lui il libro L'arte dei folli (Bildnerei der Geisteskranken, Berlin, 1922) dello psicoterapeuta amante dell'arte Hans Prinzhorn. È stato scritto che il tedesco Prinzhorn era stato «già fonte di ispirazione per Paul Klee, Max Ernst e la generazione surrealista, e che Dubuffet conosceva bene: (...)» Eva di Stefano, Art Brut, in Arte dossier, n. 373, Firenze Milano, Giunti Editore S.p.A., 2020, pp. 11 e 5-6.
Dubuffet è anche affascinato dalla produzione dei popoli primitivi, dall'arte africana e dai disegni tracciati dai bambini.
Nel 1921 l'amico Georges Limbour chiede cinque xilografie a Dubuffet, destinate ad illustrare il poema di Roger Vitrac pubblicato sul numero 2 della rivista Aventure
Nel 1923 vive in Italia e nel 1924 in Sudamerica. Smette di dipingere per molti anni, lavorando come disegnatore industriale. Per un lungo periodo si occupa della gestione dell'Azienda vinicola familiare di Buenos Aires. La scelta di diventare pittore è avvertita in lui fin dai tempi dell'Académie Julian ma poi, più volte ritrattata, diventa definitiva nel 1942 e, nel 1944, tiene la sua prima mostra personale alla Galerie René Drouin di Parigi nel 1946 con una presentazione di Michel Tapié.
È stato scritto che in questo periodo lo stile delle sue opere è influenzato dall'astrattismo di Paul Klee.
L'attività artistica
Inizia nel 1945 il vero e più sentito percorso artistico di Dubuffet, quando teorizza e introduce il concetto di Art Brut, lavori che sono spontanei, immediati, prodotti da persone prive di specifica formazione artistica, come i malati mentali, i bambini. Nel 1947, assieme ad André Breton, Paulhan e Drouin fonda la "Compagnie de l'art brut": il termine definisce l'attività creativa di "artisti loro malgrado", che creano senza intenzioni estetiche, per una personale pulsione emotiva confluente in una comunicazione immediata e sintetica. Contemporaneamente organizza una mostra esponendo i disegni di bambini e alienati mentali.
L'interesse di Breton per i disegni dei malati mentali risale al 1916, quando era infermiere al centro psichiatrico Saint-Dizier di Nantes. La prima esposizione importante dell'art brut, nell'ottobre del 1949, riunisce più di 200 opere alla Galleria Drouin. Così si legge nel Dictionnaire André Breton dove è scritto anche come Breton, a un certo punto, rimproverasse a Dubuffet di restringere il concetto dell'art brut alla produzione dei malati mentali. Dubuffet, in occasione «della mostra collettiva (...) alla Galleria Douin, tenutasi in ottobre» scrive L'Art Brut préferé aux arts culturels, dove si legge: «La vera arte è sempre là ove non la si attende. Là ove nessuno pensa a lei, né pronuncia il suo nome».Jean Dubuffet, A ruota libera, Graphos, Genova, dicembre 1997, pp.7 e 62
Organizza la sua prima personale americana che si svolgerà a New York, alla Pierre Matisse Gallery. Sin dall'inizio della sua avventura artistica, Jean Dubuffet rivendica delle posizioni anticulturali, poiché secondo lui la cultura impoverisce, soffoca, livella, genera tenebre e, per dirla in altri termini, è asfissiante. Il suo obiettivo è quello di liberarsi della tradizione artistica, per andare alla ricerca di forze artistiche originali e tracciare una nuova strada per l'arte.
Seguendo l'esempio di numerosi pittori dell'avanguardia, quali Kandinskij, Mirò o Klee, Dubuffet presta un'attenzione speciale ai disegni infantili. Confrontando un grande numero di disegni e dipinti eseguiti da Dubuffet tra gli anni Quaranta e Cinquanta con opere infantili che egli ha avuto tra le mani e che hanno suscitato il suo interesse, è facile riscontrare una serie di influenze iconografiche e formali. Il disegno infantile non costituisce per lui un modello estetico. Se a livello formale sono presenti alcune similitudini con l'arte infantile, questo elemento deve essere letto come il riflesso di un'influenza determinante di tutt'altra portata, che permea il suo approccio filosofico e ideologico. New York lo colpisce, e vi risiede dal 1951 al 1952; dopodiché torna a Parigi, dove ha luogo nel 1954 una retrospettiva al Cercle Volney. Dal 1949 al 1960 si dedica a vari cicli di opere: Paysage Grotesque (1949-1950), Corps de Dames e Sols et Terrains (1950-1952), Assemblage e Texturologie (1953-1959), Materiologìes (1959-1960). Sperimenta anche in campo musicale, assieme all'amico Asger Jorn. Nel 1957 lo Schloss Morsbroich a Leverkusen, in Germania, è il primo museo che gli dedica una retrospettiva. Lo seguiranno successivamente il Musée des Arts Décoratifs di Parigi, il Museum of Modern Art di New York, l'Art Institute di Chicago, lo Stedelijk Museum di Amsterdam, la Tate Gallery di Londra e la Solomon R. Guggenheim Museum di New York. Venezia ospita le sue opere a Palazzo Grassi nel 1964, con l'esposizione dei quadri di una serie iniziata nel 1962, l'Hourloupe.
Viene pubblicata una raccolta di scritti, Prospectus et tous écrits suivants nel 1967, anno in cui inizia la realizzazione di strutture architettoniche da lui progettate; poco dopo inizia varie sculture monumentali commissionategli per esterni. Nel 1971 realizza i suoi primi oggetti scenici, i "practicables". Nel 1980-1981 ha luogo una ricca retrospettiva all'Akademie der Künste di Berlino, al Museum Moderner Kunst di Vienna e alla Joseph-Haubrichkunsthalle di Colonia. Nel 1981 il Solomon R. Guggenheim Museum di New York gli dedica una mostra in occasione dell'ottantesimo compleanno. Dubuffet muore a Parigi il 12 maggio 1985.
La sua collezione dedicata all'Art Brut è ora ospitata presso la Collection de l'art brut di Losanna, in Svizzera. La collezione viene spesso definita un "museo senza muri", in quanto trascendeva i confini nazionali ed etnici e abbatteva efficacemente le barriere tra nazionalità e culture.
Argomento ed opera È stata notata in Dubuffet una vicinanza all'approccio satirico per quanto riguarda la sua visione artistica: questi deforma satiricamente la realtà, svalorizzando intenzionalmente l'immagine. Se nel contesto della pittura novecentesca il lavoro di Dubuffet è stato inserito nella tendenza rappresentata da una schiera di artisti che mostrano un chiaro discredito verso la realtà figurata quali ad esempio Lucio Fontana, Alberto Burri, Antonio Tàpies, nel suo caso la figura, anche se deformata, non viene abbandonata e pur subendo una satirica deformazione non ne rappresenta una caricatura, ma viene ad essere lo sguardo unico dell'artista.
Nell'opera di Dubuffet troviamo il superamento dell'antitesi arte figurativa - arte astratta. «Egli sostenne la necessità di un altro linguaggio (art autre), nel quale la materia non si pone più come passiva, ma come attiva e determinante della creazione artistica, (...)». A tale proposito nel Catalogo Per sommi libri, gli artisti delle avanguardie e il libro, Les murs di Dubuffet/Guillevic è collocato tra quelli delle nuove correnti figurative «coeve dell'astrattismo (...) del secondo dopoguerra (...) rappresentate» dal gruppo COBRA., «Asger Jorn, Corneille, Enrico Baj, Francis Bacon e dal libro realizzato a quattro mani da Pierre Alechinsky e Roberto Matta Echaurren»
Ancora, che occorre fare attenzione a confondere la materia di un artista e l'opera che ha creato operando una metamorfosi e che Dubuffet, a proposito dei suoi Sols ha dichiarato che i suoi suoli non sono pittoreschi, fatti di rovine storiche o lussuriosi, bensì pavimenti sporchi o terra nuda polverosa che nessuno si prenderebbe la briga di notare e ancor meno di dipingere e che invece per lo stesso artista sono tele di incanto e di giubilo, non discostando di fatto il suo sguardo da un motto di Giovan Battista Marino: «È del poeta il fin la meraviglia». Da notare che durante il soggiorno italiano del giovane artista l'Editore Nerbini pubblica l'Adone del Cav. Marino, illustrato con «Quadri originali di Fabio Fabbi». D'altra parte negli anni che vanno dal 1920 al 1922 Dubuffet vive «una fase di isolamento durante la quale si interessa alla letteratura, allo studio delle lingue e alla musica». A proposito degli scritti quelli di Dubuffet sono innumerevoli e «molti scrittori professionisti potrebbero invidiargli le invenzioni verbali in uno stile audacissimo, gli innumerevoli aneddoti, i veloci ritratti di personaggi». Tra l'altro «Dubuffet è l'unico pittore, assieme a Picasso, che abbia sistematicamente documentato e pubblicato tutta la sua opera: più di quaranta volumi illustrati con una messe di note tecniche estremamente dettagliate» a cui «vi si dedicò senza interruzione a partire dal 1942». Nei testi datati dal 1946 (Prospectus, Commentari), l'artista, «insofferente della estetica tradizionale, lontana dalle esperienze dell'uomo comune, portò alla luce (...) quelle forme di arte spontanea che sono proprie dei bambini e degli alienati» in realtà volendo indicare «ogni genere di manifestazione espressiva bruta, spontanea e immediata, priva di intenzioni culturali e di sovrastrutture estetiche».
Dubuffet spezza la tradizione francese che ritiene «inaccettabile che un artista sia coinvolto nel mondo degli affari», dove dimostrò effettivamente notevole abilità, e «non poteva essere più lontano dall'artista alla Van Gogh: è un pittore di una pasta completamente nuova e il simbolo di una nuova epoca», i primi interessi più legati alla letteratura che alla pittura. Interessi che insieme alla pittura vanno da Dostoevskij, ai balletti russi di Diagilev, a Terenzio, a San Gregorio di Tours.Laurent Danchin, Jean Dubuffet, Rusconi libri srl, Santarcangelo di Romagna 2003, © Paris 1993, pp. 28 - 38, 54
Dubuffet dal 1942 si dedica definitivamente al lavoro artistico, un processo lento scansionato da crisi come quella del 1933, quando il grossista di vini apre uno studio di pittura dove opera nel tempo che si ritaglia dall'attività commerciale, mettendo così in crisi il proprio matrimonio, non sopportando la moglie una vocazione imprevista del marito, vocazione che la porterà tra l'altro ad accusare Dubuffet, l'amante alla luce del sole «della bella moglie di Léger», di omosessualità. Realizza allora cicli pittorici e scultorei come Metériologies (1958 - 1960), Paris Circus (1961 - 1962) e L'Hurloupe, la cui idea nasce nel luglio 1962 dalle tracce casuali che lo stesso artista esegue mentre è al telefono.
Dubuffet e l'Italia