La famiglia Passionei fu una nobile famiglia urbinate, trasferitasi a Fossombrone nella seconda metà del Cinquecento, che ebbe un ruolo di prima importanza nella storia di Urbino e dello Stato Pontificio. Ad essa appartennero il beato Benedetto da Urbino, il vescovo di Pesaro Giovanni Francesco e il cardinale Domenico Silvio, noto bibliofilo, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
I Passionei strinsero alleanze matrimoniali, tra le altre famiglie, con i Cybo, i Roverella, i Carpegna, i Mellini, gli Ondedei e i Mosca, e furono imparentati con i papi Innocenzo VIII, Alessandro VII e Clemente XI. Ad essi appartenne l'omonimo palazzo di Urbino, considerato il più importante esempio di architettura privata del Quattrocento nella città.
Storia
Origini La famiglia, che secondo la leggenda discenderebbe da uno dei pastori che adorarono il Bambino Gesù a BetlemmeLa leggenda deriva dal cartiglio presente nello stemma, con il motto "Gloria in excelsis deo" cantato dagli angeli alla Nascita di Cristo (Lc 2, 15). Secondo altre versioni, la famiglia deriverebbe da uno dei Re Magi o, addirittura, dagli angeli che cantarono quella lode (v. nota seguente)., è attestata a Urbino, forse proveniente da SienaIbid., fin dal XIII secolo con Passioneo, Gonfaloniere di Urbino nel 1251. La genealogia nota comincia con il Nobilis Vir Benedetto, documentato nel 1354, padre di Ser Paolo, documentato dal 1408 e rettore di una Confraternita nel 1416Le confraternite allora esistenti a Urbino erano quelle di San Giovanni Battista e del Corpus Domini.. Le fortune della famiglia erano già a quest'altezza cronologica considerevoli: Paolo fu finanziatore di una delle numerose guerre che sconvolsero Jesi al principio del XV secoloGenealogia di casa Carpegna, op. cit., p. 70. Suo figlio Guido fu Gonfaloniere della cittàGenealogia di casa Carpegna, op. cit., p. 70, e così i figli di questi, Paolo e Lodovico, Gonfaloniere nel 1470Delle antichità picene, op. cit., p. 246.
Ascesa
Paolo guadagnò grandi ricchezze grazie a privilegi sul commercio del sale, diventando tesoriere di Federico da Montefeltro ed entrando alla sua corte come suo Maggiordomo; ebbe tra i suoi beni la villa suburbana oggi nota col nome del successivo proprietario, Francesco Paciotti, e acquistò nel 1474 dal duca il palazzo che fece riedificare in belle forme avvalendosi probabilmente degli stessi architetti del signore, Luciano Laurana e Francesco di Giorgio Martini, e delle stesse maestranze al lavoro in quegli anni al palazzo ducale. Suo figlio Giovanni Francesco (m. 1540), Gonfaloniere di Urbino nel 1493 e ambasciatore della Comunità nel 1511Delle antichità picene, op. cit., p. 293, fu Scrittore Apostolico e proseguì nel consolidamento della posizione economica della famiglia, acquistando da Ottaviano Petrucci per 290 fiorini i mulini dell'Acquasanta a Fossombrone in due successive compere del 1523 e 1533; le cartiere collegate ai mulini, date in affitto a diversi gestori nel corso dei secoli, rimasero del casato fino alla sua estinzione. Giovanni Francesco sposò in prime nozze Maddalena Benedetti e in seconde nozze Camilla Luperti di Cagli, che portò in dote nella famiglia cospicui beni nella sua città d'origine. Un figlio, Simon Guido (1515-1536), morì giovane a Padova, dove studiava; a lui il padre eresse un monumento funebre nella chiesa di San Bernardino, mausoleo dei Duchi di Urbino. La discendenza continuò con Paolo e Domenico, che contrassero entrambi ottimi matrimoni.
Il ramo di Paolo Paolo sposò Aurelia Roverella, di nobile famiglia ferrarese, figlia di Giovanni VIII, primo conte di Sorrivoli, a sua volta figlio dell'arcivescovo di Ravenna Filasio e fratello del vescovo di Ascoli Filos; la madre di Aurelia era una Petrucci di Siena. Dei tre figli della coppia, Ersilia sposò il senese Alessandro Marsili e fu la nonna di papa Alessandro VII ChigiGenealogia di casa Carpegna, op. cit., p. 69, mentre l'unico maschio Giovanni Francesco ebbe da Emilia Mellini, sorella del cardinale Giovanni Garzia, i figli Passioneo, morto improle, e Camilla, moglie del conte Orazio II di CarpegnaIvi, p. 71. Il ramo di Paolo si estinse così nell'antica famiglia del Montefeltro, portando Camilla in dote i numerosi beni della sua linea, tra i quali alcuni alberghi dati a censo a Cattolica e un palazzo di San Giovanni in Marignano.
Il trasferimento a Fossombrone
Domenico, secondogenito di Giovanni Francesco e Camilla Luperti, sposò Maddalena Cybo, figlia di Aranino, nipote diretto di papa Innocenzo VIII e cognato di Andrea Doria. Da Maddalena, che lo imparentava tra gli altri con la dinastia dei sovrani di Massa e Carrara, oltre che con il grande ammiraglio genovese, Domenico ebbe undici figli. Egli, ancora Gonfaloniere di Urbino nel 1548, fu, dopo la morte del fratello Paolo, a capo della famiglia nel corso dei primi anni '60 del Cinquecento quando ebbe avvio la vicenda del sofferto trasferimento del casato a Fossombrone: le fonti narrano, alludendo forse a un dissesto economico, di una spavalda scommessa persa dal nipote Giovanni Francesco con Francesco Paciotti, scommessa che lo costrinse per mantenere la parola data, su imposizione del Duca di Urbino, a vendere i suoi beni in città al celebre architetto militare; la famiglia si sarebbe ritirata a Rimini, dove l'avrebbe raggiunta l'ingiunzione del duca, pena la confisca dei beni presenti nel ducato, a tornare nei suoi territori: i Passionei si sarebbero dunque stabiliti prima a Cagli e poi a FossombroneMemorie del conte Francesco Paciotti, op. cit., pp. 32-34 (parlando di Domenico come Giovanni Francesco). Qualunque sia il grado di aderenza alla realtà di questa versione, è documentata in effetti la vendita al Paciotti tra il 1563 e il 1568 di gran parte dei beni immobili dei Passionei a Urbino: il palazzo di città e due poderi a Montefabbri, che furono il nucleo originale della contea di cui fu investito l'ingegnere nel 1578, e la villa oggi nota come Ca' Paciotti; ad ogni modo, Domenico, morto nel 1564, risulta possessore di un palazzo a Fossombrone già nel 1559, e ciò testimonierebbe forse un intento di trasferirsi precedente alla vicenda della vendita. La famiglia risiedette in effetti a Cagli nel corso degli anni '70 del secolo per trasferirsi definitivamente a Fossombrone al principio del decennio seguente con Silvio, figlio di Domenico.
Il beato Benedetto
Dei numerosi fratelli di Silvio, che con il suo matrimonio con Vittoria Baviera, nobile di Senigallia, proseguì la stirpe, si ricordano Paolo (m. post 1617), cavaliere di Malta, primo dei tre del casato, ricevuto nell'Ordine nel 1577, e soprattutto Marco (1560-1625), in religione padre Benedetto da Urbino, venerato come beato dalla Chiesa Cattolica. Nato a Urbino e cresciuto prima nella capitale del ducato e poi, dopo il trasferimento della famiglia, a Cagli, si addottorò nel 1582 in utroque a Padova e fu mandato a Roma a seguito del cardinal Giovanni Gerolamo Albani, con l'intento di avviarlo a una carriera curiale. Tornato a Fossombrone, dove la famiglia si era ormai stabilita, si avvicinò all'Ordine Cappuccino, che all'epoca, nel pontificato di Gregorio XIII, era in un momento di espansione in tutta Europa ma che aveva avuto le sue origini proprio nelle Marche, con Matteo da Bascio, nato nei feudi dei Carpegna e sostenuto nei suoi difficili inizi da Caterina Cybo, duchessa di Camerino, parente di Marco da parte maternaCaterina era cugina prima del nonno di Marco, Aranino Cybo.. Superata l'opposizione della famiglia e dei superiori dell'Ordine, motivata dalla sua salute cagionevole, vestì l'abito il 1 maggio 1584 e fu ammesso con il nome di fra' Benedetto dopo l'anno di noviziato, ricevendo l'ordinazione sacerdotale entro il 1590. Dopo un biennio in missione in Boemia (1600-1602) tornò nelle Marche, dove visse fino alla morte ricoprendo numerosi incarichi di definitore e guardiano di conventi e guadagnandosi fama di predicatore e profeta. Alla sua morte, avvenuta in odor di santità nel 1625 a Fossombrone, il corpo fu preso d'assalto dai fedeli per aggiudicarsi delle reliquie e si dovette procedere all'inumazione nella fossa comune del convento. La famiglia, che commissionò a Giovan Francesco Guerrieri un suo ritratto diffuso con un'incisione di Luca Ciamberlano e numerose copie e si adoperò nel favorire la circolazione di una Vita manoscritta, opera di padre Ludovico da Rocca Contrada, sostenne da subito la causa di beatificazione, tentata una prima volta per volere del vescovo Giovanni Francesco (v. oltre) vent'anni dopo la sua morte e avviata definitivamente solo nel 1793, dopo il riconoscimento del corpo, grazie all'impegno del conte Lodovico, ultimo esponente del casato. Padre Benedetto Passionei fu beatificato, dopo il processo canonico del 1838-1844, da Pio IX nel 1867: le sue spoglie, un tempo nella cappella gentilizia dei Passionei in Cattedrale, sono oggi venerate nel convento dei Cappuccini di Fossombrone. La sua memoria ricorre il 30 aprile, giorno della morte.
Secoli XVII-XVIII La famiglia, che aveva avuto il suo primo apogeo grazie alle abilità politico-finanziarie di Paolo di Guido, si mantenne in alto stato anche dopo l'allontanamento dalla corte urbinate mediante un'oculata amministrazione dei suoi beni e delle cartiere dell'Acquasanta (per il possesso delle quali fu impegnata in una causa con i forosempronesi Ridolfi nel corso del Seicento) e grazie alle fortunate carriere ecclesiastiche di vari suoi membri, fino all'ascesa alla porpora cardinalizia di Domenico Silvio, il quale a sua volta favorì la carriera di numerosi parenti. Ammessi nella nobiltà civica di Fossombrone, anche a seguito di pressioni da parte delle gerarchie prelatizie, i Passionei acquisirono nel Seicento il titolo comitale e nel secolo successivo, con la carica di Conservatore ricoperta dal conte Giovan Francesco, il patriziato romano. Nello stesso periodo la famiglia, che già con lo scrittore apostolico Giovanni Francesco, il primo del suo nome, autore di versi latini e greci, aveva avuto cultori delle umane lettere, si distinse sempre più per il suo amore per le arti e per il suo mecenatismo, in particolare nelle persone del conte Giovanni Francesco e dei prelati Guido, Domenico Silvio e Benedetto.
I Passionei nel Seicento
Il vescovo Giovanni Francesco, Domenico e la sua discendenza