I Giardini dell'Arena sono un’area verde nel cuore di Padova, nonché tra i primi giardini pubblici nati in Italia all’inizio del XX secolo (anni 1906-1907).

Il giardino, su un'estensione di circa  m² è impostato con uno stile tardo romantico in voga all'epoca della realizzazione.

L'Arena Romana A nord di Padova sorge l'antico teatro edificato in età Claudio-Flavia, intorno al 70 d.C.; si tratta di un anfiteatro destinato ai combattimenti tra gladiatori e fiere.

Alla caduta dell’Impero romano, nel 476 d.C., Padova subì saccheggi e distruzioni e l'edificio dell'Arena cadde in disuso rimanendo abbandonato per lungo tempo.

Nel 1880, all’indomani dell’acquisto da parte del Comune di Padova della Cappella degli Scrovegni e dell’Arena, Antonio Tolomei, assessore e poi Sindaco della città, organizzò una prima campagna di scavi, diretti dall’architetto Eugenio Maestri per riportare alla luce l'antico edificio.

Il Palazzo e la Cappella degli Scrovegni Caduto l’impero romano, Padova subì un lungo periodo di declino fino al 774 d.C quando Carlo Magno ne promosse la rinascita, affidandole un ruolo politico significativo.

L'Area vide diversi passaggi di proprietà: affidata al Vescovo di Padova Milone per concessione imperiale, venne trasferita nelle mani di famiglie di gonfalonieri del vescovo e da queste ai Dalesmanini.

Agli inizi del 1300 Enrico Scrovegni, illustre banchiere, figlio di Rinaldo, facoltoso usuraio padovano, acquistò l'Area dai Dalesmanini e vi fece edificare un sontuoso palazzo di cui la cappella era oratorio privato; oltre a ciò, godeva dello spazio dell’anfiteatro e del rigoglioso giardino che si estendeva nello spazio retrostante.

Alla morte di Enrico Scrovegni, la Cappella e l'area circostante si susseguirono in una serie di trasmissioni ereditarie: nel 1443 al nobile Francesco Capodilista, nel 1451 al Patriarca di Aquileia che la donò al nipote Alvise Trevisan, che poco dopo la vendette ai conti veneziani Alvise e Giovanni Foscari. Ai primi dell’Ottocento la contessa Marta Foscari, ultima discendente della famiglia, sposò Pietro Gradenigo portandogli in dote anche l’intero complesso della cappella e del palazzo attiguo. Da qui iniziò un periodo di incuria, tanto che nel 1817 crollò “per non medicata vecchiezza” il protiro cinquecentesco della Cappella degli Scrovegni. A nulla valsero i ripetuti solleciti delle autorità locali ai conti Gradenigo perché provvedessero in qualche modo ai restauri degli immobili. Il 14 gennaio 1819 il Podestà di Padova inviò una missiva in cui invitava i conti a sistemare gli immobili recuperandoli oppure a cederli alla città. Per risposta il Gradenigo iniziò pian piano a demolire il palazzo Scrovegni, per la vendita del materiale edile. Raso definitivamente al suolo nel 1834, fu sostituito da delle semplici abitazioni.

In seguito la proprietà passò in mano ai Baglioni-Gradenigo.

A partire dagli anni venti dell'800 il Comune attivò lunghe azioni giudiziarie con la famiglia Gradenigo, per scongiurare la demolizione della Cappella e per entrarne in possesso, assieme a tutta l’area. Il conte Pietro Selvatico Estense svolse un ruolo significativo. Protagonista della scena culturale del tempo, fin dal 1836 si spendette per salvare la Cappella da quel destino. Dopo diverse iniziative senza esito, fu il giovane avvocato Giacomo Levi Civita, in collaborazione con l‘allora assessore e poi sindaco Antonio Tolomei, a portare avanti la causa di rivendicazione dell’amministrazione e della custodia della Cappella.

La tesi sostenuta con una gran mole di documenti e testimonianze, fu che la Cappella, fin dalla sua fondazione, fosse destinata al pubblico. Era evidente «quindi l’inopportunità di un suo passaggio a privati». La causa ebbe esito positivo e i Gradenigo vendettero al Comune la proprietà.

La cappella fu ufficialmente acquisita dalla municipalità di Padova con atto notarile nel 1881, un anno dopo il mandato del Consiglio Comunale.

Le mura e il sistema bastionato cinquecentesco All'inizio del '200, per ottimizzare le comunicazioni con Venezia, il libero Comune di Padova scavò il Piovego, che collega il Bacchiglione con il Brenta e con la laguna.

Il canale defluisce dal margine nord dell’ansa che avvolge la città murata e svolge un ruolo essenziale per i trasporti dal medioevo fino all’età moderna; il suo corso fissa l’andamento delle cortine murarie di epoca Carrarese, realizzate prevalentemente lungo le rive dei fumi o dei canali navigabili e sorte a difesa dei borghi nati all’esterno delle mura più antiche, costruite dal Comune nel ‘200.

Come d’uso in questo periodo, in cui non esistono bocche da fuoco, le mura sono alte e strette, merlate e intervallate da torri.

Una profonda trasformazione, dettata dall’evolversi delle tecniche belliche – soprattutto l’introduzione dei cannoni – le coinvolse all’inizio del ‘500.

In occasione della guerra di Cambrai, per sostenere l’assedio di Massimiliano d’Asburgo sotto la direzione del veneziano Andrea Gritti, per meglio assorbire i colpi dell’artiglieria, vengono abbassate e rinforzate all’interno da terrapieni e nei punti più deboli del circuito vennero eretti all'esterno delle mura dei bastioni in terra e macerie, che furono l'embrione dei futuri torrioni e baluardi in muratura. In quelli che oggi conosciamo come i Giardini dell'Arena, venne costruito il torrione, di forma rotonda con 30 m di diametro; vennero poi aperte feritoie per i cannoni di difesa, mentre nelle parti inferiori, le casematte con volta a botte ospitavano le cannoniere per difendere le cortine rettilinee laterali. Il livello della cannoniera ovest, è un elemento oggettivo e interessante per verificare il livello delle acque del Piovego nel Cinquecento.

All’interno e all’esterno della cinta vennero scavati nuovi fossati e si abbatterono tutti gli edifici, gli alberi e quant'altro precludesse la visuale del campo di battaglia e potesse costituire riparo agli assedianti.

Concluse le operazioni “d’emergenza” si mise mano alla realizzazione della cerchia che conosciamo oggi e che si estende per 11 km, le stesse mura che hanno contenuto l’intera città fino al XX secolo.

Il primo Giardino pubblico Nel 1880 l’Amministrazione Comunale acquistò la Cappella degli Scrovegni e l'area dell’Arena romana e pochi anni dopo realizzò la strada di comunicazione diretta tra il centro e la stazione ferroviaria e poi del viale dedicato a Giotto che aveva la funzione di collegare Corso del Popolo con la viabilità di Padova est. I Giardini dell'Arena vennero quindi divisi in due parti in quanto attraversati dalla strada; il prolungamento di via Giotto e la grotta interna ai Giardini serviva come collegamento pedonale tra le due parti. Questa strada serviva per l'uso di strada carrozzabile e tramviaria fino alla fine degli anni sessanta. Realizzare la nuova strada comportò la costruzione di un nuovo ponte sul Piovego proprio nei pressi dei terreni dell’Arena e delle Mura, che si trovano così ad essere limitrofi al nuovo e importante collegamento tra centro (Caffè Pedrocchi) e stazione. Tutto questo diede l’occasione di localizzare qui i Giardini, unendo i terreni dell’Arena e delle Mura e acquisendone altri dall’Opera Pia Case Operaie per ampliare la parte verso via Porciglia.

La progettazione di tutti gli interventi venne affidata all’Ufficio comunale Lavori Pubblici, diretto dall’ingegnere Alessandro Peretti. Aperto il cantiere dei Giardini, l’Ufficio si avvalse della consulenza del Cavalier Santo Rigamonti di Agrate Brianza, un affermato allestitore di parchi, che con tutta probabilità arrivò a Padova per conoscenza diretta con l’ing. Peretti.

L’area a nord, verso le mura, vuol evocare la pittoricità di un giardino all’inglese, ed è caratterizzata da fontane, cascatelle, sentieri e collinette; per le composizioni d’arredo venne utilizzato il calcestruzzo per rievocare le rocaille del Barocco e le conformazioni carsiche di stalattiti, stalagmiti e grotte. Elemento fondamentale è l'acqua: dalla fontana del Torrione, lungo il ruscello superato dal Ponte Rustico, allo Stagno, alla seconda fontana circolare e infine la Cascata presso la Grotta che permette un collegamento fra le due parti.

Il materiale utilizzato è il calcestruzzo, modellato con spazzola e acqua: un'idea moderna che vuol richiamare intrecci di vegetazione i fenomeni carsici di stalattiti e stalagmiti.

La lupa romana Si ha testimonianza della presenza di una copia della lupa capitolina, sopra la cascatella posta di fronte alla grotta. Questa statua è un probabile richiamo all'immagine della mitologica grotta sull'ansa del Tevere (Lupercale), in cui l'animale avrebbe accudito e cresciuto Romolo e Remo.

Sotto la statua si legge: CROCIERA VENEZIA- ROMA / EOLO / GARE MOTONAUTICHE / I PREMIO GRAN TROFEO ROMA.

Questa iscrizione rimanda al 1911 quando il Touring Club Italiano, in occasione del cinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia, organizzò una crociera internazionale Torino-Venezia-Roma compiuta tramite itinerario fluviale ed Eolo fu proprio una delle sette imbarcazioni che guidata dal padovano Elia Edoardo Corinaldi prese parte all'iniziativa.

Nel dicembre del 1954, l'opera venne rimossa in quanto vandalizzata e in avanzato stato di degrado; attualmente si trova nei depositi del Museo Civico.

La flora Sono ancora presenti alcuni alberi e gruppi di alberi del giardino originario del 1906 come faggi, cedri dell’Himalaya e sofore ma anche alberi di ambienti ruderali, come l’acero americano e l’acero montano. Gli interventi successivi al restauro e riassetto della fine del secolo scorso non hanno ancora riportato le componenti vegetali che caratterizzavano l’impianto originario anche per il susseguirsi di interventi di scavo, compartimentazione di aree e trasformazione delle stesse.

Tra le specie presenti all’interno del giardino, le più frequenti alla vista sono:

il Cedrus Atlantica dall'intenso profumo e dall'aspetto maestoso, è visibile nella parte frontale del Giardino. il Cedrus Deodara detto anche dell'Himalaya è una conifera originaria dell'omonima catena montuosa. Il primo esemplare, introdotto in Italia nel 1828, si trova nell'Orto Botanico di Padova. In molte culture viene considerato come albero sacro e per tale motivo in India viene utilizzato per erigere i templi o i palazzi regali. Si può ammirare la sua maestosità passeggiando nei viali che danno su Corso Garibaldi. il Celtis Australis disegna il viale pedonale che congiuge Corso Garibaldi da un lato e Via Porciglia dall'altro. Si tratta di alberi piantumati nei primi anni del 900, in concomitanza con il progetto del Giardino. Il termine "bagolaro" sembra avere un'origine etimologica collegata ai piccoli frutti scuri che maturano tra settembre ed ottobre e che rappresentano un'importante fonte di cibo per l'avifauna; rimanda infatti al termine latino "bacula", che significa piccola bacca. Quest'albero viene comunemente chiamato anche "spaccasassi" perché si adatta molto bene ai periodi di siccità espandendo il suo apparato radicale molto vigoroso, andando ad infilarsi nelle fessurazioni delle rocce. il Fagus sylvatica 'Tricolor' si trova nella parte anteriore del giardino. In primavera ed estate sfoggia un cangiante fogliame purpureo, bordato irregolarmente di rosa. Ginkgo biloba è situato nell'area alle spalle della Cappella degli Scrovegni; ci sono sia esemplari maschili che femminili ed è quindi possibile osservare i suoi semi, ricoperti da un involucro che in autunno giunge a maturazione rilasciando un odore rancido per la presenza di acido butirrico. Nel 2011, tra i 20 esemplari proposti dall'amministrazione comunale della città, i padovani lo hanno scelto come il loro “albero più bello”.