La storia della produzione tessile a Prato ha un percorso evolutivo complesso, caratterizzato da discontinuità e da numerose trasformazioni. Affonda le sue radici nel Medioevo, nel XII secolo, epoca in cui la produzione tessile era regolamentata dalla corporazione dell’Arte della Lana.
Tra Ottocento e Novecento ebbe inizio l'industrializzazione del comparto tessile pratese, che conobbe un forte sviluppo nel secondo dopoguerra, per arrivare a distinguersi soprattutto negli anni Settanta del Novecento.
Oggi il distretto tessile della città toscana è considerato uno dei più grandi distretti industriali italiani, nonché il più grande centro tessile a livello europeo e uno dei poli a rilevanza mondiale per la produzione di tessuti e filati di lana.
Le origini e lo sviluppo delle gore e delle gualchiere
Il territorio pratese è geograficamente definito dalla Val di Bisenzio e dalla pianura tra l'omonimo fiume e il torrente Ombrone, incastonato tra i territori limitrofi di Firenze e Pistoia. Nell'antichità varie popolazioni italiche si insediarono nel territorio, come liguri, etruschi e romani, ma tracce di civiltà sono attestate fin dall'età del Paleolitico. In epoca romana, il territorio crebbe di notevole importanza e un'ampia porzione fu soggetta alla suddivisione in fondi coltivabili e al sistema della centuriazione, caratterizzata da reticoli ortogonali mediante gli assi perpendicolari del cardo e del decumano, dalla quale si originarono numerose fattorie, i praedia. Precisamente il cardo, la via che correva verso la direzione nord-sud, coincise, non in modo casuale, con le linee di pendenza naturale di tutta la pianura e la vallata.
Uno spopolamento generale delle campagne avvenuto nell'Alto Medioevo, in corrispondenza dell'arrivo prima dei Goti e poi dei Longobardi, riportò molte pianure della Toscana, soggette a una prima bonifica durante l'età romana, in uno stato paludoso e a una stagnazione dovuta a un insufficiente deflusso delle acque dei vari torrenti. A partire dal VII secolo, le fattorie romane ricominciarono a essere abitate da longobardi e bizantini, trasformandosi gradualmente in delle corti e venendo affiancate, in un secondo momento, da insediamenti rurali più piccoli come i sobborghi. In un diploma dell'imperatore Ottone III del 998 d.C., indirizzato al vescovo di Pistoia, si individuano solo nella piana pratese sei pievi, dipendenti dalla diocesi pistoiese, un numero eccezionale data la sua estensione circoscritta e limitata, a dimostrazione, già allo scadere del X secolo, di una forte caratterizzazione urbana ed economica del territorio. L'organizzazione territoriale comprendeva anche una serie di fortificazioni militari, i castra, che oltre a espletare una funzione difensiva rappresentavano il fulcro del potere feudale, a testimonianza di come feudalità laica ed ecclesiastica convivessero in una realtà politicamente eterogenea. A emergere sulle altre fu la pieve di Santo Stefano in Borgo al Cornio, una piccola borgata longobarda posta allo sbocco della vallata, in cui gli abitanti erano dediti alla pastorizia e conoscevano l’arte di tessere i panni, probabilmente appresa dai lucchesi. Tale tradizione artigianale era già ben radicata nel IX secolo a Lucca, «prima vera cultrice del lanificio in Toscana», in particolare nei monasteri femminili benedettini che esercitavano lavorazioni laniere per lo smercio, come ci testimonia un documento di origine ecclesiastica, Compositiones ad tingenda, contenuto nel manoscritto di Lucca, nel quale sono esposti i procedimenti usati per la tintura delle lane.
Dunque, la fertile e verde prateria, destinata a diventare un toponimo, ricca di acquitrini ed erbe alimentate dalle acque del fiume Bisenzio, concorse a favorire il pascolo in specie di pecore e la consequenziale lavorazione della lana. Nell'anno 1002 troviamo già delle tracce di una certa attività industriale rappresentata dai mulini ad acqua. Dalla fine del X secolo era stata avviata la pianificazione di una vasta rete di canali artificiali dette gore, che si originavano presso la frazione di Santa Lucia e trasportavano le acque del fiume Bisenzio lungo tutta la piana, fino al torrente Ombrone. Questo imponente sistema di canalizzazione delle acque lungo circa 53 km, che non ha sistemi idraulici analoghi in tutta l'epoca medievale, aveva come unico punto di presa e di sbocco una grande muraglia di contenimento risalente all'XI secolo, denominata Cavalciotto, la cui origine del nome si deve probabilmente alla caratteristica di stare a "cavalcioni" di una gora. La sua funzione era quella infatti quella di deviare il corso delle acque fluviali lungo un canale principale, detto Gorone, che scorreva per un certo tratto parallelamente al fiume e dal quale si ramificavano tutte le altre gore. Gli scopi principali di questo complesso sistema idraulico, che contribuì allo sviluppo di uno dei territori a più spiccata vocazione produttiva dal Medioevo fino a oggi, erano anzitutto produttivi, come lo sfruttamento dell'energia idraulica dei mulini e delle gualchiere ubicati lungo le sponde del Bisenzio, la raccolta e il deflusso delle acque per la bonifica della pianura e l'irrigazione dei terreni colti; nonché difensivi, si pensi al riempimento dei fossati lungo le mura cittadine. In contiguità di Borgo al Cornio sorgeva l'antico Castellum Prati, sotto il dominio della potente famiglia feudale dei conti Alberti. Le due aree adiacenti, che andarono incontro a un fenomeno di aggregazione sotto un unico centro, detto sinecismo, costituirono le fondamenta della futura città di Prato. Prima ancora della sua effettiva costituzione comunale, gli artigiani esercitavano già un’attività redditizia con numerose botteghe di lavoro e di vendita delle usatissime pelli di pecora e di altre pellicce pregiate. Nel 1107, non molto lontano dall’antico forte, nella località detta la Gualchera, dove sarebbe sorta Porta Capodiponte, si ha la prima testimonianza documentaria della lavorazione dei panni. Da un territorio con un'importante produttività agricola e artigianale, la futura Prato si avviava a essere già un centro industriale di rilievo, concentrando i propri sforzi sull’industria tessile. Un notevole apporto allo sviluppo laniero pratese venne dato dai vari monasteri maschili e femminili benedettini dislocati in tutta la vallata. Si ipotizza che ad opera dei monaci benedettini si originarono le prime gualchiere nel territorio e poco dopo, a imitazione delle monastiche, quelle dei ricchi possidenti del pratese. Nel XII secolo si ha menzione di lanaiuoli, panaiuoli o textores, come ad esempio un certo "Bonone" presente in alcune carte della badia di Montepiano nel 1164, mostrando come il commercio e certe fasi del processo lavorativo dei panni, fino ad allora circoscritti a una dimensione economica rurale e domestica, cominciasse a divenire l’occupazione prevalente di una specifica categoria di persone. L’attività di gualcamento o follatura veniva effettuata principalmente nella Val di Bisenzio, mentre l’attività di tintura, esercitata dagli abili tintores, si svolgeva a Prato, dando avvio a un ramo dell’arte tessile che acquisirà nel tempo sempre più importanza. Oltre al celebre marmo verde di Prato, dall'area del Monteferrato provenivano anche il granitone, dal quale si ricavavano le macine da mulino, e la terra di purgo, una varietà di argilla utile ai follatori per sgrassare e detergere le lane. Con la crescita dei traffici, il trasporto delle stoffe per conto di terzi lungo le gualchiere iniziò a essere affidato a una specifica categoria chiamata vecturales.
L'età comunale e la corporazione dellArte della Lana Nell'estate del 1107, l'anno in cui si ha una prima menzione della lavorazione in una gualchiera nel territorio pratese, le milizie comandate dalla contessa Matilde di Canossa assediarono la fortezza centrale e l'adiacente Borgo al Cornio. La "terra" di Prato si era trovata coinvolta nello scontro tra papato e impero in quanto sede primaria dei conti Alberti. Lo spostamento del loro fulcro amministrativo nei castelli di Vernio e di Mangona, tra la Val di Bisenzio e il Mugello, permise passo dopo passo l'affermazione di un'élite cittadina composta da mercanti, artigiani, prestatori di denaro, proprietari terrieri, notai e giudici, a cui spettò di dar vita al libero comune e che lentamente si affrancò dal potere feudale. Nel 1142 è attestata per la prima volta l'esistenza del comune di Prato retto da un governo consolare e nel 1193 si ha notizia di un primo podestà a Prato che, a causa dei contrasti fra le diverse classi e fazioni cittadine, doveva essere necessariamente forestiero.
Nel primo periodo comunale pratese sorsero alcune confederazioni artigianali, tra queste lArte dei mercanti della terra di Prato, alla quale i lanaioli pratesi si erano affiliati. Solo alla metà del Duecento iniziarono a costituirsi delle vere e proprie corporazioni artigiane, molto varie e insolite per un centro minore come Prato e che oscillarono nel corso dei secoli da un minimo di 15 ad un massimo di 25-26. In una memoria risalente al 1298 sono elencati gli Statuti delle arti communis et populi terre Prati et districtus:
+LE 24 CORPORAZIONI DELLE ARTI A PRATO NEL 1298Breve artis casciaiolorumBreve artis biadaiolorumBreve artis et societatis spetiatiorumBreve artis et societatis calthorariorumBreve artis et societatis vinacteriorum seu tabernariorumBreve artis et sotietatis fornariorumBreve artis pistorum et fornariorumBreve artis societatis barberiorumBreve artis acciaolorumBreve artis fabrorumBreve artis lignaminis et copritorum domorumBreve Rectorie de FighinBreve magistrorum lapidumBreve molendinariorumBreve artis sartorumBreve artis mercatorum pannorumBreve societatis campsorum et bancheriorumBreve magistrorum tinorum et vegetumBreve artis laneBreve artis et societatis notariorumBreve aliud artis molendinariorumBreve artis tabernariorumBreve artis pizzicandolorum et merciadrorumBreve agrimensorum
L'Arte della Lana fu a Prato una delle gilde più importanti ed ebbe sede in piazza del Duomo presso l'attuale palazzo Vestri. Accanto sorgeva la chiesa dell'Arte, dedicata al patrono della corporazione, San Giovanni Battista. Una prima menzione diretta che si possegga della corporazione e dei relativi consoli risale al 1271, mentre il primo statuto è datato 1315, costituendo il più saldo e valido fondamento della storia dell'Arte della lana di Prato e insieme una delle fonti più cospicue per la storia dell'industria laniera in Toscana. Quattro erano i consoli che governavano l'Arte della Lana, diversamente dalle altre corporazioni con uno o due rappresentanti consolari, a testimonianza di come quella della lana primeggiasse su tutte le altre. I lanaioli erano veri e propri imprenditori che si occupavano dell'acquisto della lana indigena o straniera e ne organizzavano i vari processi di lavorazione mediante numerosi operatori intermedi specializzati, sia forestieri che indigeni, ognuno dei quali incaricato di una parte del processo di lavorazione, in un sistema di organizzazione definito Verlagssystem.