Abramo ripudia Agar e Ismaele è un dipinto a olio su tela (115×154 cm) realizzato da Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, intorno al 1657 e conservato presso le Pinacoteca di Brera a Milano. Storia Le prime notizie certe sull’opera nella letteratura artistica si trovano nella Felsina pittrice di Carlo Cesare Malvasia, dove sotto l’anno 1657, dove si legge: «Fece per il signor marchese Tonsini, milanese, quattro pezzi: Abramo quando cacciò Agar, Rinaldo e Armida, una Beata Vergine Assunta e un Davide con la testa del gigante»...
La testimonianza di Malvasia risulta tuttavia imprecisa: il marchese citato era Soncini e non Tonsini; inoltre non fu lui a ordinare l'opera, che venne invece eseguita per iniziativa della comunità di Cento e destinata in dono al cardinale legato di Ferrara Lorenzo Imperiali, in carica dal giugno 1657 al giugno 1660..
Secondo Denis Mahon, l'imprecisione di Malvasia potrebbe dipendere da appunti raccolti rapidamente presso la famiglia Gennari, alla quale apparteneva anche Benedetto Gennari junior, pittore e nipote del Guercino..
Il pagamento dell’opera è documentato nel Libro dei conti del Guercino.Il Libro dei conti è il registro amministrativo compilato dal fratello minore del pittore, Paolo Antonio Barbieri, dal 1629 al 1649, anno della sua morte, e proseguito dai familiari fino al 1666. La somma fu versata in più rate: una prima registrazione è dell’8 dicembre 1657;. altri due pagamenti, riscossi da Giovan Battista Brazoli per conto della comunità di Cento, sono registrati il 27 dicembre dello stesso anno;. ulteriori versamenti risultano il 25 aprile,. il 12 luglio. e il 24 ottobre 1658.. In totale Guercino risulta aver incassato 60 ducatoni per ciascuna mezza figura.
Nel 1750-1751 Charles-Nicolas Cochin, nel resoconto del suo viaggio in Italia, la ricordò a Bologna, in Palazzo Sampieri, con queste parole: «Abraham chassant Agar, du Guercino, très-beau; les têtes sont fort belles»..
Marcello Oretti lo segnalò, poco dopo, in Palazzo Sampieri: «Un grande quadro con Abramo che discaccia Agar e Ismaele, mezze figure come il naturale, del Guercino [...] della seconda maniera, ma bellissimo».Biblioteca comunale dell'Archiginnasio, Bologna, ms. B 104, vol. II, p. 44.
Hester Lynch Piozzi, che soggiornò a Bologna nel 1785, manifestò una viva ammirazione per il dipinto, elogiando la capacità del Guercino di suscitare commozione: «Why then should people pretend insensibility when divine Guercino exerts his unrivalled powers of the pathetic in the fine picture in the Zampieri Palace, of Hagar's dimission into the desert with her son?» La scrittrice si chiedeva cioè perché si dovesse fingere insensibilità davanti al «divino Guercino», capace di dispiegare nel dipinto di Palazzo Zampieri una forza patetica senza rivali. Questa lode anticipa il successo che l'opera avrebbe avuto nella prima metà dell'Ottocento.
Nel 1811 la collezione Sampieri-Talon fu alienata e molti dipinti furono acquistati dal Viceré d'Italia Eugenio di Beauharnais; l’Abramo che ripudia Agar fu quindi destinato alla Pinacoteca di Brera..
Descrizione Il dipinto raffigura l'episodio veterotestamentario del ripudio di Agar e Ismaele da parte di Abramo, momento narrativamente precedente a quello rappresentato da Guercino nellApparizione dell'angelo ad Agar e Ismaele. La composizione è costruita intorno alla mano destra di Abramo, alzata al centro della tela, che assume insieme il valore di gesto di comando e di separazione.. Il patriarca, raffigurato con barba e turbante, è rivolto verso Agar e le ordina con fermezza di allontanarsi; la mano sinistra, invece, sembra attenuare la durezza del gesto, assumendo quasi un atteggiamento benedicente..
A destra si trovano Agar, giovane schiava egiziana, e il figlio Ismaele, raffigurato in lacrime mentre cerca protezione presso la madre. Agar guarda Abramo con un'espressione addolorata e interrogativa, mentre tiene accanto a sé il piccolo fagotto del viaggio. Alle spalle del patriarca compare Sara, moglie di Abramo e responsabile dell’allontanamento di Agar e Ismaele: la donna è voltata di spalle, ma la sua posizione suggerisce che stia seguendo con attenzione la scena. Le figure, ravvicinate e disposte lungo un andamento orizzontale, conferiscono alla composizione un ritmo solenne, quasi da fregio classico, accentuato dalla successione di drappi, mantelli e turbanti.
Stile L'opera appartiene all'ultima fase dell'attività del Guercino, caratterizzata da un linguaggio più composto e classicheggiante rispetto alla produzione giovanile. La scena è costruita con un ritmo ordinato e solenne: le figure sono disposte in primo piano, con gesti chiari e misurati, e l'intensità emotiva dell'episodio è contenuta entro una composizione equilibrata. Questa tendenza alla chiarezza compositiva e alla misura formale può essere collegata al giudizio espresso da Jacopo Alessandro Calvi, secondo il quale il pittore fondava il proprio modo di comporre su una disposizione «giudiziosa» e su una «ingenua semplicità», scegliendo e ordinando gli elementi con «saggio avvedimento»..
Lo stesso Calvi sottolineava inoltre, soprattutto nell'ultima maniera del pittore, la qualità delle tinte, da lui definite «saporite e lucide e naturali [...] che formano un magico incanto».
Il dipinto ebbe un enorme successo alla fine del Seicento e per tutta la prima metà dell'Ottocento, come è testimoniato dal passo di Hester Lynch Piozzi soprariportato. Poi cadde nell'oblio e talora nel disprezzo (come tutto il barocco, del resto) fino ad arrivare alla veemente stroncatura di Matteo Marangoni, che lo considerò uno degli esempi più negativi del Guercino per il suo «tocco pesante ed oleografico».
Dopo il restauro e la rimozione della patina giallastra che ne alterava la superficie, il dipinto recuperò la brillantezza originaria dei colori, permettendo una più corretta valutazione della sua qualità pittorica.
Note
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Categoria:Dipinti del Guercino Categoria:Dipinti nella Pinacoteca di Brera Categoria:Dipinti a soggetto veterotestamentario