Labbazia di San Benedetto in Polirone è un'antica abbazia situata nel territorio del comune di San Benedetto Po (MN); la chiesa abbaziale ha la dignità di basilica minore.
L'abbazia di Polirone è costituita da numerosi edifici la cui configurazione planimetrica irregolare è il risultato di numerose aggiunte, demolizioni e ricostruzioni. Il nucleo centrale si articola attorno ai chiostri di San Simeone, chiostro di San Benedetto o Maggiore e chiostro dei Secolari. In posizione mediana, tra chiostro di San Simeone e chiostro dei Secolari vi è la basilica, la sacrestia e l'oratorio di Santa Maria. A questi nuclei si aggiungono altri corpi di fabbrica: il refettorio, il convento delle canossiane (nel lato nord del chiostro di San Benedetto), la casa parrocchiale, la biblioteca, l'infermeria nuova e altri ambienti.
Storia
Origini (VIII-XI secolo) L'abbazia di Polirone fu fondata nel 1007 dal conte di Mantova Tedaldo di Canossa (nonno paterno di Matilde). L'atto di fondazione dell'abbazia fu compiuto da Tedaldo dedicando l'abbazia a San Benedetto, Santa Maria, San Michele e San Pietro. per la salvezza della sua anima e di quella della defunta moglie Willa.
Sullo stesso sito della fondazione già nel 962 Atto Adalberto di Canossa, capostipite della dinastia dei Canossa, entrò in possesso, per concessione del vescovo di Mantova, dei beni fondiari nella fascia compresa tra il Po e il Lirone, luogo strategico per garantire il controllo della navigazione fluviale. Su quei terreni sorgevano già una basilica dedicata a San Benedetto - ricostruzione di una più antica cappella dell'VIII sec. di cui gli scavi archeologici hanno rinvenuto i resti di un'aula absidata probabilmente occidentata - e un castrum. Del precedente insediamento romano restano invece poche tracce. Oltre alla chiesa, Tedaldo avrebbe fatto edificare anche il dormitorio e il capitolo della chiesa.
Nova ecclesia di Bonifacio (XI secolo)
Verso la metà dell'XI secolo Bonifacio di Canossa promosse la riedificazione di una nuova chiesa dedicata al culto di San Simeone, il monaco eremita armeno morto a Polirone nel 1016, trasformando l'abbazia in un luogo di pellegrinaggio. Bonifacio riuscì ad ottenere prima la canonizzazione di San Simeone e successivamente l'autorizzazione papale per la costruzione della nuova chiesa.
Papa Leone IX invitò il vescovo di Modena Wiberto a partecipare alla consacrazione della nova ecclesia dedicata a San Benedetto e a San Simeone e alla traslazione delle reliquie del corpo di quest'ultimo; la consacrazione tuttavia non ebbe luogo, tanto che papa Alessandro II dovette ripetere le medesime disposizioni, prolungando così i tempi del cantiere.
La nuova fabbrica sorse nell'area poi occupata dalla grande chiesa romanica a tre navate del XII secolo, in seguito ristrutturata e ampliata da Giulio Romano. Tra questo edificio e la precedente basilica di Tedaldo, adiacente al chiostro, si registrava un evidente disallineamento degli assi orientativi, caratteristica che condizionò le soluzioni architettoniche romaniche successive. Se di questa chiesa rimangono pochi resti, è ancora esistente l'oratorio di Santa Maria (al quale si accede dal transetto della chiesa abbaziale), costruito dallo stesso Bonifacio.
Matilde di Canossa e la riforma cluniacense (1077-1115) Nel 1077, in occasione dell'incontro tra l'imperatore Enrico IV e papa Gregorio VII a Canossa, Matilde, succeduta al padre Bonifacio, rinunciò ufficialmente al secolare controllo privato del cenobio da parte dei Canossa donando il monastero al papa, che a sua volta lo affidò all'abate dell'abbazia di Cluny, Ugo di Cluny. Tale scelta rifletteva la strategia politica legata alla lotta per le investiture: sottrarre l'abbazia alle ingerenze imperiali e del vescovo di Mantova, le avrebbe garantito l'autonomia.
In questo periodo il monastero divenne uno dei principali centri propulsori della diffusione della riforma gregoriana nell'Italia settentrionale. Il monastero aderì pertanto alla riforma di Cluny e alle Consuetudines che regolavano la vita, la liturgia ed anche l'architettura del monastero francese. Sotto l'abate Alberico (1099-1123/1125) e il suo secondo successore, l'abate Enrico (1125-1141), la chiesa fu ricostruita verso il 1130 riprendendo il modello da Cluny III; l'oratorio di Santa Maria, sulla sinistra del transetto, fu adattato a secondo coro, destinato alle funzioni liturgiche dedicate alla memoria dei santi e dei defunti.
I mosaici pavimentali di Santa Maria, datati rispettivamente al 1151 nel transetto e al 1154 nella navata, attestano che a quella data l'edificio era già sostanzialmente completato. Fu proprio l'oratorio che Matilde scelse come luogo della propria sepoltura: la tomba vi rimase dal 1115 al 1633 (con uno spostamento intermedio nel 1445 all'interno della navata della chiesa maggiore, allora in fase di ricostruzione, dalle prime due colonne di sinistra verso la parete nord) quando il corpo fu traslato nella basilica di San Pietro a Roma in un nuovo sepolcro. Di questo periodo rimangono anche un candelabro della fine dell'XI secolo e una "capsella" (dal latino capsa, "cassetta per libri o per frutta") di avorio (XII - XIII secolo).
Il monastero di Polirone, molto potente, divenne in quel periodo un importante centro culturale, dotato di un celebre scriptorium, dove si trascrivevano manoscritti sia per uso liturgico sia per studio.
Periodo commendatario (XIII-XIV secolo) L'abbazia visse poi almeno due secoli, XIII e XIV, di continua decadenza spirituale ed economica, aggravata dalle lotte contadine (dei contadini non pagati o sottopagati) contro il monastero, mentre molte famiglie mantovane cominciarono ad impadronirsi dei beni monastici. In questi due secoli, l'abbazia iniziò a passare in commenda. Polirone aveva vissuto quindi la crisi del monachesimo benedettino e la crisi economico-politica che investì l'intera Europa.
L'abbazia visse un periodo di stasi costruttiva: nel XIII secolo vengono documentati interventi di adeguamento degli edifici esistenti - fra cui un raddoppiamento in larghezza verso nord del refettorio duecentesco e, secondo la tradizione, l'ampliamento della celleria e la realizzazione di un palazzo dell'abate (attestato nei documenti fra il 1195 e il 1218); mentre agli inizi del XIV secolo viene eseguita la parte decorativa a fresco della chiesa abbaziale e dell'oratorio di Santa Maria (fra cui l'Annuncio ai pastori dipinto sulle semicolonne dell'oratorio di Santa Maria e un fregio decorato nella navata della chiesa maggiore).
Guido Gonzaga e la congregazione di Santa Giustina (XV secolo) L'abate Guido Gonzaga nel 1419 rinunciò al ruolo di commendatario del monastero in favore della congregazione di Santa Giustina di Padova divenendone da allora benefattore fino alla sua morte nel 1460. L'ingresso nella congregazione servì per garantire stabilità economica e rinascita culturale e ideologica, trasformando il monastero in un polo di committenza artistica. I monaci provenienti da S. Giustina e insediatisi a Polirone promossero una rinnovata spiritualità e lo studio delle umanae litterae grazie all'incremento della biblioteca e all'operosità dello scriptorium. Questo portò anche ad una ricostruzione economica, a ingenti donazioni, alla ripresa dell'attività edilizia, ad opere di bonifica e trasformazione agraria e idraulica che permisero al monastero di moltiplicare le entrate.
Nel 1425, la congregazione benedettina De Unitate seu de Observantìa incaricò Giacomino da Asti, canonico di san Benedetto in Polirone, e don Marziale, canonico di Santa Giustina, della revisione del Missale Vetus ad usum Templariorum (Messale Antico ad uso dei Templari) e del breviario, poi convalidati dai capitoli generali del 1428 e del 1451. Questi fatti rappresentarono una delle più importanti opere di riforma liturgica antecedenti il Concilio di Trento del 1545. Polirone ospitò anche autorevoli protagonisti della devotio moderna, un movimento legato a Padova e a Venezia che anticipava alcuni temi dell'evangelismo protestante; a Polirone fu ospite anche Martin Lutero durante il suo viaggio a Roma nel 1510.
È in questo contesto che viene finanziato un nuovo cantiere che riguardò non solo la chiesa (restaurata tra il 1437 e il 1448) ma l'intero monastero, in particolare il refettorio, i chiostri e la biblioteca. Il vecchio refettorio duecentesco era stato in parte demolito per la creazione di nuovi lavatoi; in una fase più tarda, databile al 1420-1440 circa, si dette avvio alla costruzione del nuovo refettorio grande - identificabile con il corpo nord del chiostro maggiore, allora ancora privo di portici e spazi superiori - che fu poi concluso nel 1478. Per raccordare gli spazi, Guido Gonzaga fece prolungare la fabbrica duecentesca fino al nuovo refettorio; un'iscrizione conservata nel museo dell'abbazia, datata 1450, lo ricorda esplicitamente come committente di un edificio del complesso. I lavori per il nuovo chiostro maggiore, edificato in sostituzione di quello romanico, procedettero con pause e riprese fino al 1476-1480. La ristrutturazione diede al complesso monastico l'assetto strutturale ancora presente, eccezione fatta per gli interventi cinquecenteschi di Giulio Romano.
Gregorio Cortese e Giulio Romano (XVI secolo) Tra il 1504 e il 1505 l'abbazia entrò nella Congregazione Cassinese. In questo clima di rinnovamento spirituale emerse l'umanista Gregorio Cortese, figura di primissimo piano dell'umanesimo cristiano e punto di riferimento per il circolo riformatore degli "spirituali" italiani (frequentato da personalità come Pietro Bembo, Gasparo Contarini e Gian Battista Folengo), guidò il monastero in una fase di profonda rinascita culturale ed edilizia dal 1538, quando divenne abate.
Già nei primi anni del secolo si avviarono progetti per l'intero complesso monastico: nel 1494 Giovanni Buora realizzò sedici colonne in marmo destinate a una nuova biblioteca sopra l'infermeria (poi riusate da Giulio Romano nella basilica), mentre tra il 1513 e il 1515 vennero promosse le decorazioni del refettorio grande e della chiesa, coinvolgendo Girolamo Bonsignori (autore del Cenacolo e della pala della Fede) e il giovane Correggio. I tentativi di ricostruire la basilica medievale furono a lungo bloccati dai vincoli dei lasciti di Lucrezia Pico (1500) e Cesare Arsago (1509), che ne imponevano la completa demolizione.
La svolta avvenne nel 1538 quando Cortese, diventato abate, ottenne da papa Paolo III una dispensa per conservare e inglobare le antiche strutture. Il cantiere si avviò nel 1539, o più probabilmente nel 1540, e nel 1541 Cortese stipulò un contratto con Giulio Romano per l'affidamento della direzione dei lavori della basilica e per il riordino degli spazi dell'intero monastero (la pala dell'altare maggiore e cinque pale per le cappelle del deambulatorio, da consegnare entro due anni). Per la decorazione del complesso vennero Antonio Begarelli per il ciclo di 31 statue in terracotta (1541) e per un ampio ciclo per le navate laterali e il vestibolo (1559), Anselmo Guazzi e Francesco Maria Castaldi per le grottesche (1541-1544) e Giulio Romano stesso per le pale d'altare.