Con l’espressione scisma di Grotte si intende la vicenda che portò la quasi totalità degli abitanti di Grotte, comune in provincia di Girgenti, l’odierna Agrigento, ad abbandonare la tradizione cattolica per abbracciare le idee vetero teastamentarie prima, e quelle valdesi poi a causa di una divergenza con l’allora vescovo di Girgenti, monsignor Domenico Turano.
Tale separazione fu causata dalla mancata nomina di padre Luigi Sciarratta ad arciprete di Grotte, violando il diritto di patronato in virtù del quale l’arciprete dovesse essere scelto dai principi di Carini.
Lo scisma durò sei anni, dal 1873 al 1879, e si concluse in seno alla Chiesa cattolica.
Lo scisma favorì l’insorgere di una mentalità liberale e socialista, che portò all’adesione al credo valdese e alla formazione di un cospicuo Fascio.
Contesto Economi ed arcipreti a Grotte La lotta per l’arcipretura nel paese di Grotte, in provincia di Girgenti, ebbe origine già alla morte dell’arciprete Calogero Ingrao, il quale fu rettore della Matrice dal 1833 al 1872.
Quindi nel maggio 1872 fu nominato come economo, ossia amministratore della chiesa in sua sostituzione, il sacerdote Morreale.
Tuttavia, questi era inviso da clero e popolazione, tanto che al suo posto subentrò Lazzaro Marchica, sortendo però lo stesso effetto.Costui apparteneva all’ordine dei frati Minimi che, come tutti gli altri ordini religiosi, erano stati soppressi.
Il 15 aprile 1873 fu inviato Angelo Cuva, sacerdote di Canicattì, che era appartenuto ai frati Riformati, ma fu talmente malvisto che fu costretto ad abbandonare l'incarico il medesimo giorno dell'insediamento.
I protagonisti Le origini dello scisma vero e proprio videro protagonista don Luigi Sciarratta; costui, uomo coltissimo, era molto in vista nella cittadina e riteneva di essere degno successore come arciprete; venne effettivamente designato tale il 12 maggio 1872.
A lui si oppose monsignor Domenico Turano, di simpatie conservatrici, il quale ricoprì la carica di vescovo della diocesi di Girgenti dal 1872 al 1885. Egli si insediò nella diocesi dopo dodici anni dalla morte del precedente vescovo, Domenico Maria Lo Jacono, e si trovò da subito a dover organizzare un territorio che conosceva a malapena.
Motivi della negazione Costui si rifiutò di nominare Sciarratta arciprete, poiché questi era appartenente alla Loggia “Verità e Progresso” di Grotte, ricoprendo nella stessa il prestigioso incarico di Secondo Sorvegliante.
La loggia fu fondata nel 1864 e ne ricoprì il ruolo di primo presidente Emanuele Monreale: l’appartenenza alla massoneria era atto non gradito anche dal punto di vista politico data l’appartenenza di eminenti uomini di stato alla stessa: da scrittori a politici, da presidenti del Consiglio dei ministri ad intellettuali, ne costituirono esempio Garibaldi, Francesco Crispi, Vittorio Emanuele Orlando, Sidney Sonnino.
Tale organizzazione fu condannata, peraltro dal punto di vista religioso, nel 1738 da papa Clemente XII e vent’anni dopo, nel 1758, da papa Benedetto XIV.
Lo Sciarratta era stato anche tra i primi, nel giugno 1859, ad issare la bandiera tricolore in Sicilia, con alcuni fedelissimi in contrada La Pietra proprio a Grotte: per quanto il vescovo non fosse dichiaratamente borbonico, mostrava però delle simpatie conservatrici opposte a quelle del sacerdote grottese.
Non potendo esplicitare le prove, il vescovo Turano presentò come incompatibile l’elezione di Sciarratta per i seguenti motivi: l’essere concubino della superiora che reggeva il collegio di suore del paese; l’aver praticato un mutuo sullo stesso Collegio per vantaggi personali ed essersi appropriato personalmente di mobili; l’aver esercitato l’attività di consigliere comunale e Ufficiale di Pubblica Sicurezza del paese, equivalente ad una sorta di capo delle forze dell’ordine, nettamente in contrasto con l'enciclica non expedit.
Il vescovo dunque espresse le proprie preoccupazioni al cardinale Prospero Caterini, allora prefetto della Santa congregazione del concilio.
Su consiglio di quest’ultimo, in data 3 aprile monsignor Turano firmò un cosiddetto “rescritto pontificio”, secondo cui doveva essere proposto un nuovo nome entro 40 giorni.
Origine dello scisma Gli Esercizi Spirituali Il 4 aprile, il vescovo Turano era in visita nel paese di Favara in occasione della visita parrocchiale e chiedeva ai sacerdoti di Grotte di partecipare ai cosiddetti “Esercizi Spirituali”: un insieme di meditazioni e preghiere da proferire in un’atmosfera di silenzio che avevano funzione di garantire la purificazione spirituale.
Essi erano stati reintrodotti, per opera dello stesso vescovo, dopo circa un cinquantennio e si svolgevano in tre turni, di cui i primi due a febbraio mentre il terzo proprio il 20 del mese di aprile.
In caso di mancata partecipazione, i prelati sarebbero incorsi nella sospensione a divinis, ossia il divieto di officiare messa.
Gran parte del clero locale, complessivamente 13 sacerdoti sui 19 totaliIn una lettera del 17 aprile 1873., espresse il rifiuto di partecipare, esternando a sua volta addirittura aperto dissenso sull’operato del vescovo: un gesto in solidarietà al rifiuto di nominare Sciarratta come arciprete.
Sviluppo della vicenda Un secondo periodo fu caratterizzato da un atteggiamento di finto buonismo da parte del vescovo che, per ingraziarsi Sciarratta, lo invitò a Girgenti e destituì dall’incarico addirittura il canonico Galluzzo, della fazione conservatrice opposta al sacerdote.
Sebbene il vescovo Turano si dimostrasse, all’apparenza, pronto a discutere, si trovava molto imbarazzato data la sua scelta di temporeggiare finché non avesse trovato una decisione adeguata.
Il 17 aprile, due giorni dopo la cacciata del sacerdote Cuva menzionato in precedenza, il vescovo Turano confermò di non voler riconciliarsi con Sciarratta e gli altri del suo seguito.
Contestualmente, sia la parte clericale che quella laica di Grotte videro come un'iniquità quella per cui Sciarratta, uomo coltissimo e benvoluto dalla popolazione, non venisse eletto ad arciprete: così, il 20 aprile 1873, i dodici sacerdoti a lui fedeli occupano la Chiesa Madre del paese, dedicata a Santa Venera.
Il giuspatronato Tale parrocchia venne costituita nel 1687 con diritto di giuspatronato esercitato dalla nobile famiglia dei Sanfilippo, duchi di Grotte, successi in seguito dalla famiglia La Grua Talamanca.
Per il giuspatronato, la famiglia di fondatori della parrocchia si riservava il diritto di nominarne il sacerdote con l’onere di provvedere alle spese della chiesa stessa: principalmente, dunque, per questo motivo il popolo di Grotte era avverso a monsignor Turano, arbitro di un diritto che, formalmente, non gli spettava.
Occupazione della chiesa madre Per contrastare lo strapotere dei ribelli, venne nominato economo nonché vicario della Chiesa e visitatore straordinario, cioè mediatore con Girgenti, l’arciprete di Racalmuto, padre Tirone, che fu costretto a rassegnare le dimissioni il 10 settembre data l'ingestibilità della situazione.
Egli fu anche l’ultimo economo perché ormai anche il vescovo si accorse che era inutile procedere oltre, ed i sacerdoti si trovarono ad occupare la Matrice incontrastati.
Sostegno laico Quindi il 27 agosto i laici presentarono un esposto volto ad istituire un’elezione che denominarono “clerico-popolare”, così che fosse il popolo stesso a nominare i prelati, ed il 31 agosto la quasi totalità dei parrocchiani, di numero 237, inviarono una lettera al vescovo sostenendo le proprie convinzioni: si trattava di persone di elevata estrazione sociale come avvocati, medici, notai, proprietari di miniere ma anche operai e manovali di convinzioni liberali e progressiste.
L'adesione al vetero-cattolicesimo
A seguito del Concilio Vaticano I si accentuarono dissidi già presenti nella Chiesa a causa dell’introduzione di numerosi dogmi: tra questi, suscitò particolari polemiche quello concernente l’infallibilità papale.
Per tale motivo acquistò importanza la predicazione del teologo tedesco Ignaz von Doellinger: costui, allontanatosi dal Cattolicesimo già nel 1850, anno in cui rifiutò la nomina ad arcivescovo di Salisburgo, biasimava l’organizzazione della Chiesa in quegli anni, nonché l’anacronismo della curia papale e l’incoerenza della stessa, con il proponimento di canonizzare il tedesco Pietro d'Arbues, che era stato inquisitore e, pertanto, in netto contrasto con la stessa Curia romana.
I suoi ideali si diffusero ben presto oltre la Germania, raggiungendo Francia, Belgio ed in seguito anche l’Italia.
La "Lettera del clero di Grotte agli ecclesiastici della diocesi agrigentina" Aderendo anch'esso alle idee vetero-cattoliche, il clero ribelle di Grotte pubblicò una lettera il 16 settembre 1873, la quale proponeva il ritorno alle origini antiche del cristianesimo, al tempo in cui le Chiese seguivano sì uno stesso credo religioso ma senza una gerarchia definita.Ne sono esempio le lettere degli apostoli Paolo “alla chiesa di Galizia” e Giacomo il Minore “Alle dodici chiese che sono nella dispersione, salute!”
Il 24 settembre, a otto giorni dalla pubblicazione di questa, i sacerdoti Ignazio Garofalo e Francesco Spalma redassero l’opuscolo “Protesta dei parroci di Girgenti contro la Lettera al clero di Grotte.”
Accuse al vescovo Turano La parte opposta rispose con la “Risposta alla protesta dei parroci di Girgenti contro la Lettera al clero di Grotte”, edita ad Alcamo dal giornale “Il Diocesano”: non facendo altro che ribadire le proprie posizioni, essi scrissero che la Chiesa si era allontanata dal messaggio di Cristo, e pertanto essi restavano nel solco della fede condannando l’operato del vescovo Turano.
Egli era stato nominato infatti da monsignor Salvo Maria Sagretti: tuttavia, almeno fino al Concilio di Trento, vescovi e prelati venivano scelti per elezione diretta. Di conseguenza le norme venivano ad essere “eversive” e contro la tradizione cattolica anteriore al Concilio.
Seguì un altro opuscolo da ambo le parti, in cui i sacerdoti di Grotte affermavano l’uguaglianza tra sacerdoti e vescovi nonché l’assenza di una Curia all’interno della Chiesa.
Monsignor Turano scrisse poi, a sua volta, una lettera pastorale indirizzata agli scismatici. Diffusa in tutta la Sicilia e rafforzata dagli spunti dei prelati provinciali, venne poi inviata al Papa Pio IX direttamente in Vaticano che confermò le loro tesi, in data 18 aprile 1874. Tale lettera è quindi da considerare come propedeutica alla scomunica, che accadde da lì a poco.
La scomunica
A causa degli atteggiamenti dei ribelli, un editto del 2 maggio 1874 comunicava il trasferimento dell’amministrazione parrocchiale dalla Chiesa Madre alla Chiesa del Purgatorio.
Nel contempo, il cardinale Prospero Caterini sollecitò la scomunica da Roma il 5 giugno, che effettivamente il Turano provvide a fulminare il 15 luglio contro lo Sciarratta, mentre nei mesi successivi per i suoi sostenitori.
Dibattito parlamentare Luigi Sciarratta, in un esposto inviato al prefetto di Girgenti il 23 novembre, ribadì che il diritto al patronato era garantito dal diritto civile quanto da quello canonico; non sortendo la risposta alcun effetto, nel febbraio 1875 gli scomunicati inviarono un comunicato al Ministro di Grazia e Giustizia del tempo, Paolo Onorato Vigliani, rimarcando in particolare la disparità che sussisteva tra alto e basso clero. La parrocchia fu quindi riaperta, ma neanche questa volta fu risolta la vicenda.
Politica a Girgenti Il periodo della prima legislatura nella provincia agrigentina vide scagliarsi contro due correnti: il barone Ignazio Genuardi, rappresentante della fazione conservatrice; della fazione progressista fu esponente invece Giuseppe Picone, effettivamente eletto e dimessosi per contrasti politici nel 1862.
L'onorevole Luigi La Porta