La pieve di San Pietro in Sylvis si trova vicino all'abitato di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna e diocesi di Faenza-Modigliana. È tra i più antichi esempi dell'architettura esarcale o protoromanica.

Storia Sita a un chilometro ad ovest di Bagnacavallo, la pieve si trovava sul cardine massimo della centuriazione faentina, in un luogo già frequentato in epoca romana per la presenza di acque salubri. Fu edificata probabilmente vicino ad un antico tempio romano dedicato a Giove.

Anticamente il territorio a nord di Faenza era suddiviso in otto pievati: San Pietro in Bussita, San Giovanni in Liba, San Pietro in Sylvis, Santo Stefano in Catena, Santo Stefano in Barbiano, Sant'Agata, Santa Maria in Centumlicinia e San Martino in Sablusi. Il pievato di S. Pietro in Sylvis era il più esteso di tutti, avendo una superficie di 60 km². Comprendeva Bagnacavallo e terminavaUna terra antica. Paesaggi e insediamenti nella Romania dei secoli V-XI, a cura di Paola Galetti, All'insegna del Giglio, Sesto Fiorentino, 2021, pag. 92.: ad ovest, dove oggi sorge LugoQuando fu fondata, Lugo fu ricompresa nella giurisdizione della pieve di S. Stefano in Barbiano. e comprendeva San Potito; a nord, dove oggi sorge Fusignano; ad est, con il territorio di Piangipane e Godo; a sud, con Cotignola.

Dal Po fino a sud di Bagnacavallo si estendeva una vasta area boschiva, che probabilmente diede origine al nome della pieve: il primo toponimo con il quale fu conosciuta infatti fu plebe Sancti Petri intra Sylvas, cioè all'interno di una selvaPaola Novara, La Romagna delle pievi, Il Ponte Vecchio, Cesena 2020, pagg. 9-10..

Nel periodo altomedievale la pieve di S. Pietro intra Sylvas costituì un polo di attrazione per l'organizzazione del territorio, favorendo maggiori addensamenti demici. Sin dalla fondazione di Bagnacavallo e per i primi dieci secoli della sua storia, la porta principale del paese fu quella rivolta verso la pieve.

Il più antico documento scritto in cui viene citata è una lettera datata 881 firmata da papa Giovanni VIIIAntonio Messeri, La pieve di San Pietro in Sylvis, presso Bagnacavallo, Bollettino d'Arte, 9, 1910.. In essa il pontefice minacciava di scomunica un sacerdote della pieve, Costantino, ove avesse accettato la carica di vescovo di Faenza offertagli dall'arcivescovo di Ravenna senza l'approvazione della Sede ApostolicaCostantino non figura nella Cronotassi dei vescovi di Faenza..

Descrizione

L'edificio riprende lo stile delle grandi basiliche ravennati e quindi può datarsi agli inizi del VII secolo. Pur con lievi modifiche, l'aspetto esterno della pieve è rimasto immutato dall'epoca in cui fu costruita. La chiesa ha pianta rettangolare suddivisa in tre navate da semplici pilastri a “T” (sedici per lato) che sorreggono le arcate a tutto sesto. Le dimensioni sono: lunghezza 32,8 m; larghezza 15,4 m; altezza 14,4 m. Sulla facciata si aprono due porte d'accesso, una principale e una laterale. Alla sommità del settore centrale si apre una bifora sostenuta da una colonna di marmo. Il timpano è coronato da un motivo a dente di segaPaola Novara, La Romagna delle pievi, Il Ponte Vecchio, Cesena 2020, pp. 99-108.. La torre campanaria, pur se molto antica, è successiva all'edificazione della chiesa di circa tre secoli; anch'essa seguiva il modello ravennate. Crollò a causa dello storico terremoto del 1688 e di essa non rimane più traccia: il campanile attuale risale al 1933. Edificato alla sinistra della chiesa, si innalza per 24 metri.

Interno

L'interno è spoglio. Spicca l'esaltazione della massa muraria: le pareti sono piane e semplici; i pilastri sono privi di capitello e di pulvino. Lungo i muri perimetrali si aprono ancora le nicchie utilizzate per contenere le lucerne. Si accede al presbiterio attraverso due scale di mattoni; al centro vi è un pregevole a cippo, in marmo greco del VII secolo. All'interno della chiesa si conservano alcuni importanti arredi. L'altare, composto da un cippo quadrangolare, può essere ritenuto opera del VI secolo. Attualmente è collocato nel presbiterio.

L'abside, poligonale all'esterno e semicircolare all'interno, conserva alcuni pregevoli affreschi che, insieme al quadro dell'altare maggiore, opera insigne di Bartolomeo Ramenghi, costituiscono un notevole corredo di decorazione pittorica, che spazia dall'arte bizantina a quella giottesca fino allo splendore rinascimentale. Il ciclo di affreschi che ricopre la parete absidale, rappresentanti il Cristo Pantocratore, gli Apostoli e la Crocifissione, è attribuito a Pietro da Rimini e a membri della sua scuola ed è stato eseguito tra il 1313 e il 1332.

Si accede alla cripta attraverso due porte poste sui fianchi del presbiterio. Risulta addossata, e non innestata, al corpo di fabbrica principale: da ciò è facile dedurre che sia stata costruita in tempi posteriori, probabilmente nell'XI secolo. L'esterno inferiore è ritmato da lesene, mentre nel corpo superiore, con ritmo più fitto, si trovano archetti pensili che attorniano sette finestre ad ogni lato. Nell'altare sono inseriti marmi del VI secolo.

Tra il 1926 e il 1932 la pieve fu oggetto di restauro sotto il controllo della Soprintendenza di Ravenna. L'edificio fu risanato e furono eliminate le modifiche che, nel tempo, ne avevano alterato lo stato originale. Fu rifatto il fianco settentrionale e fu abbassato il piano di 1,20 m. Nel secondo dopoguerra si dovette ancora intervenire per riparare alcuni danni. Nel 1972 furono trafugati dalla chiesa due capitellini, originariamente parte del ciborio: risalivano l'uno al VI e l'altro all'VIII-IX secolo.

Note

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