La storia di Cosa nostra è l'insieme degli eventi storici che hanno determinato la nascita e lo sviluppo di quest'organizzazione criminale di stampo mafioso radicata in Sicilia e considerata una delle più potenti in Italia.
Dalle origini al Regno delle Due Sicilie
Dibattito sulle origini tra leggenda e realtà storica
Le reali origini del fenomeno mafioso non sono note con precisione e perciò si è fatto spesso ricorso a ipotesi prive di fondamento storico, come quella che vorrebbe la mafia originata dall'antica setta dei Beati Paoli, che sarebbe stata attiva a Palermo almeno dal XII secolo in poi: gli storici la ritengono però una leggenda, frutto della fantasia popolare che iniziò a circolare nel XVIII secolo ma di cui non si hanno prove documentali attendibili circa la sua reale esistenza. Fu in realtà il successo del romanzo d'appendice I Beati Paoli (1910), dello scrittore Luigi Natoli, che contribuì ad accreditare (anche presso gli stessi mafiosi) la convinzione che Cosa nostra discendesse dalla leggendaria setta.Primi fra tutti gli stessi mafiosi. Ad esempio Tommaso Buscetta ha affermato in una sua deposizione: «La mafia non è nata adesso, viene dal passato. Prima c'erano i Beati Paoli che lottavano coi poveri contro i ricchi [...] : abbiamo lo stesso giuramento, gli stessi doveri». Peraltro già ai tempi dell'inchiesta sull'uccisione di Joe Petrosino era emerso che alcune organizzazioni legate alla malavita si erano impadronite del mito dei Beati Paoli intesi come una sorta di Robin Hood siciliani, riunendosi negli stessi luoghi in cui, secondo dicerie popolari, nel passato si incontravano i membri di tale setta, vera o leggendaria che fosse (cfr. G. Montemagno, Luigi Natoli e I Beati Paoli, Palermo, Flaccovio, 2002, pp. 51-53).
Quello dei Beati Paoli è uno dei tanti miti fondativi provenienti da fonti interne alla mafia stessa, che spesso narrarono storie di provenienza leggendaria e in contraddizione tra loro, derivanti dalla precisa volontà di nobilitare e mitizzare l'operato criminale di un'associazione segreta di lungo corso qual è Cosa nostra: alcuni affiliati (dopo la loro collaborazione con la giustizia) affermarono addirittura che il mitico fondatore di Cosa nostra sarebbe l'apostolo Pietro e fornirono persino un presunto anno di fondazione (ossia il 1630), specificando che in origine sorse come braccio armato della massoneria (si tratta chiaramente di un anacronismo storico, perché le logge massoniche iniziarono a comparire in Europa soltanto a partire dal XVIII secolo). Un originale mito fondativo (anch'esso storicamente mirabolante) è stato proposto da un altro collaboratore di giustizia, il medico Gioacchino Pennino (mafioso e massone), il quale, nel suo libro Il Vescovo di Cosa nostra (pubblicato nel 2006), affermò che a creare la mafia nel XVII secolo per difendere i siciliani dall'oppressione spagnola sarebbero stati due suoi antenati, i pittori e scultori Giacomo e Filippo Pennino, che discenderebbero a loro volta dagli eretici francesi catari. Questi, nel XIII secolo, trovarono riparo dalle persecuzioni a Palermo e a Napoli, sotto la protezione dell'imperatore Federico II di Svevia.Pietro Grasso, Liberi tutti. Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia, Sperling & Kupfer, 2012, .
Dal punto di vista prettamente storico, sebbene tutti concordino che la mafia cominci ad apparire nei documenti ufficiali soltanto negli anni successivi all'Unità d'Italia (1861), gli storici hanno cercato di risalire alla sua genesi storica con svariate ipotesi. Al contrario dei miti mafiosi, che vorrebbero Cosa nostra nata come una sorta di società di mutuo soccorso e di giustizia privata contro le angherie dei potenti (in linea con la figura romantica del bandito-eroe che ripara le ingiustizie sociali, molto in voga presso la grande letteratura europea per tutto il XIX secolo e che costituisce il leitmotiv del popolare romanzo di Natoli), secondo la maggioranza degli storici, la mafia siciliana nacque e si sviluppò come parte integrante delle classi dirigenti. Alcuni studiosi (come Michele Pantaleone) ritennero che l'origine del fenomeno mafioso potesse essere molto antica, partendo dal presupposto che, essendo la mafia nata dalle strutture sociali del feudo, esso (con tutto ciò che ne consegue) esiste in Sicilia fin dall'epoca normanna, quando i nuovi conquistatori instaurarono sull'isola un regime feudale di tipo francese o, addirittura, si può risalire ancora più indietro ai Cartaginesi e ai Romani, che misero in pratica una politica schiavista di sfruttamento agricolo dei latifondi siciliani.Michele Pantaleone, Mafia e politica: 1943-1962, Torino, Einaudi, 1962. Di opinione simile fu lo storico Giuseppe Carlo Marino, il quale, concordando con l'analisi del meridionalista Pasquale Villari, affermò che la mafia si formò «per generazione spontanea» e fu utilizzata come mezzo di salvaguardia dei privilegi del baronaggio siciliano, cui i vari conquistatori che si succedettero al governo dell'isola (dai Normanni in poi) delegarono il potere. La convinzione che la mafia rappresenti il filo conduttore della storia della Sicilia è stata espressa anche dallo storico Denis Mack SmithDenis Mack Smith, Storia della Sicilia medievale e moderna, traduzione di Lucia Biocca Marghieri, con Moses Finley, Bari, Laterza, 1970.
Di stampo psico-antropologico è invece l'ipotesi proposta dallo storico Virgilio Titone, secondo cui le origini della mafia sono spiegabili soltanto attraverso la turbolenta storia del popolo siciliano, che «è piuttosto la storia di bande, tribù, clientele, ecc.., cui non sarebbe facile dare il nome di popolo»; la mafia non sarebbe quindi una vera e propria organizzazione, bensì il frutto di una certa mentalità, caratterizzata da diffusa indolenza, asocialità e scarso senso dello Stato, probabile eredità della dominazione araba e del mescolamento di etnie diverse nell'interno della Sicilia andato avanti per secoli, che ha impedito la formazione di una società e di una classe dirigente definita.Virgilio Titone, Storia, mafia e costume in Sicilia, Milano, Edizioni del Milione, 1964.
Secondo storico britannico David Abulafia, la mafia affonderebbe le sue origini in quelle migliaia di musulmani che si ritirarono nell'interno dell'isola per resistere agli invasori normanni e poi svevi, e che nemmeno Federico II riuscì a debellare del tutto nella prima metà del XIII secolo.David Abulafia, Il giornalista Alfio Caruso ha scritto invece di una possibile derivazione della mafia dai Cavalieri templari, i quali stabilirono il loro quartier generale siciliano a Trapani fin dal XII secolo e vi rimasero anche dopo la loro soppressione ufficiale nel 1312, «accontentandosi di cambiare nome, ma non ragione sociale».A. Caruso, Da cosa nasce cosa. Storia della mafia dal 1943 a oggi, Milano, Longanesi, 2000, pag. 59.
Ulteriori teorie storiografiche farebbero risalire le origini della mafia al periodo della dominazione spagnola: se nel XVI secolo dappertutto in Europa le monarchie assolute erano riuscite a ridimensionare il potere della nobiltà, in Sicilia avvenne il contrario e anzi si accrebbero i privilegi baronali, a causa della corruzione e della debolezza dei governanti spagnoli, i quali si appoggiarono alla locale aristocrazia terriera per preservare l'ordine pubblico ma, in cambio, assicurarono l'impunità per soprusi, delitti e violenze commessi dai baroni e dai loro servi prezzolati. In particolare, lo storico Nicola Tranfaglia ipotizzò che la nascita della mafia sia da ricondurre al «modello spagnolo» di Stato assoluto, caratterizzato dalla tendenza a «utilizzare la delinquenza d'accordo con l'aristocrazia fondiaria, per mantenere l'ordine nelle campagne», sull'esempio dei bravi descritti da Manzoni nei Promessi sposi. Gli storici Salvatore Lupo, John Dickie, Giuseppe Carlo Marino e lo studioso Isaia Sales affermarono invece che la tesi del «modello spagnolo» sarebbe smentita dal fatto che in Spagna o nei territori a essa sottoposti nel XVI secolo (il Ducato di Milano, i Paesi Bassi o le colonie sudamericane) non si sia mai formata un'organizzazione mafiosa paragonabile a Cosa nostra e che le forme di criminalità sviluppatesi in Sicilia durante la dominazione spagnola sarebbero analoghe a quelle che nello stesso periodo storico emersero in altre parti d'Europa.Isaia Sales, Storia dell’Italia mafiosa, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015.
Connubio nobiltà-Inquisizione in Sicilia: una "proto-mafia"?
Durante il dominio spagnolo in Sicilia, la Santa Inquisizione sottraeva i suoi "familiari" (collaboratori, spie e informatori alle sue dipendenze) alla giustizia statale, assicurando loro la totale impunità per qualsiasi crimine.Orazio Cancila, Così andavano le cose nel secolo sedicesimo, Sellerio, Palermo, 1984. Si stima ufficialmente che nel 1577 vi fossero in Sicilia circa "familiari" dell'Inquisizione e nel numero andavano compresi i loro parenti, domestici e commensali, che godevano anch'essi dell'esenzione dalla giurisdizione civile e penale.
Nel 1565 il viceré spagnolo di Sicilia Garcia Álvarez de Toledo descrisse Palermo come oppressa da «molti spataccini e bravacci che vivevano imperiosamente, inquetando e componendo» (sono infatti documentati casi di estorsione ai danni dei mercanti della Bucceria, odierno mercato della Vucciria)Umberto Santino, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2000., sotto la protezione di «signori e uomini potenti». Questi erano a loro volta protetti dall'Inquisizione (forte dell'appoggio del governo di Madrid), che li usava per far rispettare i propri ordini nell'isola. Lo storico Orazio Cancila sostenne che il connubio tra baronaggio siciliano e Inquisizione fosse «una delle più grosse organizzazioni di tipo mafioso che mai abbiano operato nell'isola sino ai nostri giorni».
In una lettera del 3 novembre 1577, il nuovo viceré Marcantonio Colonna scriveva che i "familiari" dell'Inquisizione erano «todos los ricos, nobles, y los ricos delinquentes» ('tutti i ricchi, i nobili e i ricchi delinquenti'). Il viceré Colonna cercò invano di limitare lo strapotere dell'Inquisizione e di sradicare la delinquenza dall'isola: infatti, nonostante «signori, cavalieri e dame» avessero cercato di intercedere per la sua salvezza, nel 1579 il viceré fece impiccare Girolamo Colloca, detto il «Re della Bucceria» e considerato il «capo di tutti i bravacci» palermitani, che era stato grande amico del precedente viceré Juan de la Cerda duca di Medinaceli; fece inoltre estradare dalla Toscana il feroce bandito Rizzo di Saponara, che però fu avvelenato prima di arrivare a destinazione affinché non potesse accusare i suoi potenti protettori. Ormai avversato dalla nobiltà siciliana, il viceré Colonna fu richiamato in patria dal re Filippo II di Spagna ma morì alla fine del viaggio, probabilmente avvelenato anche lui. Finalmente nel 1591 il sovrano Filippo II vietò ai nobili di affiliarsi all’Inquisizione e dispose che i familiari accusati di omicidio non potessero avvalersi dell'immunità. Tuttavia i baroni siciliani e i loro sgherri riuscirono ad aggirare tale divieto fino al 1782, quando la Santa Inquisizione in Sicilia fu soppressa per volere del viceré Domenico Caracciolo.
In base a studi più recenti, lo storico Salvatore Lupo ha affermato che al connubio baronaggio-Inquisisizione non si possa applicare l'etichetta di «mafia» poiché nei secoli XVI-XVII «i soggetti erano diseguali e facevano riferimento a giurisdizioni diversificate a seconda della qualità delle persone e dei gruppi, [quindi] erano fisiologiche quelle stesse relazioni [tra potere socio-politico e criminalità, n.d.r.] che in età contemporanea appaiono patologiche, scandalose a tal punto da richiedere una specifica parola che ne definisca il carattere illecito».
La nascita della "proto-mafia" nella realtà della Sicilia feudale Il retroterra socio-economico della "proto-mafia"