Il movimento del Sessantotto in Italia fu un movimento di contestazione politica e sociale che si sviluppò nel 1968 a partire dal movimento studentesco universitario, arrivando poi a coinvolgere anche il movimento operaio durante l'autunno caldo del 1969.

Contesto storico

L'Università necessitava di una ventata rinnovatrice: nel 1956-1957 gli iscritti ai corsi di laurea erano circa 212.000, mentre dieci anni dopo erano saliti a quota 425.000, per cui quella che era l'Università d'élite diventò Università di massa. L'insegnamento era in mano ai «baroni», i docenti dei corsi importanti si rivolgevano a una calca di allievi che a stento ne percepivano la voce, era sottovalutata o ignorata l'esigenza di laboratori e seminari che preparassero gli studenti all'attività professionale, e molti professori comparivano solo per le lezioni e con i ragazzi non avevano nessun rapporto umano. I governi che si alternarono non risolsero questi problemi. Intervennero aprendo l'iscrizione all'Università a tutti i diplomati delle scuole medie superiori, e rendendo meno gravoso l'esame di maturità. Il disegno di legge n. 2314, presentato alla Camera dei deputati dal Ministro dell'Istruzione Pubblica Luigi Gui nel 1965 per riformare l'Università, fu respinto dai contestatori.

Il 24 gennaio 1966, a Trento, avvenne la prima occupazione in Italia di una sede universitaria. L'Università di Trento era nata nel 1962 come "Istituto Universitario Superiore di Scienze Sociali", a opera di Bruno Kessler: i democristiani avevano chiesto e ottenuto la creazione di questo ateneo, pensando di creare una fabbrica di manager. Gli studenti si impossessarono della Facoltà di Sociologia, avanzando precise rivendicazioni nella normativa, fra cui il riconoscimento della laurea in Sociologia conferita dall’Istituto Superiore di Scienze Sociali. Nei mesi seguenti il movimento studentesco trentino, animato tra gli altri da Marco Boato, Mauro Rostagno, Renato Curcio, Margherita Cagol e Marianella Sclavi, condusse un’accesa battaglia per lo sviluppo della scienza sociologica e del sistema di insegnamento universitario, del quale venivano contestati forme e contenuti. L'occupazione sarà ripetuta nell'ottobre dello stesso anno, protestando contro il piano di studi e lo statuto (entrambi in fase di elaborazione) e proponendone stesure alternative. L'azione si interruppe poi a causa dell'alluvione di Firenze, avvenuta anch'essa in quell'anno, quando molti studenti accorsero volontari per portare aiuto nelle aree più colpite soprattutto per salvare opere d'arte, e questo primo movimento e incontro spontaneo di giovani, provenienti da tutta Italia e perfino dall'estero, contribuì a fare sorgere in molti di essi lo spirito di appartenenza a una classe studentesca prima sconosciuta.

Il 14 febbraio dello stesso anno il giornale studentesco del liceo Parini di Milano, La zanzara, pubblicò un'inchiesta-sondaggio su tematiche sessuali intitolata Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso, a firma di Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano. Nell'articolo c'era scritto:

I redattori della Zanzara e il preside dell'Istituto, Daniele Mattalia, furono incriminati e processati. Luigi Bianchi D'Espinosa, presidente del Tribunale di Milano, assolse tutti, aggiungendo con tono paternalistico: «Non montatevi la testa, tornate al vostro liceo e cercate di dimenticare questa esperienza senza atteggiarvi a persone più importanti di quello che siete».

Svolgimento della protesta Le prime occupazioni universitarie Nel 1967 furono occupate, sgomberate e rioccupate l'Università degli Studi di Pisa (dove si elaboravano le «Tesi della Sapienza»), l'Università degli Studi di Torino, l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e poi Architettura a Milano, Roma e Napoli. Nella facoltà di Sociologia di Trento praticamente non si riuscì a tenere nessun corso, perché i suoi locali erano permanentemente occupati. La scintilla fu determinata da due situazioni di disagio per gli studenti universitari della Cattolica di Milano e di Architettura a Torino: nel primo caso l'università decise di raddoppiare le tasse universitarie, mentre nel secondo venne deciso il trasferimento alla Mandria, una sede periferica molto disagiata; pertanto il 15 novembre 1967 entrambe le università vennero occupate e subito sgombrate dalla polizia. I leader iniziali erano Mario Capanna e Luciano Pero a Milano, e Guido Viale a Torino.

Dopo tre giorni 30.000 studenti della Cattolica sfilavano per Milano fino all'arcivescovado e la rivolta si allargò a macchia d'olio. La presenza della polizia, con il battaglione Padova della Celere pronto a intervenire sugli studenti, finì con il costituire il propellente per la diffusione della protesta.

A Palazzo Campana a Torino, Guido Viale ricordò che «la commissione delle facoltà scientifiche compiva l'estremo atto liberatorio nei confronti del Dio libro: lo squartamento dei libri in lettura per distribuirne un quinterno a ognuno dei membri». I miti della contestazione italiana erano Mao Zedong (il Libretto Rosso fu diffuso in milioni di copie nelle università occidentali), i generali Vietnamiti Ho Chi Minh e Võ Nguyên Giáp, il leader Palestinese Yasser Arafat, il guerrigliero Argentino Che Guevara, e poi i filosofi Karl Marx, Jean-Paul Sartre, Herbert Marcuse, Rudi Dutschke e lo psicanalista Sigmund Freud. Ai professori veniva contestato il modo severo, rigido e chiuso di valutare gli studenti: secondo i giovani l'esame doveva essere un dialogo alla pari; si respingeva la "cultura" accademica denominandola "kultura". A Roma il rettore Pietro Agostino D'Avack, impotente contro il dilagare dei disordini, si risolse infine a mettere tutto «nelle mani del potere democratico dello Stato», ossia a invocare la forza pubblica.

Fra i più noti leader del movimento ci furono: Mario Capanna, Salvatore Toscano e Luca Cafiero a Milano, Luigi Bobbio e Guido Viale a Torino; Massimo Cacciari, Toni Negri ed Emilio Vesce a Padova; Franco Piperno e Oreste Scalzone a Roma; Gian Mario Cazzaniga e Adriano Sofri a Pisa.

Il Sessantotto e il Movimento Studentesco

A Roma, si erano avute già all'inizio dell'anno «azioni spettacolari come l'occupazione di più giorni della cupola di Sant'Ivo alla Sapienza, manifestazioni e la creazione di gruppi di studio caratterizzavano la mobilitazione romana». Il 1º marzo 1968, nei giardini di Valle Giulia a Roma, ci fu uno scontro tra studenti e forze dell'ordine senza precedenti, con centinaia di feriti, 228 fermi e 10 arresti. La polizia aveva precedentemente sgomberato la Facoltà di Architettura dell'Università "La Sapienza" di Roma e gli studenti, dopo un corteo, si mossero per rioccuparla, schierandosi davanti ai nutriti cordoni di agenti che la presidiavano. A una carica della polizia contro alcuni studenti isolati la massa dei giovani contrattaccò massicciamente, ed ebbe la meglio.L'Unità scrisse che «la polizia è stata scatenata contro gli studenti romani» e riferiva che «davanti alle gradinate bruciavano roghi di jeep e di pullman» senza peraltro spiegare chi avesse appiccato il fuoco. In quel periodo la rivista La Sinistra aveva pubblicato un manuale per la fabbricazione di bottiglie Molotov. Commentando la battaglia di Valle Giulia Pier Paolo Pasolini scrisse:

I docenti universitari, in particolare quelli della facoltà di Architettura, in diversi casi accettavano le richieste studentesche: al Politecnico di Milano il preside di Architettura Paolo Portoghesi acconsentì gli esami di gruppo, l'autovalutazione e il 27 garantito. Sempre a Milano, il 12 aprile 1968, il Corriere della Sera fu assalito da un gruppo di giovani che alzarono le barricate e si scontrarono contro la polizia. Nove giorni dopo Eugenio Scalfari prese posizione su L'Espresso:

Il Movimento Studentesco milanese era il gruppo più organizzato e incontrastato: aveva come leader Mario Capanna, che si era iscritto alla Statale della città meneghina dopo essere stato espulso da quella Cattolica, e si era dotato di un servizio d'ordine i cui membri, chiamati «katanga», erano armati di chiave inglese.

Nel maggio 1968 tutte le Università, esclusa la Bocconi, erano occupate: nello stesso mese la contestazione si estese, uscendo dall'ambito universitario, un centinaio di artisti, fra cui Giò Pomodoro, Arnaldo Pomodoro, Ernesto Treccani e Gianni Dova occupano per 15 giorni il Palazzo della Triennale, dove era stata appena inaugurata l'esposizione triennale, chiedendo «la gestione democratica diretta delle istituzioni culturali e dei pubblici luoghi di cultura»Almanacco di Storia illustrata, 1968, p. 67..

La sera del 31 dicembre 1968 davanti alla Bussola di Viareggio numerosi giovani si radunarono per protestare contro l'opulenza dei ricchi, come era già avvenuto il 7 dicembre alla Teatro alla Scala. Iniziarono a lanciare uova e pomodori sulle signore impellicciate e i signori con i gemelli d'oro. La polizia sparò ripetutamente contro i manifestanti: un giovane, Soriano Ceccanti, venne colpito alla schiena e rimase invalido perdendo per sempre l'uso delle gambe. L'inchiesta fu chiusa senza che l'autore degli spari venisse individuato.

Nel 1968 cominciarono a esplodere forti tensioni sociali e conflitti nel mondo del lavoro. Alla fine di novembre di quell'anno, ad Avola (in Sicilia), 3.000 braccianti scesero in piazza a scioperare contro gli agrari, per il rinnovo del contratto di lavoro. Il 2 dicembre si verificò l'eccidio di Avola: durante una manifestazione le forze dell'ordine aprirono il fuoco contro un blocco stradale. Due braccianti, Giuseppe Sibilia e Angelo Sigona, vennero uccisi. Altri 48 civili, tra cui una bambina di tre anni, furono feriti dai colpi esplosi dalle forze dell'ordine.

Quattro mesi dopo, l'8 aprile 1969, a Battipaglia (in Campania), la popolazione scese in piazza per chiedere posti di lavoro, formando barricate e scontrandosi con la polizia che eseguì alcuni fermi. Il giorno dopo una folla enorme, al grido di "Difendiamo il nostro pane!" e "Basta con le promesse!", si mosse verso la stazione ferroviaria per fermare il traffico dei treni; le forze di polizia cercarono di fermarla con lacrimogeni e idranti, ai quali i manifestanti risposero lanciando sassi, e non vi riuscirono. Impossibilitati a contenere la folla, poliziotti e carabinieri presidiarono gli impianti di controllo della stazione, mentre la massa invadeva i binari. Quando poi la folla circondò il Commissariato chiedendo il rilascio dei fermati del giorno prima, il centinaio di poliziotti e carabinieri all'interno iniziarono a sparare sulle persone in strada, uccidendo la giovane insegnante Teresa Ricciardi e l’operaio tipografo diciannovenne Carmine Citro, e ferendo e colpendo con i proiettili un centinaio di persone. Nei fatti di Battipaglia le forze di polizia registreranno alla fine cento feriti..

L'autunno caldo e il Movimento operaio