La collezione Peretti (o anche Montalto) è stata una collezione di opere d'arte databile alla prima metà del Seicento, frutto del mecenatismo del cardinale Alessandro Damasceni Peretti, pronipote di papa Sisto V.

La collezione costituiva una delle più importanti raccolte artistiche di Roma, comprendendo opere sia pittoriche che d'antichità, oggi frazionate in vari musei e raccolte private del mondo. A causa dell'estinzione della linea familiare pressoché precoce (l'ultimo esponente del casato fu proprio il pontefice), con l'alternanza di rami familiari sulla linea materna la collezione ha perso già sul finire del Seicento la propria integrità. Le opere che facevano parte della collezione comprendevano dipinti del Cavalier d’Arpino, Sofonisba Anguissola, Antiveduto Grammatica, Giovanni Baglione, Daniele da Volterra, Antonio Tempesta, Annibale Carracci, Guido Reni, Lanfranco, Domenichino, Guercino, nonché sculture di Giovan Lorenzo Bernini e di Giuliano Finelli.

Storia Cinquecento La salita al soglio pontificio di Felice Peretti (Sisto V)

Inizialmente il cardinale Felice Peretti (che aggiunse al cognome Montalto, in rappresentanza del luogo di origine), nato a Grottammare, si stanziò a Roma presso il palazzo della Cancelleria, dov'erano collocati gli appartamenti di loro spettanza che furono allargati nel 1573 con l'acquisto da Pier Francesco Costa di una proprietà adiacente.

Tra il 1576 e il 1580 il cardinale entrò in possesso di una serie di vigne situate tra il Quirinale, Viminale e l'Esquilino: decise quindi di far edificare la villa, composta da un palazzo (alle Terme) e da un casino (Felice), destinata al soggiorno estivo, lontano dal centro urbano, com'era uso fare per le famiglie patrizie romane. Il progetto fu affidato a Domenico Fontana che intraprese i lavori tra il 1578 e il 1581, anni in cui coincise il trasferimento del porporato dal palazzo della Cancelleria all'edificio in costruzione. I lavori ad affresco dei due corpi di fabbrica presenti risalgono pressoché quasi tutti a questi anni, commissionati dallo stesso cardinale..

Nel 1585 Felice viene eletto papa, assumendo il nome di Sisto V: le fortune della famiglia, che originariamente erano umili, prendono così una svolta definitiva. Il papa rimane a vivere nella villa di Montalto, che amplia tra il 1586 e il 1589 grazie all'acquisto di alcuni lotti di terra limitrofi secondo progetti realizzati ancora da Domenico Fontana. I lavori volti alla riqualificazione di tutta l'area che seguirono videro la realizzazione dell'acquedotto Felice, di cui la fontana omonima (o del Mosè) commissionata questa volta a Giovanni Fontana (fratello di Domenico) nei pressi delle Terme di Diocleziano ne testimonia la celebrazione al Peretti per l'opera urbanistica.

Il cardinal nipote Alessandro Damasceni Peretti di Montalto Privo di nipoti sulla linea maschile diretta, il pontefice un mese dopo la sua elezione nominò cardinale il pronipote Alessandro Damasceni, quattordicenne, avviato alla carriera ecclesiastica così in giovane età per volontà dello stesso prozio. Alessandro era figlio di Fabio Damasceni, un mercante romano descritto dalle fonti antiche non particolarmente facoltoso e non nelle simpatie di Sisto V, quest'ultimo che per questi motivi chiese che i quattro figli portassero il cognome Peretti, così da dare seguito ai successi familiari che il papa stava instillando nell'aristocrazia locale..

In prima battuta Alessandro si interessò di completare i progetti immobiliari in corso d'opera promossi dal prozio, quindi supervisionò i lavori di restauro al palazzo della Cancelleria che fu ampliato annettendo diversi appartamenti di un palazzo adiacente che fu dei Costa presso San Lorenzo in Damaso e completò nel 1587, quando divenne all'età di quasi 17 anni amministratore apostolico di Viterbo, il progetto a Bagnaia con la costruzione di un secondo casino, la cosiddetta palazzina Montalto. Nello stesso anno fu legato pontificio a Bologna, ruolo che assunse anche dal 1592 al 1598, anni in cui probabilmente maturò una vicinanza allo stile artistico locale, che diverrà particolarmente ricorrente nella sua quadreria. Nel 1588 acquista invece una serie di arazzi sulle imprese di Alessandro Magno, tema che ritornerà ricorrente nelle logiche mecenatiche del cardinale..

Nel 1590 intanto il pontefice muore: la villa di Roma passa in eredità dapprima alla sorella, Camilla Peretti, che tuttavia non dimorava in loco ma rimaneva nella disponibilità sita nel palazzo della Cancelleria, mentre successivamente fu trasferita in condivisione ai nipoti (figli di Camilla) Michele e il cardinale Alessandro. I due furono proattivi nel finanziare lavori di completamento della villa, dai giardini alla decorazioni dei due fabbricati, mentre il cardinale fu anche il fautore della collezione artistica.

Alessandro ebbe garantita da Sisto V una vita agiata grazie al vitalizio annuo che gli spettava di diritto dalle rendite dei suoi feudi, ammontando a una cifra complessiva che si aggirava intorno a 100.000 scudi.. Partecipò a ben sette conclavi, sapendosi destreggiare sempre tra le varie pressioni esterne (spagnole e francesi) risultando sempre credibile e affidabile ad entrambe le fazioni.

Tra le prime opere registrate nella collezione vi fu la lavagna di Daniele da Volterra con le due versioni verso-recto del David e Golia, uno dei pezzi più stimati dell'intera raccolta seppur senza informazioni su come e perché sia confluita,Tramite le informazioni del Vasari si sa che la lavagna fu realizzata per Giovanni della Casa e che successivamente passò nella collezione del nipote dello stesso prelato, Annibale Rucellai, che a Roma ricoprì l’incarico di vice cappellano di Papa Paolo IV. registrata dal 1591 nelle proprietà del cardinale col valore esorbitante di 500 scudi (mentre gli altri quadri valevano mediamente solo 25 scudi ciascuno). Nel 1592 invece è registrato l'acquisto dellAutoritratto di Sofonisba Anguissola da Emilio de' Cavalieri..

Seicento Lo sviluppo della collezione Alessandro fu la persona più influente sotto il profilo mecenatico familiare. I suoi stretti rapporti con personalità illustri del periodo, come Ottavio Costa (di cui Ruggero Tritonio, segretario di fiducia del Montalto, fu anche redattore testamentario del banchiere genovese), il cardinal Del Monte, il cardinale Pietro Aldobrandini oltre che Scipione Borghese, indirizzarono il Peretti a una spiccata sensibilità verso il fronte artistico. Al cardinale si deve sia la raccolta artistica che quella di antichità, le cui opere della quadreria (pitture o sculture moderne) venivano talvolta acquistate dal mercato d'arte talaltra commissionate in prima persona agli artisti del tempo, mentre quelle archeologiche venivano comperate direttamente da famiglie patrizie romane in difficoltà economiche, od ottenute a seguito di scavi promossi in quegli anni sotto il pontificato del prozio.

La quadreria messa in piedi dal cardinale assunse nel tempo una connotazione classicista con una sostanziale prevalenza di opere di pittori bolognesi, capitanati da Annibale Carracci e dalla sua scuola (Reni, Domenichino, Albani, Lanfranco), particolarmente apprezzati dal Peretti. Vi furono poi accanto a questi anche i pittori di scuola caravaggesca dal naturalismo filtrato con orientamenti classicisti, quali Giovanni Baglione e Antiveduto Grammatica, mentre autografi del Caravaggio non compariranno mai negli inventari della collezione Peretti. Infine figurano svariare opere del Cavalier d'Arpino, il quale già consulente per gli acquisti presso gli Aldobrandini, famiglia vicina al Peretti, probabilmente su sponsorizzazione della stessa compare negli inventari del cardinale con ben otto opere.

Nel 1600 il Montalto inviò all'imperatore Rodolfo II a Praga la Danae di Tiziano, oggi a Vienna. L'opera fu scelta in sostituzione di un'altra chiesta dal sovrano al cardinale già nel 1595, ossia il David e Golia (verso-recto) di Daniele da Volterra, particolarmente apprezzata ma che per via della sua "fragilità" non si riuscì a organizzare in due anni, fino al 1597, un trasporto così lungo e rischioso.. Dal 1601 al 1605 il cardinale fu ancora legato pontificio a Bologna; nel 1607 questi raffredda i rapporti con Scipione Borghese a seguito della requisizione della collezione del Cavalier d'Arpino.Il pittore ricevette l'accusa dal rivale Cristoforo Roncalli, detto Pomarancio, di averlo sfregiato per invidia professionale. Seppur l'accusa era infondata, il Borghese la appoggiò con lo scopo di requisire la collezione d'arte del Cesari, dove figuravano tra l'altro diverse opere del Caravaggio. Il Peretti di contro appoggiò il Cavalier d'Arpino, facendolo soggiornare nel suo palazzo della Cancelleria. Il capo d'accusa si concretizzò "solo" nel possesso illecito d'armi da parte del pittore, tuttavia in cambio di ciò la raccolta d'arte nella sua bottega fu sequestrata e prelevata dal Borghese.

Tra il 1606 e il 1607 il cardinale iniziò in maniera sistematica ad occuparsi della quadreria,. mentre la collezione di antichità, una delle maggiori e ragguardevoli di Roma, si sviluppò per la maggior parte, con molta probabilità, entro il 1605, prima della salita al soglio pontificio di Paolo V Borghese, in quanto il cardinal nipote Scipione poco spazio lasciava ai "rivali" in campo collezionistico. Al 1608 risultano due opere di destinazione pubblica commissionata dal Montalto: la prima avvenne dopo che entrò in contatto con Terenzio Terenzio, su suggerimento del cardinal Del Monte, il quale chiese a questi la realizzazione dellImmacolata Concezione con i santi Francesco, Bonaventura, Margherita, l'Arcangelo Michele e il principe Michele Peretti per la chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma,. la seconda, ancor più importante sul panorama artistico romano, è rappresentata il lavoro che affida nello stesso anno all'architetto Carlo Maderno, il quale realizza la cupola nella basilica di Sant'Andrea della Valle (terza per grandezza della città), la cui decorazione del catino fu affidata al Lanfranco, mentre al Domenichino verranno chiesti gli affreschi nei peducci, nel coro e nell'abside. L'intero ciclo decorativo, completato tra il 1622 e il 1627 con la Gloria del Paradiso sotto la supervisione del cardinale Francesco Peretti, costituirà un modello per le cupole romane e italiane del Seicento.

Nel 1610 compaiono per la prima volta nei libri contabili del cardinale il Baglione e il Grammatica: il primo per la realizzazione di un San Giovanni Battista (pagato 100 scudi, oggi ad Atene) e un Ercole che fila (non rintracciato), il secondo, che ricevette in totale 250 scudi per i cinque dipinti commissionati tra il 1610 e il 1621, che eseguì unEuropa e un Ercole, probabilmente in pendant, compensate con 50 scudi complessivi, mentre nel 1611 realizza la Giuditta (oggi nel museo dell'Indiana)..