La cartiera di Vas è stata un'industria italiana per la produzione della carta. Dopo secoli di storia, l'antico opificio è oggi un attivo centro culturale e didattico, dove è possibile effettuare, fra le cose, delle visite guidate per poi sperimentare personalmente le diverse fasi di produzione di un foglio di carta fatto a mano.

Il sito della storica fabbrica è situato presso l'omonimo paese, parte del comune di Setteville, in provincia di Belluno. Fondata nel XVII secolo, è stata una delle più importanti cartiere della Repubblica di Venezia nell'ultima fase della sua storia, ed ha continuato la sua attività industriale fino alla seconda metà del '900.

Il territorio vassese e la produzione cartaria in Veneto Le origini della cartiera risalgono alla presenza della sorgente carsica che si trova nei pressi del centro del paese, dal quale nasce il torrente Fium, il quale, dopo una breve corsa di poco meno di un chilometro, si getta nelle acque del vicino fiume Piave. Lo sfruttamento delle acque del torrente, per mezzo di mulini e anche per la produzione di panni mediante il processo di follatura, risulta attestato da documenti risalenti al XIV secolo. La forza idraulica del Fium venne poi utilizzata, dai primi anni del secolo successivo, per azionare una sega da legname. Antica è anche l'origine del passo barca, utilizzato per attraversare il Piave e raggiungere il villaggio di Quero, situato sulla sponda destra del fiume, garantendo in tal modo le comunicazioni e lo sviluppo di una minima attività commerciale.

L'attività cartaria a Vas, oltre che dalla predisposizione naturale del luogo, prese le mosse anche dalla particolare congiuntura economica in cui si trovava la Repubblica di Venezia a seguito delle grandi scoperte geografiche del XV – XVI secolo e all'ascesa dell'Impero Turco nel Mediterraneo orientale. Questi eventi, infatti, misero in crisi il ruolo di Venezia come fondamentale mediatrice nel commercio dei prodotti, come le spezie, che da Oriente erano diretti in Europa. È in questo contesto che il patriziato alla guida dello Stato Veneto colse il potenziale economico dei propri domini di terraferma, avviando grandi investimenti produttivi nel settore dell'artigianato e delle attività preindustriali. Essendo Venezia uno dei maggiori centri tipografici d'Italia, le manifatture cartarie rappresentavano un ottimo investimento, ma la peste del 1630 – 1631 ebbe l'effetto di bloccare la produzione cartaria nei domini veneti, a causa della diminuzione della domanda di carta e della penuria di stracci, solitamente dati alle fiamme insieme alle cose appartenute agli appestati e all'epoca utilizzati come materia prima nella produzione dei fogli. Nel 1638 la corporazione dei cartai ottenne degli sgravi fiscali dal governo al fine di risollevare il settore dalla crisi. Fu a questo punto che la nobile famiglia veneziana dei Gradenigo decise di allestire la propria fabbrica di carta a Vas.

Storia I Gradenigo a Vas I Gradenigo avevano ereditato i diritti di sfruttamento delle acque del torrente Fium e di vari impianti idraulici nel territorio vassese tramite il matrimonio, nel 1543, tra Pietro ed Elena Bembo, figlia naturale del cardinale Pietro Bembo. In un secondo tempo avevano poi acquisito le proprietà dei Priuli, proprietari dei terreni dove sorgerà poi il palazzo padronale attiguo all'opificio. A riprova di tali diritti, la magistratura veneziana dei Provveditori Sopra i Beni Inculti, in data 29 gennaio 1655, ne confermò la proprietà al “Nobil Homo ser Domenico Gradenigo fu de ser Paulo”.I Provveditori Sopra i Beni Inculti erano dei funzionari, di stirpe nobiliare, incaricati dal governo di provvedere al ripristino delle terre non produttive presenti all'interno dello stato veneto.

Visti riconosciuti i propri diritti, i Gradenigo decisero di porre in essere la propria attività a Vas, nonostante si trattasse di un isolato villaggio pedemontano, soprattutto grazie alla presenza delle acque del torrente Fium, limpide per tutto l'arco dell'anno, ideali per produrre carta di qualità. A brevissima distanza dalla cartiera si trovavano poi le sponde del Piave, solcato da zattere le quali, nonostante il concreto rischio di naufragio, costituivano un importante sistema di comunicazione e trasporto di merci tra le aree montane bellunesi e la pianura veneta, fino alle lagune. Dopo la metà del '600 l'impianto subì un ingrandimento, venendo dotato di un numero sempre maggiore di ruote idrauliche per il movimento dei pestelli che servivano a trasformare gli stracci in pasta di carta. Vennero edificati depositi, grandi ambienti arieggiati ai piani superiori per l'asciugatura dei fogli, canali (rogge) che portavano l'acqua del torrente fino alle ruote idrauliche e tini, dove l'impasto di carta veniva filtrato.

Gli abitanti del luogo, abituati ad un'economia povera, fatta di agricoltura e allevamento, oltre che di poche attività artigianali, vennero inizialmente impiegati per i lavori più semplici e poco remunerativi, mentre il personale specializzato impiegato nella cartiera veniva reclutato in località dove era già presente una tradizione di produzione della carta, come Oliero, Ceneda o la zona di Salò, sul lago di Garda. La convivenza tra locali e forestieri non era facile, e spesso degenerò in atti di violenza, soprattutto ai danni dei primi. Col tempo, tuttavia, la cartiera divenne un punto di riferimento per la vita della comunità vassese.

Bernardo Gradenigo fu tra gli esponenti della famiglia colui che più si legò al territorio di Vas, tanto che alla sua morte, avvenuta nel 1687, dispose di essere sepolto presso la chiesetta di Sant'Antonio da Padova, fatta edificare nei pressi del palazzo padronale. Secondo la tradizione locale, inoltre, un prezioso abito bianco e un manto in velluto indossati nel giorno delle nozze da una nobildonna Gradenigo nel XVII secolo sarebbero stati donati alla chiesa parrocchiale di Vas per essere trasformati in abiti sacri (presso la stessa chiesa, ancora oggi si conserva un magnifico abito liturgico le cui fattezze lasciano intendere il riadattamento di un abito profano).

L'opificio, fin dai primi tempi, venne affidato dai Gradenigo ad affittuari, dietro pagamento di un canone. Nel 1661 divenne affittuario Andrea Bozzon, che giunse a Vas con lo zio Francesco, cartaro e quasi certamente primo gestore della fabbrica vassese. In quegli stessi anni arrivò a Vas Delai Lanterna, originario di Toscolano, sul lago di Garda, mercante di carta a Venezia. Questi in una prima fase svolse la funzione di braccio commerciale della ditta, mentre i Bozzon continuavano ad occuparsi degli aspetti produttivi. La carta prodotta a Vas era destinata ai fabbisogni delle stamperie, della burocrazia statale veneziana e degli ordini religiosi, ma anche all'esportazione. Per esempio, della carta con filigrana appositamente studiata per i mercati levantini, riportante lo stemma della mezzaluna islamica (al posto dei consueti simboli cristiani), venne utilizzata dalle cancellerie imperiali ottomane, anche per redigere gli atti dei sultani. Filigrane con gli stemmi della boccia di vetro e della lanterna, i marchi di Francesco BozzonIl cognome Bozzon richiama il termine dialettale “bozza”, che significa bottiglia di vetro. e Delai Lanterna, vennero sormontate da mezzelune islamiche e carta di Vas riportante queste filigrane, in particolare dell'apprezzatissimo e pregiato formato “tre lune”, furono utilizzate per redigere documenti in varie regioni dell'Impero Turco, dai Balcani alla Palestina.

La gestione dei Remondini Agli inizi del '700 la cartiera di Vas entrò a far parte del patrimonio dei Remondini, grandi stampatori bassanesi, decisi a produrre in proprio l'enorme mole di materiale cartaceo di cui necessitavano per le proprie produzioni tipografiche, commerciate in tutta Europa.

La cartiera di Vas, peraltro, venne presa in locazione dai Remondini più come investimento che per reale necessità, vista anche la non trascurabile distanza da Bassano. Nella gestione di questo impianto, pertanto, essi non agirono da soli, ma si avvalsero di collaboratori che si dovevano occupare dello smercio della carta prodotta nell'opificio. Il 1 ottobre 1767 essi stipularono un contratto decennale con il concittadino Domenico Gnoato, che in passato aveva già collaborato con loro. Dotato di un capitale iniziale di 5.000 ducati all'interesse del 6% annuo, pagabile al termine di ogni anno, Gnoato avrebbe dovuto sovrintendere al corretto funzionamento della fabbrica, tenendo un registro contabile e redigendo un bilancio annuale degli affari. Il direttore avrebbe dovuto recarsi una volta al mese a Vas per verificare le condizioni della fabbrica e al termine di ogni anno sociale, tolte le perdite e pagato il canone di locazione, l'interesse per il capitale affidato e le spese di gestione, l'utile restante sarebbe stato diviso a metà tra i Remondini e Gnoato.

Visto il buon andamento degli affari, nel 1778 i Remondini rinnovarono il contratto, assumendo quale capitale del negozio l'utile finora maturato, mentre gli iniziali 5.000 ducati investiti, non più necessari per l'andamento della fabbrica, diventavano un debito personale del direttore della cartiera. A Gnoato, a titolo di contributo per il suo lavoro come direttore, era inoltre corrisposta una cifra di 1.000 lire annue. Alcuni anni dopo, nel 1783, Gnoato presentò ai soci il bilancio relativo al periodo trascorso: esso si rivelò deludente, evidenziando uno scarso guadagno di cui i Remondini non riuscirono a comprendere le cause, a causa della cattiva tenuta dei registri contabili da parte del direttore. Amareggiati, si ritirarono dall'affare, accordando all'ex socio la loro quota, ma anche i debiti e l'onere dell'affittanza dello stabilimento. Domenico Gnoato proseguì quindi da solo l'attività, cercando di mantenere alto il livello qualitativo del prodotto.

L'Ottocento: l'ammodernamento dello stabilimento

Nel corso del XIX secolo arrivarono anche in Italia alcune nuove tecnologie nel settore della fabbricazione della carta, come i raffinatori ciclici, detti cilindri olandesi (essendo comparsi per la prima volta proprio in Olanda già alla fine del 600'), dotati di lame che sfilacciavano in tempi brevi i tessuti per ottenere la pasta di carta, gli essiccatori a vapore e l'utilizzo delle fibre di legno come materia prima al posto degli stracci, sempre difficili da reperire. L'abitato di Vas, ad inizio '800, vide il passaggio dalla Repubblica Veneta alla dominazione prima francese e poi austriaca, mentre il continuo stato di guerra in cui versava l'Europa, insieme all'aumento della pressione fiscale e all'instabilità dei mercati, portò il settore cartario alla crisi.

In quest'epoca molte famiglie aristocratiche, perduti gli antichi privilegi, si ritirarono dalla gestione delle industrie, a favore di nuovi proprietari di origine borghese. Giovanni Marsura, ch era alla guida della Tipografia del Seminario di Feltre, nel 1826 divenne padrone della fabbrica di Vas, rimettendola in funzione a seguito di una radicale ristrutturazione seguita ad anni di inattività conseguente alla morte della contessa Cornelia Dolfin Gradenigo e alla fine della gestione di Domenico Gnoato, nel 1818. Il nuovo catasto austriaco, nel 1849, attestò la proprietà di Giovanni Marsura sulla fabbrica, ma non su Cà Gradenigo e la sua chiesetta, che risultavano essere di proprietà di altri privati, fino all'acquisto dell'intera proprietà da parte di Luigi Deon nel 1881. Il passo barca, i cui diritti un tempo spettavano ai Gradenigo e venivano esercitati dai gestori della cartiera, venne invece soggetto ad appalto pubblico.