È stato anche un teologo e poeta, protagonista della difesa dell'autonomia valdostana, della causa degli emigranti valdostani a Parigi agli inizi del Novecento, e tra i più importanti sostenitori dell'annessione della Valle d'Aosta alla Francia.
È conosciuto come l'abbé Petigat, che in francese significa abate Petigat. Tale definizione è tuttavia inesatta, in quanto Petigat non fu mai abate. Il termine "abbé" si usa in lingua francese con un significato più ampio, riferendosi a un religioso cui la comunità attribuisce una particolare importanza.
Biografia
Infanzia Auguste Petigat nacque il 27 aprile 1885 da una famiglia di commercianti a Villeneuve, in Valle d'Aosta, all'epoca inquadrata nel Circondario di Aosta, facente parte a sua volta della Provincia di Torino. Il padre, Pascal Petigat, e la madre, Angélique Pelissier, originaria di Arvier, gestivano un bar nel paese. La famiglia Petigat era molto numerosa ma dei sedici figli avuti, solo sei rimasero in vita: Tersille, si sposò e si trasferì in Francia; Pierrine gestiva un negozio di alimentari a Villeneuve; Léonide gestiva un albergo nel paese natale; Junide, aveva un bazar sempre in paese; Joson, contadino e autonoleggiatore, serviva regolarmente il confine italo-francese, assicurando il collegamento stradale con Bourg-Saint-Maurice, e infine Auguste, che scelse presto la vita sacerdotale. Dopo la quinta elementare, Auguste studiò prima al Piccolo seminario e poi al Seminario maggiore di Aosta, all'epoca molto rigidi nell'insegnamento. Dal 1906 Petigat iniziò a collaborare a numerose testate giornalistiche valdostane, tra cui il Duché d'Aoste, organo della curia vescovile.
Tra gli emigranti a Parigi Il 14 marzo 1908 il vescovo di Aosta Joseph-Auguste Duc nominò Auguste viceparroco di Antey-Saint-André, che il giorno successivo celebrò la sua prima messa a Villeneuve. Il 4 dicembre 1912 Petigat partì per Parigi, dove si stabilì prima dalla sorella Tersille e, in seguito, trovò affitto in rue des Vinaigriers e fu nominato vicario della parrocchia di Notre-Dame de la Gare nel maggio 1913. Nello stesso anno fondò lÉcho de la Vallée d'Aoste, organo di stampa dei valdostani all'estero, giornale che nasceva su base associativa, in funzione dei bisogni degli immigrati e lontano da qualsiasi ideologia politica. Il suo ruolo presso la comunità degli emigrati fu rilevato dal canonico Élie Pession. L'attenzione posta dal prete all'emigrazione valdostana era data dall'imponenza del fenomeno all'epoca: il processo, iniziato dopo il 1861, traeva le sue origini dall'impoverimento progressivo delle campagne valdostane, causa prima dello spopolamento della regione, avviatosi fin dalla cessione della Savoia da parte del Regno di Sardegna alla Francia, un atto traumatico per i valdostani dato che essa era ritenuta una "regione sorella" per lingua e cultura. Tra il 1862 e il 1881 si erano allontanati dalla Valle d'Aosta più di 6mila persone e tale processo continuò fino alla Prima guerra mondiale, le città francesi predilette dopo Parigi erano Grenoble e Marsiglia, con un'interruzione solo durante il conflitto. Il giornale dell'Écho costituì una corrispondenza fondamentale tra i migranti e la regione alpina, anche sostenendo le politiche economiche e coloniali dei governi liberali italiani di Giovanni Giolitti e di Antonio Salandra. Il passaggio dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa fu salutato con favore da Petigat, che riteneva che tra Italia e Francia ci fosse una naturale amicizia. Nel dicembre 1918 tornò sulla questione regionale, preoccupandosi della salvaguardia della lingua francese in Valle d'Aosta in un momento in cui, complice l'espansione dell'industria pesante su impulso di quella mineraria e idroelettrica, continuava ad aumentare l'afflusso di immigrati da altre regioni italiane come lombardi, veneti, umbri, marchigiani e liguri. Petigat, cogliendo le potenzialità aperte dai trattati di pace, sostenne Anselme Réan de la Ligue valdostaine, Comité italien pour la protection de la langue française dans la Vallée d'Aoste, che il 7 aprile 1919 inviò al presidente del Consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando, impegnato alla Conferenza di Versailles, una petizione a sostegno dell'autonomia linguistica della Valle d'Aosta, rimasta però lettera morta. Il 22 maggio 1920, Petigat si dimise dal giornale che aveva fondato e pochi mesi dopo, il 16 ottobre, uscì il primo numero de La Vallée d'Aoste, sempre strettamente legato all'emigrazione valdostana. Per questa decisione il prete valdostano fu accusato di protagonismo e anche di aver sottratto fondi al suo giornale, un'accusa poi respinta in via legale.
I rapporti col fascismo Dal punto di vista politico, La Vallée d'Aoste era vicino al Partito Popolare di Don Luigi Sturzo, pur evitando, nella sua tradizione, di inserirsi direttamente nel dibattito politico. Si disinteressò dei fatti del Biennio rosso, rendendolo di fatto un giornale moderato. Petigat continuò a difendere l'identità e la storia valdostana, sviluppando proposte d'intervento contro la chiusura delle scuole di villaggio, a favore dell'uso della lingua francese e di un miglioramento delle condizioni socio-economiche della valle.
Nel 1923, Petigat avviò una raccolta di firme per l'insegnamento della lingua francese, nonostante l'avvento della dittatura fascista e la soppressione delle scuole di villaggio con la riforma Gentile. Nel dibattito e sul giornale si inserì un giovane avvocato, anche lui poi difensore della causa valdostana, Émile Chanoux. Rispetto al particolarismo di Chanoux, Petigat era più moderato (anche consapevole delle crescenti violenze fasciste) e, senza chiedere l'autonomia amministrativa e politica della sua regione, ribadì la necessità di una legislazione nazionale sensibile ai problemi della Valle d'Aosta. Il 17 maggio 1924 Petigat fece un viaggio a Roma per un'udienza da Papa Pio XI, a cui fece dono del "Libro d'oro" dei caduti valdostani nella Grande guerra. In quell'occasione, il prete incontrò anche un segretario di Benito Mussolini, a cui espresse il visibile disaccordo verso le politiche del nuovo regime. La continuità degli articoli di Chanoux sul giornale segnò la posizione definitiva del giornale di fronte alle autorità fasciste, specialmente dopo la pubblicazione di un articolo che esaminava le criticità nel rapporto tra la Valle d'Aosta e lo Stato italiano, dalla lingua alla proprietà delle acque all'assetto amministrativo a cui seguì l'imposizione della lingua italiana nella trascrizione degli atti civili.
Nel 1925 il giornale di Petigat subì quattro sequestri da parte delle autorità italiane. La Prefettura di Aosta emise nello stesso anno un provvedimento che vietava il giornale in territorio italiano, a cui Petigat rispose con una circolare a sostegno della sua linea giornalistica e della lotta per l'autonomia valdostana. Il rapporto col fascismo e Petigat si incrinò ufficialmente, anche se il prete dovette comunque abbassare i toni polemici, soprattutto sulla rivendicazione linguistica al fine di salvaguardare l'esistenza stessa del giornale come strumento di divulgazione per i migranti valdostani. Nel frattempo tra il 1926 e il 1927, il regime fascista distaccò la nuova Provincia di Aosta da quella di Torino anche per incoraggiare l'espatrio in Francia e in Svizzera degli abitanti che parlavano unicamente il francese o il patois e promosse ancora di più l'immigrazione italiana da altre regioni della penisola, soprattutto nel pubblico impiego.
Gli attacchi della stampa italiana Nell'aprile 1928, durante una permanenza a Villeneuve (italianizzato in Villanova Baltea), Petigat subì una perquisizione da parte dei carabinieri e fu accompagnato ad Aosta, dove venne interrogato a proposito delle sue attività giornalistiche, in particolare per aver criticato pubblicamente il podestà locale che aveva scritto un articolo in lingua italiana per La Vallée d'Aoste. Petigat venne iscritto alla "rubrica delle persone ricercate e sospette, perché ritenuto pericoloso propagandista antifascista all'estero per la subdola condotta politica tenuta in passato". Si fecero pressanti gli attacchi portati avanti dalle colonne del giornale La Provincia d'Aosta e il prefetto locale chiese al Ministero dell'Interno un provvedimento contro la diffusione del giornale di Petigat. A partire dagli anni trenta il regime mussoliniano cercò di unire gli emigranti valdostani a Parigi sotto l'egida di un'associazione controllata direttamente dallo Stato italiano e il giornale di Petigat era ormai noto come "nettamente anti-governativo e anti-italiano". Iniziarono le difficoltà di distribuzione del giornale nella valle, che tuttavia proseguì le sue pubblicazioni fino al 22 marzo 1935, quando venne chiuso e Petigat riesumò lÉcho de la Vallée d'Aoste, sempre cercando di accreditarsi nuove possibili simpatie sotto il fascismo. A suo dire non voleva occuparsi di politica e che l'elemento irrinunciabile per lui era la "colonia" valdostana a Parigi, abbandonando del tutto, in questo periodo, il tema della rivendicazione linguistica, tanto da introdurre una rubrica fissa in lingua italiana dedicata alla politica interna del Regno d'Italia e alla celebrazione del regime fascista, anche se il francese continuò ad essere usato. Tuttavia, le autorità fasciste non furono mai convinte dall'allineamento pragmatico e del tutto di convenienza di Petigat. L'Écho proseguì le pubblicazioni fino al 17 febbraio 1939 quando l'inasprimento dei rapporti italo-francesi e l'avvicinamento dei venti di guerra si fecero più pesanti anche per il prete valdostano e ne sospesero, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, le attività giornalistiche.
L'ambiguo annessionismo filo-francese Il 15 gennaio 1944, da Algeri, il ministro degli Esteri del Governo provvisorio francese, René Massigli, si dichiarò favorevole all'annessione della Valle d'Aosta alla Francia, innescando una questione politica e territoriale che interessò da vicino Petigat. Il 5 settembre 1944 una missione francese al comando del capitano Guy Fasso incontrò i comandanti partigiani e le personalità principali della Valle d'Aosta per verificare l'atteggiamento locale ad un'eventuale annessione, al quale arrivò subito una rassicurazione dal CNLAI del sostegno ad un'autonomia amministrativa, linguistica e culturale, poi confermata anche dal presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi. Due mesi dopo, le popolazioni delle valli francesi limitrofe si espressero con una mozione votata all'unanimità dal Comité départementel de libération de la Savoie, in cui auspicavano la possibilità dei valdostani ad esprimersi liberamente sull'annessione, sollecitando il generale Charles De Gaulle in questo senso nei futuri trattati di pace.