Biografia Non si hanno notizie circa il luogo e la data di nascita di Caterina De Silvestro. Si può tentare di ricostruire la sua vita, attraverso le edizioni, che recano la sua sottoscrizione. L’apposizione di un nome e un cognome costituisce l’affermazione di una presenza quasi «(in)visibile»: un atto di estremo coraggio.
Sigismund Mayr e la rinascita della stampa a Napoli
Da sola in un mondo di uomini, desiderosa di slegarsi dal nome del marito, edificando la sua modesta fama sui suoi meriti, Caterina irrompe come innovativa imprenditrice a Napoli tra il 1517 e il 1525.
In questo periodo circoscritto, tre protagonisti dominano la scena partenopea insieme alla già citata Caterina: Giovanni Antonio de Caneto, Giovanni Pasquet de Sallò e Antonio Frezza. Tutti legati ad un solo nome: Sigismund Mayr vor Marchsam (Germania XV sec. – Napoli 1517).
Tra i tipografi tedeschi, che, a seguito dell’assedio della città di Magonza da parte delle truppe di Adolfo di Nassau, devono trasferirsi in altre località, si distingue Sigismund Mayr, che nel 1493 giunge in Italia, speranzoso di conseguire il successo in una terra di mercato. Nel corso della sua attività di stampatore, si possono individuare due fasi: quella romana (1493-1496) e quella napoletana (1503-1517).
A Roma, collabora con il suo conterraneo Johann Besicken. Insieme arrivano a stampare 23 incunaboli, finché, per ragioni sconosciute, recedono dal contratto a tempo indeterminato, precedentemente firmato.
Successivamente, pensa di spostarsi a Napoli, dove, dopo un periodo di stasi coincidente con la «jattura» - che, dal 1494 al 1503, imperversa la città colpita dalla peste, scossa dal terremoto e distrutta dall’operato del re Carlo VIII - stampa la sua prima cinquecentina: Egloghe di gentiluomini napoletani alla fine del xv secolo (1503). Anche in questa circostanza non lavora da solo, ma entra in societas con Pietro Summonte, che decide di costituire un sodalizio, dopo aver ricevuto l’incarico da parte del viceré Consalvo Ernandes di Cordova «[…] di fare stampare le opere del Pontano, del Salazaro [sic] et altre», diventando editore del Mayr. L’alemanno deve il suo successo senz’altro all’editio princeps dell’Arcadia (1504) di Jacopo Sannazaro, ritenuta «di gran lunga superiore a quella apparsa scorretta e non autorizzata a Venezia nel 1502». Summonte e Mayr lavorano in sinergia, uno come mente e l’altro come braccio, fino al 1512, determinando «la rinascita dell’arte della stampa» a Napoli. Mayr continuerà a lavorare autonomamente fino alla sua morte (1517). Dalla sua officina, vengono fuori circa quaranta edizioni di qualità, non solo per il valore dei testi in sé, ma anche e soprattutto per la accurata realizzazione che le contraddistingue.
Lo spartiacque L’atto del notaio Antonino d’Ambrosio diventa uno spartiacque importante essenzialmente per due ragioni. Innanzitutto, segnala la sede della stamperia, che ha costituito a lungo oggetto di dibattito tra gli studiosi, fornendo una coordinata spazialeMacchiavelli (cfr. p. 95) afferma che l’officina non ha sede all’Annunziata come, invece, sostengono erroneamente sia Manzi (Ivi, p. 21) - che si rifà al lavoro di B. Capasso Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica e sulla popolazione della città di Napoli dalla fine del secolo XIII fino al 1809 - sia Ascarelli e Menato che scrivono: «l’officina ebbe sede, pare, all’Annunziata» (si veda Fernanda Ascarelli e Marco Menato, La Tipografia del '500 in Italia, in Biblioteca di bibliografia italiana, L.S. Olschki, 1989, p. 28, ISBN 978-88-222-3691-3). Per non cadere nell’errore, Marco Santoro - nel Dizionario degli editori, tipografi, librai itineranti in Italia tra Quattrocento e Seicento, in Biblioteca di "Paratesto", F. Serra, 2013, p. 680, ISBN 978-88-6227-648-1 - riporta entrambe le versioni.: «in apoteca sitam et positam in vicus de sanguini». In relazione a quest’informazione, ne troviamo anche un’altra relativa al tempo. L’annale di Manzi segnala il De agricultura opusculum di Antonino Venuti e Utili instructioni di Giovanni GallucciIl catalogo del SBN, a differenza di EDIT16, censisce come edizione di Caterina De Silvestro anche questa in cui figura come editore ancora il marito del quale viene riportata persino la marca tipografica. come ultime due tirature di Mayr risalenti a luglio. Tuttavia, leggendo l’atto notarile, si può riscontrare che già a maggioProprio al 13 maggio 1517 - data di sottoscrizione dell’atto - si fa risalire la morte di Mayr. Si veda Marco Santoro, Dizionario degli editori, tipografi, librai itineranti in Italia tra Quattrocento e Seicento, in Biblioteca di "Paratesto", F. Serra, 2013, p. 680, ISBN 978-88-6227-648-1., «due mesi prima della vedovanza», Caterina configura come la curatrice delle edizioni. Caterina, infatti, si impegna ad estinguere il debito verso Vincenzo Candela di Agerola del «germanum» - suo defunto marito, che aveva ordinato 25 risme «de forma de carta bastarda» - corrispondente a «circa 27 ducati e tre ettari e mezzo», «metà a fine luglio e metà a fine novembre».
L’attività tipografica di Caterina De Silvestro
L’inizio dell’attività tipografica di Caterina coincide con la morte di suo marito Sigismund Mayr. Caterina De Silvestro, dopo pochi mesi dalla dipartita del suo consorte - che presumibilmente conosce e sposa proprio a Napoli - riprende subito in mano le redini della stamperia, ultimando l’Utile instructioni et documenti di Giovanni Gallucci.
Esordisce, pubblicando due trattati latini del francescano Giacomo Mazza nel formato in 4°: il Tractato per vtile & deletabile nominato amatorium (1517) e il Tractatu preclarissimo & utile nominato Lucerna confessionis… (1518).
Allo stesso anno, risale la monografia intitolata Consuetudines inclyte ciuitatis Neapolis… (1518) di Napoletano Sebastiani, dove si trova la classica espressione «in aedibus Sigismundi Mayr teutonici». Presumibilmente Caterina, almeno all’inizio, decide di lasciare il «prestigioso nome del marito» nella sottoscrizione come strategia commerciale. L’inserimento di molteplici lettere miniate circondate da motivi floreali, le porzioni di testo incastonate in quello complessivo disposto su due colonne e la numerazione delle pagine rendono senz’altro questo un lavoro di grande pregio, meritevole di maggiore risonanza.
Nel suo progetto editoriale, la pubblicazione di testi latini, anche se ricorrente, non si può definire esclusiva. Nel 1519, infatti, stampa l’opera più importante di Girolamo Britonio, un poeta originario di Sicignano degli Alburni: Gelosia del sole, dove si può leggere la dedica dell’autore a Vittoria Colonna. Esce dai suoi torchi un altro testo di carattere storico, scritto sempre da Britonio: Ordene et recollettione de la festa fatta in Napoli per la noua hauuta de lo imperadore Carlo de Austria (1519).
Agli anni Venti del Cinquecento, risalgono gli enchiridia: il Ludus equestris (1520) di Marco Paloni e l’Erōtopaignion (1520), raccolta di epigrammi di Girolamo Angeriano.
Nel 1521, stampa l’opera di Vincenzo Flumaro - Fasciculus myrrhae - dove alcune delle ultime pagine sono riservate all’attestazione delle "cose accadute durante la stampa del codice".
Nel 1523, stampa tre testi di Agostino Nifo: Eutychi Augustini Niphi Medices philosophi Suessani Comentaria in libris posteriorum Aristotelis (gennaio), De regnandi peritia (marzo) e De liberatione a metu futuri diluvii contra nonnullos iuniores (giugno)Risulta interessante la presenza della stessa xilografia nel Mundo praesens dirigit opus, & sapientibus uaticinans euentus…di Giovanni Abioso. Si veda anche G. Macchiavelli, Caterina De Silvestro… cit., p. 111.. Tra questi, il De regnandi peritia è l’unico a contenere postille in caratteri greci (c.3).
Questo non rappresenta solo “l’anno di Nifo”, anzi. Nessuno dei volumi annoverati si può considerare tra i suoi lavori meglio riusciti. Quest’onore spetta al Mundo praesens dirigit opus, & sapientibus uaticinans euentus… (1523), trattatello astrologico di Giovan Battista Abioso, matematico di Bagnoli Irpino. Si apre proprio con il Monogramma di Cristo (iniziali Y.H.S.) nell'ostia radiante, ossia la sua marca tipografica. Al verso della prima carta, si trova una xilografia, che ritrae un astronomo a sinistra e uno scriba a destra. La penultima carta viene occupata dall’indice dei capitoli. L’ultima , invece, contiene un breve testo inquadrato in una cornice xilografica con elementi fitomorfi in alto e in basso, putti e vasi ai lati (mm.105x109, l. superiore 21 mm c. e inferiore 20 mm c.).
La marca tipografica - stavolta posta nel colophon - contraddistingue anche la Satis metuendi diluuij verissima liberatio di Giovanni Elisio, unico esemplare custodito presso la Biblioteca Universitaria di Napoli. Consultandolo, si può notare che all’inizio risulta legato con un’altra opera: l’Opusculum de mirabilibus noue et veteris vrbis Rome editum a Francisco Albertino Floren (1515). Alcuni sostengono che Caterina adoperi un ulteriore segno distintivo: la Madonna di Loreto con in braccio Gesù, che è possibile vedere proprio in quest’edizione.
Fino a questo momento, Caterina lavora da sola, rivelando delle competenze, che connotano la sua attività tipografica. Una senz’altro culturale, poiché mostra di aver ricevuto un’ottima istruzione, superiore a quella delle donne dell’epoca, tenendo conto che a Napoli solo il 2,7% di queste - spesso facenti parte della sfera monastica o nobiliare - scrivono il proprio nome per firmare, mentre le altre si servono di una croce. L’altra sicuramente manageriale, legata alla gestione del denaro. Si crede, infatti, che Caterina sia almeno benestante e che questo abbia spinto Sigismund a prenderla in moglie.
Si circonda di professionisti in grado di calibrare correttamente la carta in quasi tutti i casi, compiendo abilmente un’operazione volta al risparmio. Caterina, quindi, si ricorda tra quei pochi che riescono a stampare una cinquecentina, evitando di inserire carte diverse provenienti da due cartiere distinte o anche dalla stessa cartiera. Il suo “mettersi a nudo” può derivare dalla consapevolezza della propria posizione di prestigio, per quanto difficile da mantenere. Sicuramente, in virtù delle sue conoscenze, si pensa che abbia cooperato con suo marito, anche se mai menzionata nelle sue edizioni, «apprendendone il mestiere» nel corso degli anni.
Evangelista Presenzani da Pavia: erede diretto di… Nel 1524, Caterina sposa Evangelista Presenzani da PaviaC’è chi crede che sia stato un collaboratore stabile e chi che abbia fatto parte del progetto con un «cocopro», quindi che fosse un «lap» (lavoratore a progetto), Ivi, pp. 99-100., che ha già lavorato in precedenza nell’officina Mayr alla realizzazione del De rebus coelestibus (1512).
Il secondo matrimonio, così come il primo dettato da motivi economici, stavolta risulta finalizzato anche ad evitare un’inutile concorrenza, trasformandola in collaborazione, che si concretizza nella fusione delle due officine. Da quest’unione, nasce un’opera figlia: il Monoctium di Gerónimo Pérez, un in 4° di sole 18 carte, conservato in Spagna presso la Biblioteca Nacional de Catalunya e risalente al 10 novembre 1525.
La presenza maschile adombra ancora una volta quella di Caterina, che ritorna di nuovo ad essere designata come moglie legata al nome del defunto stampatore alemanno: «Fuit hec Quaestio Impresse Neapoli per M. Evangelistam Papiensem: Et eius uxorem heredem M. quondam Sigismundi Mayr Calcographi».
All’improvviso Caterina sembra scomparire nel nulla. L’opzione dell’abbandono volontario della propria attività viene immediatamente scartata, considerando l’ipotesi della morte a causa della peste, poiché Evangelista, che prosegue la sua attività per altri due anni, non si firma utilizzando soltanto il suo nome, ma si propone come «erede [diretto] di Maestro Sigismondo Mayr».