I dialetti marchigiani costituiscono un continuum linguistico tipico della regione italiana delle Marche, il cui territorio non è mai stato linguisticamente unitoGiacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pp. 72 sgg.. La regione è attraversata infatti dalle linee isoglosse Massa-Senigallia e Roma-Ancona, che sono importanti confini linguistici anche a livello nazionale. I dialetti marchigiani appartengono pertanto a tre diversi sistemi dialettali: il gallo-italico, l'italiano mediano e l'italiano meridionaleGiovan Battista Pellegrini, Carta dei Dialetti d'Italia, Pisa, Pacini editore 1977Sanzio Balducci - I dialetti (in: La Provincia di Ancona - Storia di un territorio, a cura di Sergio Anselmi, Giuseppe Laterza & figli editori, Roma - Bari, 1987 ISBN 88-420-2987-4, CL 20-2987-1; esistono anche zone miste di difficile classificazione.
Tuttavia è importante anche evidenziare l'assenza nel territorio marchigiano di cesure brusche tra le varie aree linguistiche; passando da una all'altra si assiste invece sempre ad una gradualità di differenze fonetiche, sintattiche e lessicali. Il continuum dialettale marchigiano presenta analogie con quello del Lazio e con quello umbro. In particolar modo si possono evidenziare analogie tra i dialetti umbri meridionali e quelli della provincia di Macerata e di Fermo, in quanto appartenenti ai dialetti mediani propriamente detti; parimenti esistono analogie tra quasi tutti i dialetti della parte meridionale della provincia di Ancona e i dialetti umbri settentrionali (in particolar modo i dialetti di Arcevia e Fabriano, in quanto fanno parte dei dialetti para-mediani); infine, in quasi tutta la provincia di Pesaro e Urbino e nella parte settentrionale della provincia di Ancona si parla un dialetto gallo-italico: il Gallo-piceno.
Origine
La diversità linguistica, tipica anche di altre regioni dell'Italia centrale come il Lazio e l'Umbria, affonda le sue origini nelle vicende di popolamento più antiche: infatti, mentre nell'Età del ferro la regione era interamente popolata dai Piceni, vide poi nel V secolo a.C. l'arrivo dei Galli senoni, popolazione celtica che occupò il territorio settentrionale, e dei greci di Siracusa, che fondarono la colonia di Ancona. Prima della colonizzazione romana il suo territorio si presentava dunque diviso tra il popolo gallico, a nord del fiume Esino, e quello italico dei Piceni, a sud di questo fiume e che occupava anche la parte settentrionale dell'Abruzzo (fino al fiume Saline). Il confine segnava anche una diversità culturale e nei sistemi socioeconomici e conseguenze di tale situazione sono percepibili ancor oggi nella presenza nel nord della regione di dialetti di tipo gallo-italico e di città che gravitano culturalmente e dal punto di vista socioeconomico su Bologna e la pianura padana, mentre nel sud di dialetti di tipo italico-meridionale e di legami socioeconomici che guardano a Roma. Nel centro un'area distinta, in parte di transizione, caratterizzata dalla presenza di Ancona.
Dopo l'occupazione romana, la penetrazione del latino si svolse secondo itinerari diversi, facenti capo alle diverse strade consolari: la via Flaminia per i territori settentrionali già occupati dai Galli senoni, la variante della Flaminia che percorreva la valle dell'Esino per le aree centrali, la via Salaria per i territori meridionali. Si confermò così la differenza dialettale tra nord, centro e sud della regione. Inoltre si deve tener presente che la romanizzazione avvenne secondo due diverse forme: territori annessi e territori alleati; un perno della latinità fu la colonia di Firmum (Fermo), mentre erano città alleate Ancona e Numana sul mare, Camerino, Ascoli Piceno, Matelica e Urbino all'interno; nel caso delle città alleate il Latino si fuse con la lingua preesistente.
Nell'Alto Medioevo si conferma, con la creazione della Pentapoli marittima di ambito bizantino, di cui facevano parte Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, mentre a sud si trovava il potente gastaldato longobardo di Fermo, che si estendeva fino al nord dell'Abruzzo. Si accentua così la ripartizione linguistica già presente tra nord e sud della regione.
Attorno al Mille, con la creazione della Marca di Ancona in tutto l'attuale territorio regionale, il panorama linguistico delle Marche si presenta più omogeneo se confrontato con quello dei secoli precedenti. Esistevano sì le due aree linguistiche a nord e a sud, ma il loro confine non era invalicabile alla circolazione dei fenomeni linguistici; presentavano anzi un coefficiente sensibile di affinità.
Il fenomeno che interessava interamente il territorio regionale era la metafonesi, la quale durò fino al Trecento, quando la toscanizzazione, molto intensa per i rapporti commerciali e culturali, la fece regredire e annullare nell'area centrale. Questa fase interruppe la primitiva continuità linguistica nel territorio marchigiano e da quel momento i due tronconi procedettero staccati, ognuno per proprio conto, producendo ulteriori suddivisioni rispettivamente nel proprio ambito.
Alla fine del Trecento l'influsso toscano lascia le sue conseguenze nei principali centri delle Marche, nelle scritture sia letterarie sia documentarie. Il suo modello viene comunque imposto in maniera diversa; mentre, per esempio, ad Urbino esso era legato al contesto politico e culturale e verrà meno con l'evolversi degli eventi, ad Ancona, dove era fondato su rapporti meramente economici e commerciali, il toscano riuscirà a deviare il corso evolutivo della parlata, specie negli ambienti aulici.
Classificazione Come detto precedentemente, il composito insieme dei dialetti delle Marche appartiene a tre gruppi diversi:
i settentrionali (dialetto gallo-piceno), ascritti al gruppo linguistico gallo-italico e detti anche metauro-pisaurini; tra essi il pesarese, il fanese, l'urbinate, il senigalliese; i centrali, che appartengono al continuum linguistico dei dialetti italiani mediani; essi sono l'anconitano, l'osimano, il filottranese, lo jesino, il fabrianese, e a sud il maceratese-fermano-camerte; i meridionali, appartenenti al raggruppamento dei dialetti italiani meridionali e che perciò presentano alcune caratteristiche in comune con i dialetti abruzzesiGiacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 72. Ne fanno parte il dialetto ascolano, il sambenedettese, il ripano e altri dialetti similiPellegrini G., Carta dei dialetti d'Italia, CNR - Pacini ed., Pisa 1977; sono detti a volte "dialetti marchigiani aso-truentini"Autori vari, Marche, Touring editore, (pagina 63). Consultabile su Google libri a questa pagina.
Le tre aree dialettali in parte corrispondono alle vie di penetrazione del latino e sono tra loro così diversificate da rendere reciprocamente incomprensibili i dialetti parlati in aree lontane tra loro.
Dialetto gallo-piceno
Le varietà diffuse in quasi tutta la provincia di Pesaro Urbino e in parte di quella di Ancona (circondario di Senigallia e isola linguistica del Conero) sono definite gallo-picene (o metauro-pisaurine) alla luce della propria natura gallo-italica. Il gallo-piceno è una variante autonoma del gruppo linguistico gallo-italico, esteso soprattutto nell'Italia settentrionaleAA. VV. Conoscere l'Italia vol. Marche (Pag. 64), Istituto Geografico De Agostini - Novara - 1982; Le Regioni d'Italia, Vol X Collezione diretta da Roberto Almagià, Pubblicazione sotto gli auspici del Comitato Nazionale per la celebrazione del centenario dell'Unità d'Italia, 1961; Flavio Parrino, capitolo sui dialetti nella Guida d'Italia - volume Marche del Touring Club Italiano. In tutta la provincia di Pesaro-Urbino, nella parte settentrionale di quella di Ancona (zona di Senigallia) e nell'area del Cònero si parlano indubbiamente dialetto gallo-italici. In tutti gli studi citati i dialetti gallici parlati nelle Marche vengono definiti "gallico-marchigiani" o "gallo-piceni".
Secondo altre classificazioni linguistiche, il gallo-piceno sarebbe da collegare in qualche modo al romagnolo; ; Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli, I dialetti delle regioni d'Italia, Sansoni Editore, Firenze, 1991, pag. 55 e pag. 75; Loporcaro Michele, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Editori Laterza, Bari, 2009, pag. 105. Tuttavia, uno studio più recente illustra la non completa adesione del gallo-piceno al gruppo romagnolo, dato che in esso i fenomeni gallo-italici si affiancano ad elementi di tipo italo-centraleDaniele Vitali - Davide Pioggia, Dialetti romagnoli, seconda edizione aggiornata, Pazzini Editore, Verrucchio (RN), 2016.
Le cararatteristiche del gallo-piceno possono essere così brevemente sintetizzate:
palatizzazione di a in sillaba libera (chεsa per "casa", falignεm per "falegname", chεr per "caro", pεdre per "padre"), che qui sfuma tra Fano e Senigallia e i cui ultimissimi echi si possono avvertire anche nell'anconitano; la tonica i dinnanzi a nasale diventa é (vén per "vino", cucéna per "cucina"); la pronuncia aperta di e finale accentata (mε, trε, perchε fino circa a prima di Fano); la pronuncia chiusa dei suffissi in -énte solo a Pesaro, ad es. dénte, dove però nel parlato degli anziani c'è variabilità di realizzazione; la diversa distribuzione delle vocali aperte e chiuse, specie nell'area più interna, come nella variante umbra altotiberina di Città di Castello (béne, éra, sédia); in particolare ad Urbino la "o" si presenta più aperta; la riduzione in i del dittongo "iè" in sillaba libera (pid per "piede", pitra per "pietra"); le atone finali scompaiono del tutto come pure molte delle mediane ad eccezione della -a (dmèn per "domani", fémna per "femmina"), con conseguente drastica riduzione di sillabe in parole polisillabiche (stmèn per "settimane"); ad Ancona questo fenomeno è tuttavia assente. a Fano, e in misura maggiore verso l'interno, è riscontrabile l'uso dei dittonghi: bièll, fieoul, meour per "bello", "figliolo", muro").
Sul piano consonantico tratti notevoli sono: la semplificazione delle consonanti intense (cità, dona, ragaza), tipico della parlata di Ancona, che fa della degeminazione consonantica uno dei tratti più distintivi; la tendenza, specie a Pesaro, Fano ed Urbino, a rendere la "z" come "s" (piassa per "piazza"); la lenizione delle sorde intervocaliche (avùd per "avuto", fadiga per "fatica", fóg per "fuoco"), che si spinge ancor più a sud nelle Marche centrali, essendo riscontrabile anche a Jesi, Osimo e in quasi tutto l'entroterra della provincia di Ancona (amigo per "amico", magnado per "mangiato", fradello per "fratello") e in parte anche ad Ancona (pudé per "potere"); la sonorizzazione di s intervocalica, fenomeno che si spinge lungo la costa centrale marchigiana fino a Porto Recanati.
Dei tratti morfologico-sintattici si possono notare i plurali in -ai, -ei, -oi da singolari in "-al, -el, -ol", come anche in Veneto (cavài, cavéi, fagiói) e poi, nella subarea pesarese, i pronomi personali soggetto del tipo mε, tε per "io" "tu", e, in tutta l'area, l'utilizzo di pronomi clitici com'è tipico delle parlate gallo-italiche (a Pesaro mε a parle "io parlo", tε t si "tu sei", ló 'l bala "lui balla", lori i bala "loro ballano", el vènt el tira, ecc.).
Sub-area pesarese-fanese-urbinate
Nel litorale la zona dialettale pesarese-fanese-urbinate comprende tutte le località fra Gabicce Mare e Marotta e nell'interno abbraccia tutta la Provincia di Pesaro-Urbino tranne l'area di Pergola, dove è parlato un dialetto umbro di derivazione eugubina. Infatti il dialetto pergolese (diffuso nei territori di Pergola, Serra Sant'Abbondio, Cantiano e Frontone) si distingue nettamente dalle restanti parlate della provincia di Pesaro-Urbino in quanto derivato in buona parte dal dialetto eugubino (Pergola fu fondata da Gubbio nel 1234) a cui deve molti termini e modi di dire.