Con problem plays (in italiano "drammi problematici" o "dialettici")Così citati, ad esempio, nella serie Teatro completo di William Shakespeare curata da Giorgio Melchiori della collana I Meridiani, il cui relativo volume contiene Amleto, Troilo e Cressida, Tutto è bene quel che finisce bene e Misura per misura. si definiscono alcuni drammi di William Shakespeare.

Uso della locuzione L'espressione fu adattata a Shakespeare dallo studioso Frederick Samuel Boas nel saggio Shakespeare and His Predecessors (1896). Boas adottò deliberatamente tale termine, allora entrato in voga per definire i drammi di Henrik Ibsen, nei quali il protagonista affronta una situazione spia di un problema sociale più ampio.

Come introdotta da Boas, la locuzione in origine definiva tre drammi: la tragedia Troilo e Cressida (1600-2) e le commedie Misura per misura (1603-4) e Tutto è bene quel che finisce bene (1604-5). Secondo Boas, inoltre, Amleto (1599-1601) costituirebbe un anello di congiunzione tra i drammi dialettici e le successive grandi tragedie shakespeariane.

La locuzione ha avuto successo anche negli studi shakespeariani successivi, tanto da essere stata estesa da alcuni studiosi anche a Il mercante di Venezia (commedia del 1596-7) e Timone d'Atene (tragedia del 1605-6), mentre non è stata accolta l'interpretazione di Boas su Amleto, che viene generalmente considerato una tragedia a pieno titolo.

Caratteristiche Secondo Boas, tali drammi dialettici shakespeariani mirerebbero a esplorare specifici dilemmi morali e problemi sociali; avrebbero inoltre uno stile complesso e ambiguo, mirante ad appassionare e sbigottire lo spettatore anziché causare semplicemente gioia (come una commedia) o dolore (come una tragedia).

In effetti, il concetto presenta consonanze con quello più generico di tragicommedia.

Note

Bibliografia F. S. Boas, Shakespeare and His Predecessors, John Murray, Londra 1896. E. M. W. Tillyard, Shakespeare's Problem Plays, Chatto and Windus, Londra 1949.

Categoria:Opere teatrali di William Shakespeare