Il cesaricidio fu l'assassinio di Gaio Giulio Cesare, avvenuto il 15 marzo del 44 a.C. (le Idi di marzo, Idus Martiæ), ad opera di un gruppo di circa venti senatori che si consideravano custodi della tradizione e dell'ordinamento repubblicano e che, per loro cultura e formazione, erano contrari a ogni forma di potere personale. Temendo che Cesare volesse farsi re di Roma, un numero variabile di circa 60 o 80 senatori, guidati da «Gaio Cassio, Marco e Decimo Bruto»,Svetonio, Le vite dei dodici Cesari. Vita di Giulio Cesare, 80. congiurarono per uccidere il dittatore. Tra essi, oltre ai Pompeiani e ai repubblicani, vi erano alcuni sostenitori di Cesare che furono spinti a compiere questo assassinio prevalentemente da motivi personali: per rancore, invidia e delusioni per mancati riconoscimenti e compensi.Cronologia Leonardo.it, Giovanni Ceglia, I cesaricidi.
Il cesaricidio, inteso nel senso prevalente di eliminazione fisica di chi si ritenga possa pregiudicare la libertà per fini di potere personale, ha assunto nel tempo il significato ideologico di estremo tentativo di difendere i valori delle libertà civili,Il cesaricidio viene ad esempio definito da Montesquieu «un'azione divina» in quanto Bruto «libera dalla tirannide» anche se «non ripristina la libertà» (in Montesquieu, Considerazioni sulle cause della grandezza dei Romani e della loro decadenza, passim). o al contrario quello di conservare ad ogni costo i valori della tradizione messi in pericolo da un potere giudicato come dispotico.Questo ad esempio il significato attribuito all'espressione Sic semper tyrannis (lett. "Così sempre ai tiranni") attribuita a Marco Giunio Bruto nell'atto di assassinare Giulio Cesare.
Contesto storico
Console nel 59 a.C., Gaio Giulio Cesare guidò vittoriosamente come proconsole le legioni romane tra il 58 e il 50 a.C., durante le campagne in Gallia. L'alleanza politica con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, denominata primo triumvirato, garantiva la situazione dell'Urbe e doveva permettere a Cesare di portare a compimento la sua campagna senza le interferenze degli esponenti della fazione degli ottimati, suoi avversari. Dopo la morte di Crasso nel 53 a.C. a Carre, tuttavia, l'accordo tra Cesare e Pompeo si andò progressivamente incrinando: il secondo si fece interprete delle tendenze conservatrici del senato osteggiando l'operato cesariano nelle Gallie e tentando di sottrarre allo stesso Cesare il comando delle legioni assegnategli in precedenza.
Nonostante i tentativi di mediazione formulati da ambo le parti, risultò impossibile giungere ad una soluzione di compromesso e, il 10 gennaio del 49 a.C., Cesare attraversò in armi il fiume Rubicone, che delimitava il confine all'interno del quale non era consentito che un generale marciasse in armi. L'atto di Cesare ebbe dunque l'effetto di una reale dichiarazione di guerra contro la Repubblica: gli ottimati si strinsero attorno a Pompeo che lasciò l'Italia per trasferire le sue forze nella penisola balcanica. Cesare, assicuratosi il controllo di Roma e sconfitte in seguito le forze pompeiane in Spagna, raggiunse il rivale sulle coste dell'attuale Albania, dove fu sconfitto a Dyrrhachium; i due eserciti si scontrarono poi nuovamente, nell'agosto del 48 a.C., presso Farsalo, in Tessaglia, dove Cesare ottenne la decisiva vittoria sul rivale. Pompeo fuggì allora verso l'Egitto, dove fu ucciso dai sicari del re Tolomeo XIII.
Lanciatosi all'inseguimento del nemico sconfitto, Cesare giunse in Egitto poco dopo l'assassinio di Pompeo; in qualità di rappresentante di Roma, dove era stato nominato nuovamente console, pose sul trono Cleopatra VII, scatenando la guerra alessandrina, che lo tenne occupato per alcuni mesi. Dopo aver posto fine ai disordini in Egitto grazie all'arrivo di un esercito inviato in suo soccorso, Cesare sconfisse a Zela le forze del re del Ponto Farnace II, e intraprese poi una difficile campagna in Africa contro gli ottimati, riorganizzatisi sotto la guida di Marco Porcio Catone. Vinti i nemici nella battaglia di Tapso, poté tornare a Roma dove, celebrati quattro trionfi per le sue campagne vittoriose, diede inizio a una profonda riforma della Repubblica, che riorganizzò sotto il suo sostanziale controllo, pur limitandosi ad esercitare il proprio potere secondo le forme costituzionali del consolato e della dittatura.
La congiura Le avvisaglie Negli ultimi mesi del 46 a.C. Cesare partì per la Spagna, dove affrontò gli eserciti della fazione pompeiana strettisi attorno ai figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto, e guidati da Tito Labieno, che aveva militato in Gallia sotto lo stesso Cesare come luogotenente; i due schieramenti si affrontarono il 17 marzo del 45 a.C. nella decisiva battaglia di Munda, che sancì la vittoria della fazione cesariana.Canfora, p. 471.
La definitiva sconfitta della fazione pompeiana procurò a Cesare le antipatie di buona parte dei sostenitori della Repubblica, che temevano l'instaurazione di un regime a carattere monarchico, che sarebbe risultato inviso a tutti i Romani. Notevoli malcontenti, tuttavia, si generarono anche all'interno dello stesso partito cesariano: alcuni dei più fidati collaboratori di Cesare, tra cui Marco Antonio e Gaio Trebonio, erano stati esclusi dalla campagna spagnola o posti in secondo piano durante le azioni belliche, e covavano dunque un certo risentimento nei confronti del loro stesso comandante, cui erano stati fino ad allora profondamente devoti.Canfora, p. 294. Le tendenze al potere autoritario di Cesare, il protrarsi delle guerre civili, le pressioni dei gruppi anticesariani interni al senato e le rivalità esistenti tra gli stessi componenti dell'ambiente cesariano crearono una situazione favorevole allo sviluppo di progetti di congiura che dovevano risolversi con l'uccisione del dittatore; alcune scelte dello stesso Cesare, d'altro canto, quali le aperture verso personaggi che non gli si erano mai mostrati benevoli, apparivano alquanto discutibili agli occhi dei suoi collaboratori, e non facevano che alimentarne il risentimento. Trebonio, ad esempio, convinto repubblicano che si era in passato opposto alla politica popolare del tribuno della plebe Publio Clodio Pulcro per poi passare alla fazione cesariana,Canfora, p. 295. era stato messo da parte, dopo aver avuto un importante ruolo nell'assedio di Marsiglia,Cesare, De bello civili, II, 1-16. per aver fallito nel tentativo di sconfiggere Gneo Pompeo il Giovane in Betica prima dell'arrivo di Cesare.Canfora, p. 296. Incoraggiato probabilmente dal "sistema di potere che Cesare tentava di costruire fuoriuscendo con molte incertezze e soluzioni dalla vecchia legalità repubblicana", Trebonio aderì, nell'estate del 45 a.C.,Canfora, p. 293. mentre Cesare era ancora impegnato a completare il processo di pacificazione della Spagna, ad un progetto di congiura che mirava ad eliminare il generale vittorioso, probabilmente nato all'interno dello stesso ambiente cesariano e dunque non direttamente riconducibile alla congiura che sarebbe stata portata a compimento alle Idi di marzo del 44 a.C. L'adfectatio regni
Antefatto Nella metà del gennaio del 44 a.C. le statue di Cesare poste sui Rostri compaiono adornate con un diadema, simbolo della regalità ellenistica. I due tribuni della plebe Caio Epidio Marullo e Lucio Cesezio Flavo non tengono conto della contrarietà di Cesare e li fanno togliere.Nicola di Damasco, FGH, 2, 90, fr.130, XX, 69; Svetonio, Iul., 79,1.
Il 26 gennaio dello stesso anno, mentre torna dalle Feriae latinae, Cesare viene salutato da alcuni con l'appellativo di rex: intervengono nuovamente i due tribuni e processano uno dei simpatizzanti di Cesare, il quale, pur mostrando di non gradire di essere chiamato in quel modo, fa destituire i due tribuni.Nic.Dam., FGH, 2, 90, fr.130, XXI, 73; Plutarco, Caesar, 60, 3; Sue.Iul., 79, 2.
Il 15 febbraio del 44 si svolge la festa dei Lupercalia che consisteva nel rito della corsa dei Luperci, abbigliati succintamente in vesti di pelli di capra, che correndo intorno al colle Palatino, uno dei colli su cui era stata fondata Roma, forniti di scudisci colpivano, in segno beneaugurante, tutti quelli che incontravano nel loro percorso: in particolare le donne incinte offrivano il loro ventre alla frusta per propiziare la nascita del figlio.Roberto Giorgi, Lupercalia, Editore youcanprint, 2014.. Alla festa assiste Cesare, vestito di porpora, seduto su un seggio dorato e incoronato d'alloro. Uno dei Luperci è Marco Antonio, che alla fine del rituale inaspettatamente offre a Cesare un diadema. Augusto Fraschetti, Antonio e Cesare ai Lupercalia in F.M.Fales, C.Grottarelli (a cura di), Soprannaturale e potere politico nel mondo antico e nelle società tradizionali, Milano 1985, pp.165 e sgg.
Secondo CiceroneCic., Phil., 2,34,85-87, Tito LivioLivio, Periochae, 116, Velleio PatercoloVell.Pat. 2,56,4, PlutarcoPlutarco, Ant., 12,1-7, SvetonioSvetonio, Iul. 79,2, AppianoApp. Civ. 2,109,456-110,459 e Cassio DioneCass.Dio. 44,11, 1-3 l'iniziativa di incoronare Cesare fu presa da Antonio mentre Nicola di Damasco FGH, 2,90, fr.130, XXI, 71-75 sostiene che fu un tale Licinio a offrire il diadema a Cesare, poi i futuri cesaricidi Cassio e Casca e, da ultimo, Antonio.
Cicerone, che molto probabilmente fu testimone oculare dei fatti, racconta che Antonio, al termine della corsa, tenne un infervorato discorso e offrì, lasciando costernato il magister equitum Lepido che non approvava ciò che stava accadendo, il diadema a Cesare che, accortosi della disapprovazione del popolo, lo rifiutò; allora Antonio si gettò ai piedi di Cesare supplicandolo di accettare il diadema, ma Cesare rifiutò di nuovo così che Antonio alla fine desistette, ma fece registrare l'avvenimento nei Fasti.Cic. op. cit., ibidem.
A partire da questo episodio, in cui in una manifestazione pubblica si stabiliva una connessione simbolica tra Romolo, primo re allattato nella grotta Lupercal, e Cesare, si diffuse apertamente contro il dittatore a vita l'accusa di adfectatio regni (aspirazione alla tirannide).
Il ruolo di Marco Antonio
Marco Antonio si recò incontro a Cesare nel 45 a Narbona ricevendo da questo la colleganza al consolato e la dilazione dei suoi debiti.I beni di Antonio erano stati pignorati e messi all'incanto, asta che il nuovo console riuscì a bloccare. In quell'occasione Antonio ebbe degli incontri con Decimo Bruto e Gaio Trebonio venendo probabilmente a conoscenza che si era formato a Roma un partito di opposizione a Cesare.
Cicerone riferisce che a Narbona Gaio Trebonio ricevette pieno accordo da Antonio per una congiura contro Cesare e che addirittura quello fosse un coautore del progetto di uccidere il dittatore.
Questo spiegherebbe, aggiunge Cicerone, come mai, mentre Cesare veniva pugnalato, Antonio si soffermasse fuori della Curia di Pompeo a chiacchierare con Tribonio o più congiurati. Ma aggiunge nello stesso testo:
Qui Cicerone pare riferirsi al fatto che, con la morte di Cesare, Antonio avrebbe avuto la possibilità di non pagare più il debito nei confronti dell'erario ma che non potesse arguire che lo stesso Antonio avesse effettivamente partecipato alla congiura.
Su quest'ultimo determinante argomento le fonti non concordano e cercano di spiegare in vario modo il perché Antonio, amico di Cesare, si fosse salvato dai pugnali dei congiurati: Cicerone sembra accusare Trebonio di aver coinvolto implicitamente Antonio nella congiura permettendogli alla fine di salvarsi;Cic. Fam., 10,28 (epistola a Trebonio) Nicola di Damasco sostiene che ad aver risparmiata la vita ad Antonio fosse stata la decisione di Marco Bruto che pur avendo combattuto a Farsalo con i pompeiani era stato da quello graziato e aveva potuto rifarsi una vita politica;N. Dam.,FGH, 2, 90, fr.130, XXV, 93. Velleio Patercolo ribadisce che mentre Cassio avrebbe voluto eliminare anche Antonio prevalse la scelta di Bruto di non ucciderlo per non spargere altro sangue;Op.cit., 2, 56, 3.