Edipo re () è una tragedia di Sofocle, ritenuta uno dei più paradigmatici esempi dei meccanismi di funzionamento della tragedia greca.

La data esatta di rappresentazione è ignota, ma si ipotizza che possa collocarsi al centro dell'attività artistica del tragediografo (430-420 a.C. circa).La datazione dell'opera al 430-420 a.C. viene spiegata, oltre che da motivazioni stilistiche, dal fatto che la peste che coglie Tebe all’inizio della storia potrebbe fare riferimento all’epidemia che effettivamente colpì Atene nel 430 a.C. Inoltre lo studioso Dario Del Corno (Sofocle, Edipo re – Edipo a Colono – Antigone, p. 26, vedi Bibliografia) afferma che il v. 27 degli Acarnesi di Aristofane, del 425 a.C., sarebbe una parodia di un verso dellEdipo re, e che quindi la tragedia sofoclea sarebbe anteriore a tale data. Si tratta però di ipotesi incerta, non riportata dalla maggior parte degli altri studiosi. Altri autori datano invece l'opera al 411 a.C., ritenendo che nel secondo stasimo si faccia riferimento alla polemica di Anassagora contro gli oracoli e che la hybris citata si riferisca al comportamento privo di scrupoli di Alcibiade (vedi Carlo Diano, Edipo figlio della Tyche, Vicenza, 1968, pp. 155 sgg. e Oddone Longo, Edipo re, Firenze, 1970, pp. 13-17).Di Benedetto-Medda, p. 101.

Trama L'opera si inserisce nel cosiddetto ciclo tebano, ossia la storia in chiave mitologica della città di Tebe, e si svolge nel corso di una sola giornataDel Corno, pp. 349-355; Albini, pp. 234-236..

Un'improvvisa pestilenza tormenta Tebe, la città di cui Edipo è sovrano; alla folla supplicante, il re afferma di aver mandato Creonte, fratello di sua moglie, la regina Giocasta, a interrogare l'oracolo di Delfi sulle cause dell'epidemia. Al suo ritorno Creonte riferisce il responso della Pizia: sulla città grava una maledizione dovuta all'uccisione di Laio, il precedente re di Tebe, che è rimasta impunita: il suo assassino vive ancora in città, e finché questi non sarà identificato e giustiziato, la pestilenza flagellerà il regno. Creonte spiega a Edipo che Laio si stava recando a Delfi per chiedere all'oracolo come liberare Tebe dalla morsa della Sfinge, ma lungo la strada fu assalito e ucciso da alcuni briganti. Edipo proclama allora un bando che prevede l'esilio per l'uccisore di Laio e per chi lo protegga o lo nasconda.

Le ricerche dell'assassino non hanno esito, così Edipo convoca Tiresia, l'indovino cieco, perché riveli l'identità dell'assassino; egli però rifiuta di rispondere, considerando più saggio tacere per non richiamare altre sventure. Ne nasce un alterco in cui Edipo taccia Tiresia di impudenza; l'indovino risponde accusando Edipo di essere l'assassino. L'indovino se ne va, profetizzando che entro la notte il colpevole sarà scoperto.

Le parole di Tiresia portano Edipo a credere che Creonte abbia spinto l'indovino a dargli un falso responso per convincerlo a lasciare il trono e incoronare il cognato al suo posto, arrivando a insinuare che possa essere lui il vero assassino di Laio; Creonte nega tutte le accuse. Interviene Giocasta, che invita Edipo a non fidarsi degli oracoli: era stato infatti predetto che Laio sarebbe stato ucciso dal proprio figlio, mentre ad ucciderlo erano stati dei banditi, a un incrocio di tre strade. A queste parole Edipo resta turbato e convoca il testimone di quell'omicidio. La regina chiede al marito il motivo del suo turbamento; Edipo le racconta il suo passato: egli è il figlio di Polibo, re di Corinto; quando l'oracolo di Delfi gli aveva predetto che avrebbe ucciso il proprio padre e sposato la propria madre, era fuggito per evitare che questo disastro potesse avverarsi, ma sulla strada tra Delfi e Tebe, all'incrocio di tre strade, aveva avuto un alterco con un uomo e l'aveva ucciso. Edipo teme che quell'uomo potesse essere Laio.

Nel frattempo giunge un messo da Corinto, e informa Edipo che Polibo è morto. Edipo è sollevato da quelle parole perché suo padre non è morto per mano sua, ma teme ancora la parte della profezia riguardante sua madre. Il messo gli rivela però che non c'è pericolo che egli possa giacere con la propria madre, poiché MeropeSofocle chiama Merope la madre adottiva di Edipo, più nota col nome di Peribea. non è la sua vera madre, né Polibo era il suo vero padre. Il messo racconta che molti anni prima, quando era pastore sul monte Citerone, era stato lui stesso a ricevere Edipo neonato da un servo di Laio e a portarlo a Corinto, dov'era stato adottato dai due sovrani. Edipo ordina allora che sia convocato il servo di Laio; Giocasta, che ha ormai capito tutta la verità, supplica Edipo di non andare avanti con le ricerche, ma il re la ignora.

Giunge il servo di Laio, il quale cerca di dissuadere Edipo dal continuare a interrogarlo; il re, tuttavia, è deciso a conoscere la verità a qualunque costo. Il servo conferma quindi che Laio gli aveva consegnato il figlio neonato con l'ordine di ucciderlo, perché la profezia non si avverasse; mosso da pietà, il servo aveva deciso di risparmiarlo e in segreto l'aveva consegnato al pastore corinzio. Edipo comprende allora che tutte le profezie si sono compiute: egli ha infatti ucciso il proprio padre, al quale a sua volta era stato predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio, e ha giaciuto con la propria madre. Inorridito, rientra nel suo palazzo gridando «Luce, che io ti veda ora per l'ultima volta».Edipo re, v. 1183.

Un messo esce dal palazzo reale e annuncia disperato che Giocasta si è impiccata, mentre Edipo si è accecato con la fibbia della veste di lei. Poco dopo arriva lo stesso Edipo, il quale afferma di aver compiuto quell'atto perché nulla ormai può più essere dolce vedere. Di fronte alla disperazione di Edipo, Creonte invoca su di lui la protezione di Apollo: Edipo gli affida il trono, per poi abbracciare le sue figlie Antigone e Ismene compiangendole perché, figlie di nozze incestuose, saranno sicuramente emarginate dalla vita sociale. Chiede infine a Creonte di essere esiliato, in quanto uomo in odio agli dei.

Struttura Prologo (vv. 1-150): la pestilenza a Tebe. Edipo apprende della maledizione di Laio. Parodo (vv. 151-215): coro di anziani tebani, che cantano una preghiera agli dei perché intervengano a protezione della città. Primo episodio (vv. 216-462): proclama del bando di Edipo. Edipo e Tiresia. Primo stasimo (vv. 463-511): il coro immagina la fuga del colpevole, braccato tanto dagli uomini quanto da Apollo e dalle Keres, dee del fato avverso; decide infine di non dare credito alle parole di Tiresia, poiché in quanto mortale, non è infallibile. Secondo episodio (vv. 512-862): litigio tra Edipo e Creonte. Edipo e Giocasta. Secondo stasimo (vv. 863-910): il coro lancia un ammonimento contro chi pretende di violare le leggi eterne degli dei, poiché quando gli uomini non riconoscono più la giustizia divina e si macchiano di superbia (hybris), emerge la tirannide.Questo stasimo ha senza dubbio un significato che va al di là della storia di Edipo: tramite esso Sofocle intende ammonire i suoi concittadini ateniesi a non tenere comportamenti che potrebbero rischiare di compromettere la vita democratica della città. Terzo episodio (vv. 911-1085): Edipo e il servo di Polibo. Edipo scopre parte delle sue origini. Terzo stasimo (vv. 1086-1109): il coro esulta perché Edipo è ormai vicino a conoscere le proprie origini, ed esalta il Citerone come patria e nutrice di Edipo stesso.Si tratta di un'esultanza effimera, che serve a fare da contraltare all'orrore che si scatenerà di lì a poco, quando Edipo scoprirà definitivamente le proprie origini. Quarto episodio (vv. 1110-1185): Edipo e il servo di Laio. Scoperta del dramma di Edipo. Quarto stasimo (vv. 1186-1222): il coro compiange la sorte di Edipo, re stimato da tutti, che in breve si è scoperto autore involontario di atti orribili. I tebani vorrebbero non averlo mai conosciuto tanto è l'orrore e, al tempo stesso, la pietà che la sua vicenda suscita in loro. Esodo (vv. 1223-1530): morte di Giocasta. Accecamento ed esilio di Edipo.

Commento La volubilità dell'esperienza umana All'inizio della vicenda Edipo è un re carismatico e amato dal suo popolo cui era stato offerto il trono di Tebe perché, rispondendo correttamente all'enigma posto dalla Sfinge, aveva liberato la città da quel terribile mostro. Eppure basta un solo giorno perché questo re al culmine della propria fortuna si scopra assassino incestuoso, perdendo in questo modo non solo la stima altrui ma anche la propria. In questi termini lEdipo re tratta della volubilità dell'esperienza umana, che può passare, in breve tempo, dal massimo dello splendore alla più abissale delle abiezioni.Guidorizzi, p. 160.

Volontà divina e responsabilità individuale Edipo è un personaggio maledetto, tant'è che ogni suo tentativo di evitare l'avveramento della profezia risulta vano: l'opera presenta dunque un'etica basata non sull'intenzionalità, ma sulla cecità del fato e sull'inesorabilità del castigo che colpisce Edipo a prescindere dal fatto che questi abbia una qualche responsabilità (e in questo consiste, in effetti, l'aspetto più propriamente tragico della vicenda). Viene insomma sviluppato il tema del conflitto tra predestinazione e libertà, tra volontà divina e responsabilità individuale.Di Benedetto-Medda, pp. 323-325.

Nella Atene del V secolo a.C. era ormai pacifico che una persona dovesse essere chiamata a rispondere solo per gli atti compiuti volontariamentePer una trattazione estesa del concetto di colpa e responsabilità nella Grecia antica, vedi Eva Cantarella, "Sopporta, cuore..." La scelta di Ulisse, Laterza, 2010, ISBN 978-88-420-9244-5. e per questo motivo la vicenda di Edipo doveva già allora apparire agli spettatori come proiettata in un lontano passato, primitivo e inquietante, simboleggiato anche dalla presenza della Sfinge, mostro terribile nella sua ambivalenza di devastazione e saggezza. La storia può essere schematizzata nel seguente modo: Una cultura magica, ma allo stesso tempo primitiva (coincidente con la storia personale del protagonista), fa da sfondo ad una cultura più moderna e razionalistica (il comportamento del protagonista nel presente, sovrano illuminato e giusto verso il popolo e desideroso di conoscere le proprie origini). La cultura razionalistica viene a contatto con quella magico-primitiva e ne resta succube. La cultura razionalistica si pone in termini di opposizione con quella magico-primitiva determinando una situazione di stallo, con un messaggio, alla fine dell'opera, che è in effetti un non-messaggio privo di soluzioni.

La tragicità del conoscere

Edipo appare, nel corso di tutta l'opera, fermamente determinato a conoscere la propria identità e non arretra nemmeno di fronte alla possibilità che la scoperta delle proprie origini possa apparire come qualcosa di terribile. Numerosi personaggi tentano di dissuaderlo (Tiresia, Giocasta, il servo di Laio) perché sanno o hanno intuito la verità, ma Edipo decide di andare avanti comunque: intende esplorare gli aspetti più pericolosi della propria natura senza reticenze e senza seppellire gli inquietanti sospetti sotto una cortina di timoroso silenzio. Il protagonista appare dunque come l'eroe dell'intelligenza umana, tesa verso la verità a dispetto dei tabù ancestrali che vorrebbero fermarla.Guidorizzi, pp. 160-161.