Il Policraticus, anche chiamato De nugis curialium et vestigiis philosophorum (“della vanità di curia e degli insegnamenti dei filosofi”Ugo Dotti, Giovanni di Salisbury, Il Policratico ossia delle vanità di curia e degli insegnamenti dei filosofi, Torino, 2011.) è un trattato politico in otto libri, scritto da Giovanni di Salisbury e dedicato a Thomas Becket, primo cancelliere di Enrico II e poi arcivescovo di Canterbury.
Il titolo è un neologismo pseudo-greco, traducibile con “l’uomo di governo”. Sembra essere stato inventato da Giovanni per trasmettere le implicazioni di una conoscenza ed erudizione classica assieme al contenuto politico dell’operaCary J. Nederman, Policraticus, Cambridge, 1990, p. XV., anche se la conoscenza del greco da parte di Giovanni era di livello elementare se non assente. In un contesto storico che stava riscoprendo Aristotele, l’utilizzo di titoli che riecheggiano la lingua greca era un espediente per dare maggiore dignità all’opera stessa. Procedimento che Giovanni ripropone in molte delle sue opere, tra cui lEntheticus e il Metalogicon, e che non era raro in altri autori del XII secolo, come per esempio Ugo di San Vittore e Anselmo d’AostaRonald E. Pepin, John of Salisbury as a Writer in A companion to John of Salisbury, cur. Christophe Grellard - Frédérique Lauchaud, Leiden-Boston, 2015, p. 150..
Contesto e fasi di composizione Un iniziale sviluppo di temi successivamente presenti nel Policraticus può essere riconosciuto nellEntheticus Maior, probabilmente composto tra il 1154 e il 1156. LEntheticus fornisce infatti una rappresentazione satirica delle abitudini dei cortigiani, criticate e poste a confronto con quelle degli antichi filosofi. Nel 1156 o 1157, periodo durante il quale Giovanni fu esiliato da Canterbury essendo caduto in disgrazia presso re Enrico II, compose una sorta di consolatio, forse sul modello del De consolatione philosophiae di Boezio, nella quale cercava di stabilire quali fossero le basi filosofiche per una vita che puntasse alla felicità senza però seguire la dottrina dell’epicureismo. Questo testo può essere ricondotto ad alcuni capitoli nei libri VII e VIII. Solo in seguito ad essere stato riammesso nell’entourage dell’arcivescovo Teobaldo sembra aver sviluppato le parti più propriamente politiche, e cioè i libri IV, V e VINederman, Policraticus, cit. pp. XVIII-XIX..
Durante l’estate del 1159 Giovanni rielaborò sia la prima stesura del Metalogicon, sia i vari nuclei che andranno a comporre il Policraticus, unendoli e dando loro una veste quasi definitiva. Il nucleo dell’opera è individuato nella trattazione sulla fortuna del libro VII, ampliato successivamente dal materiale sulla magia e sulla scienza, rispettivamente i libri I e II. In seguito, compose le parti contenenti la sua riflessione politica, cioè i libri da IV a VI, seguiti infine da una trattazione sulla filosofia morale, nel libro VIIIRossana E. Guglielmetti, La tradizione manoscritta del «Policraticus» di Giovanni di Salisbury. Primo secolo di diffusione, pref. G. Orlandi, Firenze, 2005, pp. 227-228.. Il termine cronologico del 1159 è fornito da Giovanni stesso che menziona due volte l’assedio di Tolosa da parte del re Enrico II, a cui Becket aveva partecipato in quanto cancelliere. Partecipazione criticata da Giovanni dal momento che metteva in crisi una prospettiva di pace tra francesi e inglesiKaren Bollermann - Cary J. Nederman, John of Salisbury and Thomas Becket, in A companion to John of Salisbury, cit. pp. 70-71. e poiché questo aveva portato all’imposizione di una tassazione sulla Chiesa d’Inghilterra, per il finanziamento dell’assedioHans Liebeschütz, Medieval humanism in the life and writings of John of Salisbury, Nendeln, 1968, pp. 13-14..
La dedica a Becket presente nella maggior parte dei prologhi dei singoli libri e in qualche epilogo del Policraticus si spiegherebbe quindi non tanto interpretando l’opera come un sostegno alle politiche del cancelliere o al contrario come una critica al re, ma come una critica della società a lui contemporanea e come un insieme di consigli inviati con l’augurio di una restaurazione dell’equilibrio tra potere laico ed ecclesiasticoIvi, pp. 15-17..
In realtà la composizione del Policraticus non sembra essere stata del tutto conclusa nel 1159, dal momento che nella tradizione manoscritta sono riscontrabili varianti d’autore, cioè modifiche successive apportate dall’autore stessoRossana E. Guglielmetti, I ripensamenti di Giovanni di Salisbury: varianti d'autore nel «Policraticus», Studi medievali 59 (2018), pp. 539-543.. Alcune di queste inoltre sembrano manifestare un cambio di sentimenti da parte di Giovanni nei confronti del re Enrico II, destinatario indiretto dell’opera. Si può infatti individuare uno slittamento d’atteggiamento, prima encomiastico e fiducioso nei confronti del nuovo re, poi dubbioso poi infine preoccupatoIvi, pp. 557-558..
Struttura e contenuto Il Policraticus è diviso in otto libri, ulteriormente raggruppabili secondo una struttura evidenziata dal sottotitolo doppio: i libri I-VI trattano delle caratteristiche della vita di corte (de nugis curialium), criticate dall’autore, mentre i libri VII-VIII coprono gli stessi argomenti da un punto di vista astratto, analizzando cioè le abitudini e le correnti filosofiche che portano i cortigiani a tali comportamenti (vestigiis philosophorum). Più nel dettaglio, anche la prima sezione è divisibile in due parti. In particolare, nei libri I-III sono raccolti i vizi e le abitudini private della classe governativa, mentre i libri IV-VI trattano le attività pubbliche del re e dei cortigiani in quanto amministratori, il primo concentrandosi sui doveri del re e i restanti illustrando il rapporto tra le singole parti che compongono lo statoLiebeschütz, Medieval humanism in the life and writings of John of Salisbury cit. p. 23..
Gli argomenti dei singoli libri sono i seguenti:
I. Critica della caccia e critica della musica, condotta secondo indicazioni platoniche. II. Trattazione e critica della magia e astrologia, importanti oggetti di dibattito a corte, soprattutto perché collegati al problema del rapporto tra necessità e libero arbitrio. III. L’adulazione. Giovanni fa pesante uso di citazioni dalla satira e dalla commedia latina per tracciare il ritratto dell’adulatore come un attore che elimina la sua individualità per prendere la forma richiesta. Seguendo questa metafora l’autore presenta il mondo come uno spettacolo teatrale, nel quale la Fortuna ha ruolo principale. Questo spettacolo appare inizialmente come una commedia, ma la presenza inevitabile di conclusioni negative porta, infine, a paragonarlo a una tragediaIvi, p. 27.. IV. Esposizione dei doveri religiosi e terreni del re, sviluppati a partire dal libro biblico del Deuteronomio (XVII, 14-20)Hans Liebeschütz, John of Salisbury and Pseudo-Plutarch, Journal of Warburg and Courtlaud Institutes, 6 (1943), p. 33.. V-VI. Institutio Traiani, un trattato pseudo-plutarcheo che sviluppa un’analogia tra lo stato e il corpo umano e analizza i rapporti tra i vari elementi da cui è costituito. VII-VIII. Critica dell’epicureismo, considerata la giustificazione teorica dei comportamenti condannati nei libri I-III. Giovanni, infatti, accettava il concetto di felicità predicato da Epicuro definito come assenza di dolore, ma criticava la centralità che il piacere aveva in questa dottrina filosofica. Era infatti convinto che il piacere terreno non consentisse all’uomo di raggiungere la felicità, ma che, al contrario, lo portasse al vizio. In particolare, il libro VII concentra la sua critica su individui che si sforzano di raccogliere potere e ricchezze con l’obiettivo, irrealizzabile secondo l’autore, di godere di tutti i piaceri della vita in completa sicurezza. Il libro VIII critica il desiderio per il prestigio sociale e il lusso, vizi che, assieme a un impulso per la preservazione di sé, sono considerati la base della tirannide. Questi due libri sono fortemente influenzati dalla riflessione di Boezio nel De consolatione philosophiaeLiebeschütz, Medieval humanism in the life and writings of John of Salisbury, cit. pp. 28-33..
Institutio Traiani Istitutio Traiani è il nome dato ai libri V e VI del Policraticus, che sviluppano una teoria politica basata sulla rappresentazione dello stato come un organismo vivente. Giovanni introduce questa immagine sostenendo di averla tratta da un manuale di politica composto da Plutarco per la formazione dell’imperatore TraianoLiebeschütz, John of Salisbury and Pseudo-Plutarch, cit. p. 34., testo di conseguenza inseribile nel genere degli specula principum.
Nel corso del medioevo era diffusa la convinzione che l’autore si basasse su un reale trattato plutarcheo, ma studi successivi hanno messo in discussione questa attribuzione. Un’ipotesi, infatti, riconosce nellInstitutio il “rifacimento liberoSaverio Desideri, La "Institutio Traiani", Genova, 1958, p. 47.” di uno scritto pagano del IV o V secoloGiovanni di Salisbury Policraticus. L'uomo di governo nel pensiero medievale, trad. Maria Teresa Fumagalli Beonio Brocchieri, comm. Luca Bianchi - Paola Feltrin, Milano, 1985, p.19., in seguito manipolato e interpolato in epoca Carolingia o nel periodo della lotta delle investitureJanet Martin, John of Salisbury as a Classical Scholar, in The World of John of Salisbury cur. Michael Wilks, Oxford, 1984, p. 194..
Altri studiosi sostengono invece che il trattato è una finzione dell’autore. L’argomento politico non sarebbe in questo caso d’origine plutarchea ma tratto dall’opera Sententiarum Libri VIII di Robert Pullen, prima professore di Giovanni a Parigi e successivamente cardinale alla corte papale. Robert, infatti, nella sua opera sostiene che re ed ecclesiastici devono collaborare come il corpo collabora con l’animaRobertus Pullus, Sententiarum Libri VIII, VII, cap. 7., immagine successivamente ripresa nel Policraticus. Giovanni stesso, alla fine del primo prologoPolicraticus, ed. Clement C. J. Webb, Oxford, 1909, Prol. I, I. del Policraticus, anticipa le critiche dei lettori che potrebbero sottolineare che le fonti da lui citate sono sconosciute o addirittura fittizie, e ricorda ai lettori che anche Cicerone, nel Somnium Scipionis, aveva attribuito idee platoniche a Scipione Emiliano. Questo sembra voler indicare che anche Plutarco potrebbe essere un semplice portavoce delle idee dell’autore. Nonostante il dibattito, questa sezione è fondamentale nella macrostruttura dell’opera, dal momento che la funzione dellInstitutio nei libri V e VI viene paragonata alla funzione del Deuteronomio nel libro IV, in quanto entrambi sono indicati come fonti autorevoli e punti di partenza necessari per sviluppare una teoria politica e un modello di condotta del principeLiebeschütz, John of Salisbury and Pseudo-Plutarch, cit. p. 39..
Il legame tra Plutarco e Traiano viene infine giustificato con il fascino che il medioevo nutriva per questo imperatore. Fascino sicuramente aumentato dalla storia, riportata anche da Giovanni stessoIvi, p. 35., secondo la quale Gregorio Magno pianse dopo aver ascoltato un resoconto che esaltava la giustizia dell’imperatore. Secondo questa tradizione le lacrime di Gregorio Magno avrebbero salvato Traiano dall’InfernoLeggenda di origine anglosassone, menzionata la prima volta nel IX secolo da Giovanni Diacono.. Plutarco era invece poco conosciuto nel medioevo, anche se sono stati individuati alcuni passaggi dei libri V e VI che portano a ipotizzare la presenza di materiale plutarcheo tra le fonti di GiovanniLiebeschütz, John of Salisbury and Pseudo-Plutarch, cit. p. 36..
Pensiero
Rapporto tra Stato e Chiesa L’analisi, sviluppata da Giovanni, delle relazioni tra i singoli elementi che compongono lo stato permette di inserire quest’opera all’interno della tradizione dei testi che analizzano i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, tra potere temporale e potere laicale, nel tentativo frequente di stabilire una gerarchia tra essi.