Biografia Le prime attestazioni di Bentivegna risalgono al 1304, anno in cui sarebbe stato scorto muoversi per le vie di Spoleto accompagnato da penitenti nudiMarinelli Marcacci O., Bentivegna da Gubbio, in Dizionario Biografico degli Italiani, 8, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, 1966. Lo stesso Bentivegna, assieme ad alcuni alcuni suoi confratelli, sembra aver avuto parte attiva nella cura delle anime del reclusorio di Chiara da Montefalco (si veda infra)..
Bentivegna fu seguace a Parma di Gherardo Segarelli, il quale aveva fondato l’ordine degli apostoliPer chiarimenti circa tale setta e i nomi con cui essa è ricordata, si veda M. Benedetti, Predicazione itinerante e scelta apostolica, in Eretiche ed eretici medievali. «La disobbedienza» religiosa nei secoli XII-XV, a cura di M. Benedetti, Roma, Carocci, 2023, e in particolare le pp. 154-162., basato sui valori dell’imitazione della vita di Cristo e della povertà evangelicaMerlo G. G., Eretici ed eresie medievali, Bologna, il Mulino, 2011 (ed. orig. 1989), p. 109. Per un conciso quadro sull’evoluzione dell’ordine si veda ivi, p. 133. La figura di fra Bentivegna viene posta in correlazione, oltre che con il Segarelli, anche con quella di fra Dolcino da L. Fumi, anche se G. Volpe si discosta da questa giustapposizione; si seguirà la posizione di Volpe in questa trattazione (si veda Volpe G., Movimenti religiosi e sette ereticali nella società medievale italiana (secoli XI-XIV), Roma, Donzelli, 1997, p. 188).. Avendo papa Onorio IV disposto con la bolla Olim felicis recordationis (1286) la persecuzione della setta, ai cui adepti fu intimato di entrare in uno degli Ordini riconosciuti dalla Chiesa romana pena l’incarcerazione, Bentivegna probabilmente abbandonò la comunità del Segarelli per accedere all’ordine dei Minori. Il Segarelli e i suoi segaci, al contrario, disobbedendo furono perseguitati dalla Chiesa in quanto eretici“Il momento stesso della loro nascita riportato […] al 1260 […] quando avrebbe dovuto aprirsi il ‘terzo stato del mondo’ ovvero l’età dello Spirito Santo, lasciava intravedere una sorta di loro intrinseca ‘eresia’”. (Merlo G. G., Apostolici, in Dizionario storico dell’Inquisizione, I, Pisa, Edizioni della Normale, 2010, cit. p. 75.: per diversi di loro venne disposto il rogo nel 1294. In tale anno per il Segarelli fu prevista invece la carcerazione perpetua, che venne mutata in condanna al rogo in data 18 luglio 1300 per volontà del frate Predicatore MatfredoMerlo G. G., Eretici, p. 109. Per un conciso quadro sull’evoluzione dell’ordine si veda ivi, pp. 109-116. Per maggiori informazioni circa la vita del Segarelli, si veda Benedetti M., Segarelli, Gherardo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 91, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, 2018..
Bentivegna presso i Minori acquistò grande fama, tanto da guadagnarsi la nomea di santoBarone G., Chiara da Montefalco, Santa, in Dizionario Biografico degli Italiani, 24, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, 1980. A dire il vero, L. Fumi dice l’appellativo al frate essere “l’apostolo”, forse per i suoi trascorsi sotto la guida del Segarelli (L. Fumi, Eretici e ribelli nell’Umbria dal 1320 al 1330 studiati su documenti inediti dell’Archivio segreto Vaticano, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2011, cit. p. 47; per informazioni bibliografiche più dettagliate circa questo volume, si veda la voce Bibliografia).. Nel 1306 intrattenne con Chiara da Montefalco (proclamata santa nel 1881) una discussione teologica, che orientò la monaca alla delazione nei suoi confronti, essendosi il frate palesato nelle sue posizioni eterodosse. L’incontro fra i due sembra collegato al ruolo del Bentivegna, che pare aver avuto parte attiva nella cura delle anime del reclusorio di Santa Croce, di cui Chiara era badessa.
La prima accusa di eresia mossa dalla religiosa contro il frate (attraverso Francesco Darniano da Montefalco), inviata all'inquisitore Andrea da Perugia, si arenòA. Benvenuti, Donne sole, donne in comunità. La ricerca della perfezione spirituale tra santità e sospetto ereticale, in op. cit., a cura di M. Benedetti, p. 138 per informazioni al riguardo.. Chiara tuttavia con prontezza ne presentò un'altra (tramite Bernardo de Pisauris) al cardinale Napoleone Orsini, che entrò in contatto con lei tramite alcuni amici spiritualiIvi, p. 136.. Ciò fa comprendere come
Ricevuta la delazione di Chiara da Montefalco, il cardinal Napoleone tra la primavera e l’estate del 1307 fece arrestare il Bentivegna e i suoi. Costoro furono condotti probabilmente in quel di Arezzo, dove il cardinale si trovava con Ubertino da Casale, suo cappellano e rappresentante dell’ala più rigorista dell’ordine francescano. Ubertino all’epoca era una figura di raccordo fra alcuni importanti religiosi (si pensi allo stesso Orsini, ma anche a figure come Giacomo ColonnaA. Benvenuti, Donne, p. 133-136. Giacomo era in contatto con il cardinal Napoleone, che però era sempre assistito da Ubertino.) e il variegato insieme di penitenti donne che animavano il Due e Trecento toscanoIvi, p. 136.. Ubertino stesso, a dire il vero, aveva dovuto in prima persona rispondere alla possibile “omologazione con le radicalizzazioni eversive dello Spirito della Libertà”. Per allontanarsene, nonché al contempo farsi latore del “manifesto di quel transfert tra Francesco d’Assisi e Cristo che […] sarebbe divenuto [centrale nel] linguaggio mistico femminile di ispirazione francescana”, scrisse l’“Albero della vita crocifissa di Gesù”Ivi, pp. 137-138. Titolo originale dell’opera è Arbor vitae crucifixae Jesu..
Ubertino, a riprova delle sue posizioni che ritenevano lo Spirito della Libertà “una grave deviazione da ridurre al silenzio”Ibidem., accettò d’indagare le eventuali eresie presenti nei cinque confratelli (compreso il Bentivegna) che avevano discorso con Chiara e le sue sorelle.
Fingendosi interessato a seguire il Bentivegna, Ubertino riuscì a cogliere i segni dell’eversione dalle parole del frate gubbiese. Posti a processo, solo l’abiura che prontamente i rei pronunciarono fece sì che non si realizzasse quella ferma condanna che nell’Arbor il cappellano aveva previsto per gli spirituali. Bentivegna, scampato dunque alla condanna a morte, scontò la propria pena a Firenze, dove morì probabilmente fra il 1319 e il 1332.
La discussione con Chiara da Montefalco Nel capitolo quarantatré della sua Vita di santa Chiara della Croce da MontefalcoBéranger de Saint-Afrique, La VITA di Santa Chiara da Montefalco, a cura di E. Menestò, trad. italiana di R. Guglielmetti, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 2018, pp. 141-147. Si farà precipuamente riferimento a questo testo per il presente paragrafo; per una concisa trattazione dell’incontro fra Bentivegna e Chiara, si veda M. Sensi, L’eresia, L’eresia dello Spirito della libertà in Umbria. Da Ottinello Senzanomi da Bevagna a Bentivegna da Gubbio, “Grande dizionario di Bevagna”, 4, 2015, p. 39, nonché Barone G., Chiara da Montefalco (vedi supra)., Berengario di Sant’Africano attesta l’incontro avvenuto fra Bentivegna, che con un manipolo di confratelli era responsabile della cura delle anime del reclusorio di Santa CroceA. Benvenuti, Donne, p. 138., e la giovane perugina. Secondo Berengario Chiara avrebbe sognato, giorni prima dell’incontro, una nuvola scura nel cielo, nella quale, attorniato da un capannello di seguaci, “giaceva qualcuno simile al crocifisso”Béranger, La VITA, cit. p. 142.. Chiara riconobbe la menzogna di tale crocifisso, “sapendo che la visione di [quello] non infondeva nell’anima un’unzione spirituale, e che il caldo amore che gli adoratori ne traevano si traduceva in appetiti illeciti”.
Giorni dopo, un seguace del Bentivegna, Fra' Giacomo, con tutta probabilità fra i regolari confessori delle penitenti di Santa Croce, incontrò Chiara e le espose le proprie convinzioni, ovvero la possibilità per l’uomo di fare tutto ciò che vuole, l’inesistenza dell’inferno, e la possibilità dell’anima, nella vita terrena, di perdere il desiderio.
Chiara, accortasi del “veleno dell’errore” che pareva ammantare quelle parole, non rispose subito, bensì il giorno dopo, ribattendo punto su punto le affermazioni del frate: quanto al fatto che l’uomo possa agire senza ritegno, questo vale solo se la sua volontà promana direttamente da Dio, che sostituisce la volontà dell’uomo con la Sua; riguardo all’inesistenza dell’inferno, la monaca specifica che esso non esiste solo per quanto riguarda la vita ultraterrena dei buoni. Infine, Chiara si oppose anche alla teoria della perdita del desiderio, giacché l’unico momento in cui l’anima può perdere il desiderio nella vita terrena è durante la contemplazione, quando “immersa e ritirata in Dio […] è appagata nel suo amato”Ivi, p. 143..
Le parole della vergine fecero così allontanare Fra' Giacomo, il quale però poco tempo dopo tornò alla carica con il maestro (Bentivegna) perorando le sue posizioni. L’eresiarca (Bentivegna) ribadì quanto detto giorni prima dal discepolo:
Chiara ancora una volta rispose con prontezza, affermando che, al contrario, “mai l’anima perde il desiderio in questa vita”, cercando sempre essa “qualcosa di più grande e più alto”. Rispetto a quanto credeva il Bentivegna, infatti, “se si lasciasse all’anima la libertà di peccare, questa non sarebbe libertà, ma […] schiavitù al diavolo”. Così “l’uomo […] si allontana dalla volontà di Dio, e […] si rende [assoggettato] al diavolo”.
Chiara la notte stessa fu raggiunta in sogno da Cristo in persona, che l’ammonì per l’eccessiva mitezza con cui aveva risposto e s’era contrapposta all’eresiarca. La mattina dopo, incontrato di nuovo il Bentivegna, la monaca rispose con più vigore alle asserzioni del frate, che si serviva di passi scritturali (alla monaca sconosciuti, essendo illitterata, cioè analfabeta) per trarla in inganno. La risolutezza delle risposte di Chiara, però, scoraggiò Bentivegna (anche se il dibattito si protrasse per diverse ore“La disputa si protrasse a lungo […] tanto che passata l’ora nona [ore 15 circa] il giorno volgeva alla sera”, ibidem.), che se ne andò dal convento.
Tempo dopo, Cristo apparve nuovamente in visione a Chiara che pregava; prostratasi ai piedi di Gesù per baciarglieli, Chiara glieli baciò, ma non prima che Cristo li velasse con il lembo della candida veste con cui le era apparso:
Da quel momento la monaca si adoperò per denunciare Bentivegna e i suoi seguaci, che infine (si veda supra) furono catturati e condannati al carcere perpetuo.
I cardini dello Spirito della libertà Monsignor Mario Sensi indica il “testo capitale” del movimento del Libero Spirito nel “Miroir des ames simplex (Lo specchio delle anime semplici) scritto da Margherita Porete”, beghina posta sul rogo (assieme al suo scritto) a Parigi l’anno 1310. Tradotta dal francese in inglese, latino e tedesco, l’opera si diffuse anche in Italia, in due versioni in volgare tre-quattrocentesco. Dal Miroir “furono estratti 8 articuli eretici, attribuiti a begardi e beghine dell’Impero tedesco e del Regno di Francia”M. Sensi, L’eresia, p. 37-38, le citazioni sono a pagina 37. Circa Margherita detta Porète, si segnala il saggio di A. Valerio, Una donna e un libro: Margherita detta Porète, in op. cit., a cura di M. Benedetti, pp.179-195. A p. 182 Valerio segnala “Lo specchio delle anime semplici che dimorano in volontà e desiderio [essere] il titolo che Margherita dà al suo libro”..