La formazione e gli esordi Nasce in una famiglia disagiata, terzo dei quattro figli di Antonio, cuoco di professione, e Maria Della Valle, cameriera.Il padre, figlio di Pasquale e Giovanna Schiavon, Spresiano (TV) 9/7/1848 - Treviso 26/12/1912, la madre, figlia di Bruto e Marina Chinassi, Brisighella 2/8/1852 - Treviso 24/2/1920. Cessa gli studi nel 1901 a causa di ripetute bocciature. frequenta nel 1905 la Scuola serale d'arti e mestieri sotto la guida di Giorgio Martini, padre del già noto Alberto, che lo incoraggia alla modellazione e al disegno: nascono così opere già mirabili come il Ritratto di Fanny Nado Martini (terracotta del 1905) e il Busto del pittore Pinelli, che si rifanno alla scultura di fine Ottocento. Diviene apprendista in un'oreficeria a Treviso e subito dopo frequenta la scuola di ceramica collaborando con alcune botteghe, in particolare la Fornace Guerra Gregorj, dove apprende la pratica artigianale del modellare. Affascinato da questa tecnica, inizia a frequentare lo studio dello scultore Antonio Carlini (1906) a Treviso, contemporaneamente il primo anno (1906-07) dell'Accademia di belle arti di Venezia, occasionalmente, grazie ad una borsa di studio pubblica, la Scuola libera del nudo e lo studio di Umberto Nono (dove scopre fotografie segrete di opere di Medardo Rosso.) oltre a venire a conoscenza delle mostre a Ca' Pesaro aperte dal 1908 ai giovani artisti dove porta in quell'anno opere già precedentemente esposte a Treviso nei mesi precedenti e la piccola scultura Palloncino.. Partecipa inoltre alle esposizioni della Bevilacqua La Masa di cui era segretario Nino Barbantini, nel 1914 alla Mostra dei “Rifiutati” alla Biennale, alla I Mostra della Secessione a Roma, dove inviò la Ragazza che si lava la coca, scartata per pornografia e poi donata alla padrona di una casa di tolleranza ed infine distrutta e dal 1907 alle mostre trevigiane che videro undici edizioni fino al 1942 e nelle quali esponevano, accanto ai già affermati, i giovani artisti sensibili ai nuovi fermenti artistici europei. Tra il 1909 ed il 1915 è tra gli animatori del gruppo Movimento di Burano assieme a Gino Rossi, con quale si recherà a Parigi nel 1912 e nel 1914-15. Sempre nel '15, raduna un selezionato gruppo di 19 giovani trevigiani d'avanguardia, in una mostra a Palazzo Provera, artisti che già formavano il gruppo partecipante sin dalle prime edizioni alle mostre di Ca' Pesaro e tra i quali, oltre lo stesso Martini, figuravano Giovanni Apollonio, Arturo Malossi, Giulio Ettore, Erler, Gino Pinelli, Nino Springolo, Aldo Voltolin, Guido Cacciapuoti e Gino Rossi.
Riesce ad ideare una nuova tecnica incisoria di tipo calcografico che lui stesso denomina cheramografia. Le sue invenzioni e la sua fantasia plastica gli consentiranno ben presto di acquisire fama e notorietà a livello internazionale, assumendo un ruolo predominante nel panorama artistico europeo di cui era ben consapevole..
L'Europa, i movimenti artistici, la grafica e le riviste
Interessato ai movimenti artistici europei, nel 1909 si reca in libera professione a Monaco, sovvenzionato da Gregorj e aiutato dal “preveggente” Luigi Bailo ed altri intellettuali suoi concittadini, frequentando anche la Scuola di Adolf von Hildebrand: nella metropoli dominata dal gusto Jugendstil, il giovane Martini è attratto sia dal rigoroso classicismo dell'Accademia locale che dalle tendenze di nuovi artisti come ad esempio Meštrović. Produce una serie di piccole ceramiche delle quali spedisce i modelli a Gregorj. Fanno parte di questo periodo Canefora, Fauno, La seminatrice, La lettura, La pensierosa, Maternità/Amore fraterno/Figura mostruosa, i vasi Aurum e Fiaba e i formati medio-grandi in materiale cementizio delle Allegorie del Mare e della Terra, che risultano al momento essere le prime due opere a figura intera, con spunti Liberty e secessionisti. Dopo il rientro a Treviso alla fine del 1912, si trasferisce per alcuni mesi a Parigi (città in cui tornerà anche nel '27), dove approfondisce la conoscenza del Cubismo e delle Avanguardie e dove espone con l'amico Rossi al Salon d'Automne accanto a Modigliani e de Chirico. Durante il periodo a Roma, invece, si delinea maggiormente la sua identità artistica come testimonia la sua episodica firma francesizzante ispirata al cognome materno, De La Val Martin, usata tra il '13 ed il '15, creata per distinguersi dal quasi omonimo artista Alberto. Partecipa allEsposizione Libera Futurista Internazionale, tenutasi tra aprile e maggio 1914, con il Ritratto di Omero Soppelsa, considerato un omaggio al Futurismo. Negli stessi anni collabora con la rivista L'Eroica, dedicata ai temi dell'arte, della letteratura e della xilografia. Interrompe forzatamente la sua attività tra il '15-'18 a causa di problemi di salute e del richiamo alle armi nel 1916 alla guerra (congedato poi nel '19 e trasferendosi sporadicamente in varie località), si sposta da Vado Ligure a Bologna per poi fermarsi da parenti sfollati a Brisighella, riprendendo poi a modellare. Si avvicina intanto alla grafica astratta ed elabora il suo libro d'artista Contemplazioni (pubblicato a Faenza nel 1918 e che pensò in un primo momento di far uscire col titolo Canto dell'usignolo.) il quale presenta, al posto del testo, una sequenza di segni geometriciL'opera rappresenta il primo libro a "scrittura asemantica" e la novel grafica Istoria d'Amore e Nippo in sei tavole su linoleografia. Nel 1920, presentato da Carlo Carrà, inaugura la sua prima personale alla Galleria degli Ipogei a Milano; nell'aprile dell'anno successivo, appena dopo la morte della madre avvenuta a febbraio, sposa Brigida Pessano, di Vado Ligure, luogo in cui si stabilirà per alcuni anni. Dal loro matrimonio nascono Maria Antonietta (18 aprile 1921, chiamata affettuosamente Nena) e Antonio (25 luglio 1928). Questo è il periodo in cui realizza L'Amante morta, Fecondità e Il Dormiente (1921), Verso la fine degli anni Venti realizza alcune teste, tra ispirazione alla realtà e stilizzazione e con stacco deciso rispetto la linea “romantica” degli anni precedenti, tra le quali spicca il ritratto di Lilian Gish fuso nel 1931 ma derivante dalla precedente terracotta Busto di giovinetta. Produce opere di piccole dimensioni, alcune pensate come bozzetto per sculture di grandezza maggiore. Oltre a rilievi in seguito dispersi e alle sei formelle della Via Crucis, il celeberrimo Figliol prodigo, riferimento ad un'arte medievale che va di pari passo alla ricerca di soluzioni “povere”. Tra i modelli preferiti negli anni Venti figurano lo sportivo Lito Bacialupo e le due ragazze che gli ispirarono i suoi più caldi e morbidi nudi, Teresa Prefumo di Savona e Maria grosso di Vado. Il periodo tra il 1920 e il 1932, oltre ad essere uno dei maggiormente intensi a livello creativo e produttivo (maioliche, terrecotte, legni, bronzi, incisioni tra cui opere capitali sia per l'artista che per l'arte europea del '900), vede Martini partecipare, anche se non sempre in maniera pacifica, al gruppo degli scultori futuristi e dal 1926 al movimento artistico Novecento dell'influente Margherita Sarfatti, partecipando alla I mostra a Palazzo della Permanente e alla II edizione (1929) con la scultura Il Figliol prodigo del 1926, inserendosi, assieme ad Achille Funi, in un ambiente di moderno mecenatismo da parte dell'industriale Piero Preda nella sua villa sul lago di Como (1919-1920). Tra il 1918 e il 1922 collabora su invito di Mario Broglio alla rivista Valori Plastici assieme a Carrà, Savinio e de Chirico, aderendo all'omonimo movimento artistico ed esponendo con successo a Berlino nel '21 come unico scultore del gruppo e alla Fiorentina Primaverile del '22 a Firenze: grazie a questa esperienza di gruppo, riscopre la scultura antica,. superando così il naturalismo ottocentesco al quale era ancora legato. Tra le coeve opere di rilievo si ricordano il Monumento ai Caduti di Vado (1923), La Maternità (1925) e il Bevitore (1928),Data 1928 confermata in Altre fonti riportano la datazione 1928 o 1928-29 tra cui e opera in terracotta, tra le sue più celebri, ora a Palazzo Citterio, nella quale «sviluppa un soggetto tipicamente tardo-ottocentesco con uno stile che ricorda i manichini di Carrà, così come le figure ampie e dilatate della poetica novecentista». Nel 1925 è invitato ad esporre in una sala alla e, a causa di difficoltà economiche, presta la propria opera allo scultore Maurice Sterne per il suo Monumento ai pionieri destinato ad una città del Massachusetts. Nel novembre 1927 inaugura una personale di ceramiche a Milano alla Galleria Pesaro mentre l'anno successivo, dopo i precedenti rifiuti, partecipa alla XVI Biennale di Venezia.
La maturità artistica
Definisce ulteriormente la sua arte, tradotta in un ideale punto d'incontro tra antico e moderno. Realizza opere di grande levatura come la Pisana (1928-29), Bevitore e la monumentale Tomba di Ippolito Nievo, alta 4 metri. Nel 1929 viene chiamato alla cattedra di plastica decorativa dell'ISIA di Monza rimanendovi fino all'anno successivo: la sua Leda col cigno, scultura in gesso, è rimasta ad arricchire la raccolta dei Musei civici monzesi; nei viaggi in treno da Milano a Como, conosce Egle Rosmini, alla quale resta legato sino alla morte. Allestisce nel 1930 uno "studio-forno" nello stabilimento dell'Ilva Refrattari, a Vado Ligure, dove può modellare e cuocere le terrecotte senza doverle spostare. Nasce così una serie di grandi opere, come Il Pastore e Il Ragazzo seduto (1930), Il Sogno, Chiaro di Luna e Sport Invernali (1931-32), opere in cui «l'allusione al movimento che sembra irrigidirsi nella forma». L'anno dopo vede il suo viaggio a Pompei come un'indelebile segno creativo preso dai gessi delle vittime dell'eruzione, riferimento per le successive opere in pietra come Adamo ed Eva ”Ottolenghi” e riceve il I° premio per la Scultura alla I Quadriennale nazionale d'arte di Roma (dove espone la grande Maternità in legno), somma di centomila lire che gli permette di risolvere alcuni problemi economici e di acquistare il convento di via Quintana a Vado Ligure rendendolo una casa-studio ma procurandosi altri debiti. Nel 1932 ha una sala personale alla Biennale veneziana, da cui ottiene un vasto successo. Nel 1933 si stabilisce a Milano e tiene una personale alla Galleria d'Arte Moderna. In questo periodo sperimenta l'utilizzo di nuove tecniche espressive e lo si vede partecipare regolarmente alle grandi esposizioni nazionali: Biennale di Venezia, e Quadriennale di Roma. Ad inizio del '33 a Milano, in via Imbonati n. 17, trasformò uno spazioso capannone in casa-studio, nel quale abitò con artisti venuti per la Triennale, Corrado Cagli e Mirko Basaldella. Realizza numerose sculture monumentali tra cui il Mosè salvato dalle acque (gesso, alto sei metri), esposto alla Triennale di Milano nel 1933; La sete (1934, in pietra) dove riemerge il ricordo dei calchi di Pompei; il bronzo di Athena (1935, alto cinque metri); I morti di Bligny trasalirebbero (1936), ispirato al discorso di Mussolini contro le sanzioni economiche imposte all'Italia dopo l'occupazione dell'Etiopia del 1935; Il Leone di Giuda (1936), dedicato alla vittoria sull'Etiopia; La Giustizia Corporativa, destinata al Palazzo di Giustizia di Milano; Il Gruppo degli Sforza (1938-39), opera destinata all'Ospedale Niguarda Ca' Granda di Milano. Tra il '36 e il '37 si reca a Carrara, frequentando il laboratorio di Nicoli, dove già Leonardo Bistolfi aveva lavorato ad alcune celebri opere e dove Martini realizzò tutte le sue grandi sculture.
L'avvio alla pittura e gli anni Quaranta