Identità fittizia Nella raccolta miscellanea Rerum Italicarum scriptores (Scrittori di cose italiche, acronimo RIS), compilata nel Settecento da Ludovico Antonio Muratori, è stata tramandata, nel tomo VIII (Milano, 1726), una «Historia de rebus gestis Friderici II Imperatoris eiusque filiorum Conradi et Manfredi Apuliae et Siciliae Regum, ab anno MCCX usque ad MCCLVIII. Adnectitur Anonymi supplementum de rebus gestis eiusdem Manfredi, Caroli Andagavensis et Conradini regum ab anno MCCLVIII usque ad MCCLXV» («Storia delle imprese dell’imperatore Federico II e dei suoi figli Corrado e Manfredi, re di Apulia e di Sicilia, dall’anno 1210 al 1258; vi è allegato un Supplemento di autore anonimo sulle imprese dello stesso Manfredi, di Carlo d'Angiò e di Corradino, sovrani, dall’anno 1258 al 1265»).
Dell'opera, che di per sé risulta fonte di grande valore per la storia del Regno di Sicilia sotto Manfredi e i discendenti di Federico II, nell'archetipo principale della tradizione manoscritta, ossia il «ms. Napoli, Bibl. naz., IX.C24», non è tramandato il titolo.
Quest'ultimo risulta attribuito dal Muratori, come anche il nome dell'autore, un peraltro non noto "Nicolaus de Jamsilla" («Nicolai de Jamsilla»), sulla scorta del manoscritto che gli fece da base per la sua edizione.
L'edizione di Muratori, che suddivideva la Cronaca in due parti distinte, tra Cronaca di per sé e Supplementum, influenzò la ripartizione nelle edizioni successive, da quella nella "Raccolta" di Giovanni Gravyer del 1770 alla silloge di Giuseppe del Re, non meno dell'attribuzione della data di composizione a un periodo di poco successivo al 1258: ipotesi seduttiva anche sulla recente proposta di Enrico Pispisa, il 1261, che ha evidenziato della cronaca «la funzione di ‘relazione ufficiale’ indirizzata al papato, finalizzata anche all’esaltazione del ruolo ricoperto dalla famiglia Lancia». E «familiare e seguace del principe [Manfredi] e dei Lancia nel decennio 1250-1260» lo definisce anche Fuiano..
Enrico Pispisa peraltro ritiene che se la redazione della cronaca negli anni 1252-1258 possa essere opinione generalmente condivisa, tale arco temporale può essere reso ancora più preciso e stringente se si consideri la pacatezza dei toni attraverso cui si dispiega la scrittura: questa circostanza, secondo Pispisa, autorizza a collocare la realizzazione dell'Historia «in un periodo di assoluta certezza e di fervide speranze per Manfredi: negli anni 1261-1263, forse intorno al novembre del 1262, quando il re di Sicilia giunse quasi a un accordo con papa Urbano IV».
Secondo Delle Donne, tale ipotesi viene tuttavia destituita di verosimiglianza dal fatto che nella Cronaca sono evidenti tranches compositive in cui l’opera denuncia la propria dipendenza dalla Historia di Saba Malaspina, il che la riporta ad un periodo successivo al 1283-1285.
Il manoscritto napoletano su citato è il più antico dei codici da cui l'opera è nota: un manoscritto risalente al XV secolo e appunto conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli: seppure non spicchi per la correttezza delle "lezioni", si afferma tra gli studiosi quale il "testimone" più autorevole della Historia, fuori catalogo mentre «sembrano dipendere, direttamente o indirettamente» da esso tutti gli altri codici. in (saggio di aggiornamento al citato saggio del 2001).
Il nome di Jamsilla (un «nome discusso» avverte Fuiano nella sua Comunicazione del 1951). era stato ripreso da Muratori da un altro "testimone" manoscritto, di proprietà di Vincenzo de Miro, nobile sorrentino, derivato a sua volta da un codice più antico da un notaro napoletano di nome Giovan Battista Mattia: proprio sul frontespizio figurava infatti l'annotazione: Anonymi de Rebus gestis Frederici Imperatoris, sive Chronicon Nicolai de Jamsilla., (ossia )
Il fatto che il manoscritto principale fosse adespota è stata impasse che ha dunque suscitato per secoli l'incrociarsi di proposte di diverse attribuzioni, da parte degli studiosi, specialmente dacché nell'onomastica delle fonti storiche di età sveva «il nome Jamsilla non risulta attestato», «mentre in età angioina venne in Italia meridionale al seguito di Carlo I una famiglia Joinville».
Fra tali attribuzioni si segnalano l'ipotesi di Bartolommeo Capasso, rist. anast. Bologna 1986 che tale nome potesse indicare semplicemente il proprietario di un manoscritto della Historia, mentre l'autore ne potesse essere un Nicola da Rocca, notaio imperiale.
Analogamente il nome di un notaio, Nicola da Brindisi, fu proposto da Friederich Wilhelm Schirrmacher,Allo storico tedesco F. W. Schirrmacher si deve la scoperta dei documenti originali sui Colloqui di Marburgo. mentre August KarstA proposito di Karst e dei moventi dei suoi giudizi non è possibile trascurare le osservazioni di prudenza in suggeriva il nome di Goffredo di Cosenza, in base al fatto che fosse frequentemente menzionato, nella prima parte dell’opera, come «presente ai fatti». Da riportare al proposito tuttavia l'obiezione di Michele Fuiano all'ipotesi di Karst, fondata sull'assenza invece di Goffredo al seguito di Manfredi «nella parte finale del tragitto verso Lucera del 1º novembre 1254», la cui «minuziosa» descrizione fa invece desumere una «partecipazione diretta», «personale». e autoptica.
Fuiano, in generale, obietta al tentativo di Schirrmacher e di Karst di identificare con sicurezza l'autore della Cronaca rilevando, al suo proposito, la mancanza di «dati storici accertati», tanto che era stata avanzata la più impersonale ipotesi che il nome fosse semplicemente quello del proprietario del manoscritto; eppure, nota lo studioso, si deve nondimeno fronteggiare la «scorrettezza» del testo di cui si dispone, che è notevole altresì per la «perizia» dell'arte scrittoria, di uno stile «non indegno» della «rifioritura stilistica del latino» di quel periodo nello stile della «cancelleria imperiale» e tuttavia la presenza disarmante di qualche periodo incomprensibile o addirittura di «qualche interruzione o lacuna».
Nello specifico, oltre alla obiezione riguardante Lucera, Fuiano non accetta l'attribuzione a Goffredo di Capasso, in quanto questi era ricordato generalmente come «segretario» di Manfredi e tutti costoro erano stati allontanati durante la fuga per questione di riservatezza, finché non fossero stati invitati a raggiungere il sovrano ormai in salvo. Poiché dunque con Manfredi erano rimasti solo gli scudieri, le alternative si ridurrebbero a Nicola da Brindisi come proposto da Schirrmacher o Nicola da Rocca proposto da Capasso: «oppure qualche altro?».
Più recente la riproposizione (rispetto alla precedente proposta del Capasso) del nome di Nicola da Rocca, per il documento che fu la «fonte diretta» della prima parte dell'opera, spostandone la datazione complessiva «agli inizi del XIV secolo».
L'analisi delle fonti: la struttura dell'opera e la autorialità di "Nicolò"
L'ipotesi di Raffaello Morghen
Lo storico Morghen, nel 1934, analizza lo stile della prosa in cui lo storiografo stende la Cronaca, «elegante» e inappuntabile, la sua attenzione ai particolari ma, di più, alla logica interna secondo cui gli avvenimenti si svolgono, tale da renderla, «insieme con la coeva Historia del guelfo Saba Malaspina, la più importante fonte per la storia del mezzogiorno d'Italia nel periodo svevo». L'impressione che Morghen ne ricava è un senso di consapevolezza, da parte dello scrivente, del proprio lavoro e della propria fisionomia di storico più che di semplice compilatore. La rilevanza posta su Manfredi e la cura dei dettagli gli suggeriscono che la compilazione sia stata effettuata da persona del seguito di Manfredi stesso, sebbene, nota lo studioso, le tendenze «guelfe» non nuocciano «eccessivamente alla veridicità del racconto».
Da tali analisi, Morghen trae la conclusione che il nome del cronista sia derivato «probabilmente» da quello del possessore di uno dei manoscritti della Historia, con una variazione di consonante, ovvero «Nicolaus de Jamvilla (dal francese Janville)», ma che invero l'autore possa essere identificato con il «notaio Gervasio di MartinaCitato peraltro dallo stesso "Iamsilla": che fu seguace fedele di Manfredi e zelante collaboratore della sua opera politica specialmente dal 1253 al 1256». In effetti un notaio Gervasio De Martina è citato da molti autori quale facente parte del consiglio di Re Manfredi ma, come ampiamente dimostrato dal Prof. Pier Fausto Palumbo, detto notaio non era altro che il feudatario salentino Gervasio de Persona, strenuo difensore della dinastia sveva e amico fraterno nonché stretto collaboratore di Manfredi di Sicilia.In effetti la denominazione di Gervasio de Martina è impossibile in quanto la cittadina di Martina (nel secolo successivo Martina Franca) nel periodo non è stata ancora infeudata e nel 1260 consisteva solo in un piccolo avamposto militare (castrum). Il territorio fu infeudato solo in epoca angioina. La proposta filologica di Fulvio Delle Donne Lo studioso si occupa della Historia e dell'individuazione del suo autore in più contributi, esponendo proposte e teorie che in parte confluiranno anche nella voce su Nicolò curata per l'Enciclopedia Treccani.
Delle Donne nota come nella prima pubblicazione dell'opera, da parte di Ferdinando Ughelli nel 1662,: nel Proemio editoriale in Cronisti e scrittori sincroni della dominazione normanna nel regno di Puglia e Sicilia: Svevi, a cura di Giuseppe Del Re, Domenico Del Re, Bruto Fabricatore, Stanislao Gatti, Michelangelo Naldi, Scipione Volpicella, Emmanuele Rocco, Nicola Corcia, Camillo Minieri-Riccio, Napoli, Stamperia dell'Iride, 1868 (Google Books) p. 103 essa risulta adespota.
Le titolazioni date risultano desunte dal contenuto della Cronaca.
In tale condizione è riprodotta nel 1723 da Johann Georg Eckardt e da Giambattista Caruso, il quale si servì anche di un codice messinese per introdurre qualche variante.
Pregevole la «fattura letteraria», lo stile riflette l’eleganza e la «ricercatezza» retorica «tipica delle scuole di dictamen» dell’Italia meridionale della prima metà del XIII secolo. <br/ >Fuiano definisce addirittura «suggestiva»la narrazione, che trattiene il lettore per il senso raffinato dell'arte nello scrivere, e la stessa umanità dell'autore che trapela, sfumata, dalla sua opera.
L’interpretazione ideologico-politica e la valutazione delle notizie trasmesse non sono esenti da dubbi, anche perché l’opera è comunque leggibile da edizioni «poco sicure dal punto di vista ecdotico» e per l’incertezza relativa all’identità dell’autore, come sottolinea Delle Donne.
Se la cronaca, «comunque mutila», «deve essere necessariamente successiva al 1283-85, ovvero al periodo di composizione della Historia di Saba Malaspina, che viene usata come fonte», tale ipotesi, specie quanto alla filiazione dall'opera di Malaspina, influirebbe anche sull'attribuzione di una cronologia all'evanescente figura di "Nicolò di Jam(s/v)illa".
Delle Donne ugualmente rileva che «alcuni esemplari [della] cronaca recano un’intestazione da cui si ricava che si tratta di copie esemplate da un antigrafo un tempo posseduto dai Iamvilla».