La storia della pittura a Verona si estende dall'età preistorica alla contemporaneità, riflettendo il ruolo della città come crocevia culturale tra l'area mediterranea e quella mitteleuropea. Le prime testimonianze risalgono al Paleolitico, con il celebre Sciamano della grotta di Fumane, seguite, in epoca romana, dalle decorazioni delle ville patrizie e, nel IV secolo, dai cicli paleocristiani, come quello dell'ipogeo di Santa Maria in Stelle. Durante l'alto medioevo, la tradizione pittorica locale fu alimentata dall'attività dello scriptorium cittadino e da cicli di affreschi d'influsso ottoniano, come quelli del sacello dei Santi Nazaro e Celso (X secolo).

L'arte romanica (XI-XII secolo) portò alla realizzazione di complessi cicli nella basilica di San Zeno e nella chiesa di San Fermo Maggiore, ma fu nel XIV secolo che Verona visse una vera rivoluzione grazie all'arrivo del giottismo. Sotto la signoria degli Scaligeri, artisti come Turone e, soprattutto, Altichiero elevarono la città a uno dei centri artistici più avanzati d'Italia. Tra la fine del XIV secolo e l'inizio del XV secolo, la stagione del tardo gotico raggiunse i suoi vertici in Europa con le opere di Martino da Verona, Giovanni Badile e del celebre Pisanello.

Il gotico a Verona perdurò più a lungo rispetto ad altre città, in un clima artistico inizialmente statico, finché l'arrivo di Mantegna con la Pala di San Zeno (1452) segnò una svolta decisiva verso il Rinascimento. Se i primi tentativi di rinnovamento vennero da Benaglio e dalla scuola del "Maestro del Cespo di Garofano", la stagione rinascimentale fiorì pienamente con Liberale, Domenico Morone, Falconetto e Bonsignori. L'apice fu raggiunto nei primi decenni del XVI secolo con una scuola locale d'eccellenza che annovera artisti come dai Libri, Francesco Morone, Giolfino, Morando e Giovan Francesco Caroto, quest'ultimo importante tramite per i modi leonardeschi. Nel 1534, con la decorazione del coro del Duomo, Francesco Torbido introdusse il manierismo, corrente sviluppata da Domenico Brusasorzi, Flacco, India e Farinati, ma che trovò il suo massimo esponente in Paolo Caliari detto il Veronese, i cui capolavori sono oggi celebrati nei maggiori musei del mondo.

A cavallo tra XVI e XVII secolo si distinse la bottega di Felice Brusasorzi, la cui eredità fu raccolta dai suoi allievi Creara, Ottino, Bassetti e Turchi, protagonisti del passaggio al barocco e della decorazione della cappella Varalli in Santo Stefano. Dopo la tragica interruzione della peste del 1630, la ripresa tardo-barocca e settecentesca fu guidata da figure come Sante Prunati, Antonio Balestra, Dorigny e Brentana, culminando nel 1742 con la fondazione dell'Accademia di belle arti di Verona da parte di Giambettino Cignaroli. Nonostante il trauma delle spoliazioni napoleoniche del 1797, il pittore Saverio Dalla Rosa si adoperò per la salvaguardia del patrimonio locale, traghettando l'arte veronese verso l'Ottocento.

Sotto il dominio austriaco, l'Accademia divenne il fulcro della scena pittorica, con le vedute e i ritratti di Carlo Ferrari e le scenografie e decorazioni di Giuseppe Canella. Dopo l'unione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866, l'arrivo di Napoleone Nani introdusse il verismo e la pittura di genere, formando una generazione di talenti tra cui spicca Angelo Dall'Oca Bianca, figura dominante tra naturalismo e impressionismo. Il XX secolo si aprì con le innovazioni di Felice Casorati, che nel 1911 diede vita a un vivace gruppo d'avanguardia. Nonostante le brevi parentesi futuriste e l'omologazione artistica del periodo fascista, la pittura veronese mantenne una sua originalità, evolvendosi nel secondo dopoguerra verso il realismo e le nuove correnti contemporanee, sostenute dal costante ruolo formativo dell'istituzione accademica cittadina.

Preistoria, età romana e paleocristiana

Le prime testimonianze pittoriche nel territorio veronese si manifestano nelle incisioni rupestri e nelle pitture murali rinvenute in grotte e ripari rocciosi della zona montuosa circostante. Questi manufatti raffigurano figure stilizzate di animali, scene di caccia e simboli astratti, documentando le credenze spirituali e le pratiche quotidiane delle prime comunità umane. Il ritrovamento più celebre è quello della grotta di Fumane, in Valpolicella, dove è stata rinvenuta una pietra nota come lo "Sciamano", oggi esposta al museo archeologico nazionale di Verona. Su questa pietra, che risale a circa - anni fa, è dipinta in color ocra una delle più antiche raffigurazioni umane, attribuita ai primi Homo sapiens. La pietra faceva probabilmente parte della volta originariamente dipinta della grotta, che successivamente crollò per cause naturali..

Con l'annessione di Verona all'Impero Romano come municipium nell'89 a.C., grazie alla Lex Pompeia de Transpadanis, la città acquisì rapidamente importanza economica e militare, diventando un nodo cruciale per il controllo delle Alpi e della pianura padana. Questo sviluppo favorì anche la crescita artistica. La pittura, in particolare, si concentrò sulla decorazione di abitazioni private e edifici pubblici. I ricchi cittadini romani adornavano le loro dimore con pitture murali eseguite ad affresco, rappresentando scene mitologiche, paesaggi e motivi geometrici. Tra gli esempi più significativi, la villa romana di Valdonega, datata al I secolo e situata poco fuori dal centro cittadino, è tra le meglio conservate. Nel salone centrale, il registro inferiore delle pareti è decorato con raffigurazioni di volatili alternati a elementi vegetali, mentre il registro superiore include temi mitologici come grifoni con cornucopie, maschere femminili e nature morte..

Con la diffusione del cristianesimo, l'arte subì una trasformazione radicale, introducendo soggetti religiosi e simboli cristiani. Inizialmente, l'arte paleocristiana si sviluppò in contesti privati e nascosti a causa delle persecuzioni. Divenne un'espressione pubblica solo dopo l'editto di Costantino del 313, che legalizzò il culto. A Verona, un esempio rilevante di questa transizione si trova nell'ipogeo di Santa Maria in Stelle. Originariamente un cenotafio e ninfeo, questo complesso fu convertito in edificio cristiano nella seconda metà del IV secolo e decorato con affreschi. La sala nord conserva un ciclo pittorico raffigurante scene dell'Antico e Nuovo Testamento, organizzate in due registri separati da fasce orizzontali rosse e intervallate da finte lesene. Questi affreschi, che sembrano avere una funzione catechetica, rappresentano temi come l'ingresso a Gerusalemme, la preghiera dei tre giovani nella fornace, la strage degli Innocenti e la Natività. Nella lunetta sopra l'ingresso è raffigurato un collegio apostolico... Nell'atrio, sebbene più deteriorati, si distinguono una Traditio legis e un Daniele nella fossa dei leoni, due temi iconografici diffusi nel cristianesimo del III secolo. Gli affreschi di Santa Maria in Stelle sono unanimemente considerati tra i più importanti esempi di arte paleocristiana, anche se gli studiosi sono divisi sulla loro qualità, oscillando tra la critica di una tecnica modesta e l'apprezzamento per l'eleganza delle figure e la ricca gamma cromatica..

Le origini altomedievali

Pochi sono gli esempi di pittura veronese dell'alto medioevo giunti fino a noi. Tuttavia, è documentata l'esistenza di un importante scriptorium attivo in città almeno dagli inizi del VI secolo, e probabilmente già dal secolo precedente, dove operavano amanuensi e miniatori. Tra le opere prodotte, spiccano quattro miniature del cosiddetto codice di Egino, realizzate negli ultimi anni del VIII secolo. Questo codice, dono del vescovo Egino di Verona alla cattedrale di Santa Maria Matricolare, è oggi conservato presso la Biblioteca di Stato di Berlino. Le miniature raffigurano i Padri della Chiesa con aureole e seduti su troni, accompagnati da chierici: Agostino d'Ippona nell'atto di insegnare, Leone Magno benedicente, Ambrogio da Milano e Gregorio Magno intenti a scrivere. Il loro stile richiama i modelli tardoantichi della miniatura carolingia, evidenziando influenze d'oltralpe nell'arte veronese del periodo. Il resto del codice è scritto in minuscola carolina da più mani...

Un altro esempio significativo è il velo di classe, un tessuto liturgico ricamato con i busti dei primi tredici vescovi veronesi, associati ai loro nomi. Realizzato per volere del vescovo Annone di Verona nell'VIII secolo, era destinato a decorare la tomba dei santi Fermo e Rustico...

Nei decenni successivi, Verona subì le devastazioni delle incursioni ungare, che ne compromisero lo sviluppo artistico fino alla loro cessazione nel 955, dopo la battaglia di Lechfeld. Una ripresa artistica è evidente a Bardolino, dove la chiesa di San Zeno conserva affreschi sulle pareti interne. Alla metà del X secolo risale la più antica rappresentazione grafica di Verona, l'iconografia rateriana, inclusa in un codice del vescovo, il Raterio di Verona. Questo esempio di tarda arte carolingia celebra la rinascita della città dopo le devastazioni inflitte dagli Ungari. L'originale è perduto, ma nel 1739 Scipione Maffei ne commissionò una copia fedele..

Nel 1889, durante lo stacco di affreschi del XII secolo nel sacello rupestre adiacente all'omonima chiesa dei Santi Nazaro e Celso, furono rinvenute alcune pitture. Le più antiche di esse furono datate al 996 grazie a un'iscrizione oggi quasi illeggibile.Cipolla lesse la seguente iscrizione: «ANN. AB INCARNC dNi NRI DCCCCXCVI. INDIC X». In . Conservate al museo degli affreschi Giovanni Battista Cavalcaselle, esse mostrano uno stile vicino alla miniatura ottoniana del X secolo, con influssi dell'abbazia di Reichenau, come è evidente negli occhi dei santi, simili a quelli dell'Evangeliario di Ottone III e del Codex Egberti.....

Il romanico dal XI a XII secolo

Agli inizi dell'XI secolo, l'arte veronese era ancora fortemente legata ai modelli d'oltralpe. Un esempio significativo è rappresentato dagli affreschi più antichi superstiti, seppur frammentari, nella Pieve di Sant'Andrea a Sommacampagna, dove si riconoscono caratteri tipici dell'area nordica, tanto che lo storico dell'arte Wart Arslan ha riscontrato somiglianze con le miniature prodotte nella celebre abbazia di San Gallo. Gli affreschi dell'arco trionfale dell'abside occidentale della pieve di San Giorgio di Valpolicella sono probabilmente di poco successivi e sono considerati un ponte tra l'arte germanica e l'emergere di una corrente pittorica veronese sempre più definita e autonoma. Degni di nota sono anche gli affreschi della chiesa di San Severo a Bardolino...

In città, tra i pochi frammenti superstiti del più antico ciclo di affreschi della chiesa di San Fermo Maggiore, costruita a partire dal 1065 per la comunità benedettina, spiccano quelli della calotta dell'absidiola settentrionale. Al centro, un Cristo giudice è affiancato dagli arcangeli Gabriele e Michele. La tipologia dei volti e l'eleganza delle forme rivelano una forte influenza dell'arte ottoniana, suggerendo una qualità pittorica raffinata e di alto livello..