Cosa nostra (detta comunemente mafia siciliana o più semplicemente Mafia) è un'organizzazione criminale di tipo mafioso-terroristico presente in Italia, soprattutto in Sicilia, e in vari Stati del mondo.

L'espressione viene attualmente utilizzata per riferirsi esclusivamente alla mafia di origine siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America, dove viene identificata come Cosa nostra statunitense, sebbene oggi entrambe abbiano diffusione a carattere internazionale), per distinguerla dalle altre associazioni ed organizzazioni mafiose del mondo.

Gli interventi di contrasto da parte dello Stato italiano si sono fatti più decisi a partire dagli anni ottanta del XX secolo, attraverso le indagini del cosiddetto "pool antimafia" creato dal giudice Rocco Chinnici e in seguito diretto da Antonino Caponnetto. Facevano parte del pool anche i magistrati Giuseppe Di Lello, Leonardo Guarnotta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Chinnici, Falcone e Borsellino hanno pagato con la vita il loro impegno nella lotta a Cosa nostra, rimanendo vittime di spaventosi attentati insieme alle loro scorte.

Storia

XIX secolo

Sebbene sia liquidata come una leggenda popolare dagli storici, le origini di Cosa nostra si fanno risalire alla setta segreta dei Beati Paoli del XII secolo o, secondo alcuni, addirittura alla rivolta dei Vespri siciliani contro gli angioini, secondo altri, al periodo spagnolo e all'Inquisizione o, andando più indietro, alla resistenza araba all'invasione normannaIndro Montanelli e Roberto Gervaso, L'Italia dei Comuni. Il Medio Evo dal 1000 al 1250, Milano, Rizzoli, 1966, pag. 63.. In realtà le origini sarebbero più recenti e risalirebbero ai primi del XIX secolo: esse affondano le radici nella realtà del latifondo siciliano, che caratterizzava in particolare l'economia e la società nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. Con l'abolizione dei privilegi feudali nel 1812, la vecchia nobiltà siciliana abbandonò definitivamente le campagne per stabilirsi nelle grandi città dell'isola e lasciò in affitto (gabella) le grandi proprietà terriere ai cosiddetti gabellotti: essi erano spesso uomini che si erano fatti da soli, che volevano sfruttare al massimo le terre da loro amministrate ma, per fare ciò, dovevano scendere a patti con le bande di briganti e predoni che infestavano le campagne ed inoltre reprimere le rivendicazioni sociali dei contadini e dei braccianti, trattati alla stregua di servi della gleba. Per questo motivo si circondarono di guardie armate a cavallo, i campieri, spesso reclutati tra la delinquenza del luogo per la loro ferocia ed audacia. La nascita di queste nuove classi sociali parassitarie (che assunsero i connotati di vere e proprie cosche o consorterie che sopperivano all'assenza della vecchia nobiltà e di un potere centrale forte), nonché la mancanza di una borghesia imprenditoriale in un'economia di tipo agricolo (ed ancora feudale) sono considerate dalla maggioranza degli storici le cause principali della nascita di Cosa nostra, che appunto ebbe la sua "culla" nel triangolo compreso tra le province di Palermo, Trapani ed Agrigento.Michele Pantaleone, Mafia e politica: 1943-1962, Torino, Einaudi, 1962. Queste consorterie ben presto imitarono i riti e le strutture delle sette carbonare e massoniche (molto diffuse nel Regno delle Due Sicilie durante il periodo post-napoleonico) per meglio consolidare i vincoli di solidarietà e del silenzio (omertà) tra i loro adeptiJohn Dickie, Onorate società. L'ascesa della mafia, della camorra e della 'ndrangheta, Bari, Laterza, 2012.. Già nel 1838 il funzionario borbonico Pietro Calà Ulloa parlò in un rapporto ufficiale di «unioni, fratellanze e sette» che dalle parti di Trapani facevano le veci del governo assente e risolvevano le controversie all'interno della società.

Diverse bande di briganti e mafiosi risultarono coinvolte nei moti antiborbonici del 1848 e del 1860, consentendogli di integrarsi nel nuovo tessuto nazionale nato con l'Unità d'Italia, che non modificò in nessun modo la condizione delle classi rurali siciliane. Anzi il nuovo fenomeno della renitenza alla leva andò ad ingrossare la delinquenza isolana e le bande di briganti che ancora terrorizzavano le campagne e le zone montuose. Nel 1865 il prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio inviò al governo un rapporto in cui affermava l'esistenza della mafia, associazione criminosa capeggiata dall'ex generale garibaldino Giovanni Corrao facente parte di un complotto filoborbonico e filoclericale per rovesciare il nuovo Stato unitario: si trattò del primo documento ufficiale in cui veniva citata la parola mafia.

Grazie al parlamentare Diego Tajani, che denunciò i rapporti tra mafia e governo, Cosa nostra divenne presto oggetto del dibattito nazionale: nel 1875 un'inchiesta parlamentare promossa dalla Destra storica negò l'esistenza della mafia come associazione a delinquere ma solamente come indole tipica dei siciliani mentre un'altra indagine parallela condotta privatamente dagli studiosi toscani Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino concluse che i mafiosi sono «facinorosi della classe media» che si pongono come servizio d'ordine in mancanza di uno Stato centrale forte.

Una repressione decisa del fenomeno fu tentata nel 1877 dalla Sinistra storica con l'invio in Sicilia del prefetto Antonio Malusardi, il quale condusse arresti e retate di massa che sgominarono soprattutto il brigantaggio nelle campagne ma lasciarono quasi intatta la mafia, che godeva di ben altre protezioni. Infatti, con l'allargamento della platea elettorale nel 1882, il gabellotto si trasformò anche in agente elettorale per determinati candidati, che si avvalevano dei suoi particolari "servizi", ossia l'intimidazione degli elettori e i brogli veri e propri. Questo contribuì ad accrescerne ulteriormente l'influenza, godendo quindi di una quasi totale impunità garantita dal candidato eletto nel suo collegio elettorale, potere che fu incrementato con l'introduzione del suffragio universale maschile disposto da Giolitti nel 1912. Un esempio lampante è fornito dal deputato crispino Raffaele Palizzolo, noto protettore di briganti e mafiosi, che, nonostante le numerose prove a suo carico, fu completamente prosciolto dall'accusa di essere il mandante dell'omicidio del marchese Emanuele Notarbartolo, avvenuto nel 1893 e che causò clamore a livello nazionale perché l'ucciso voleva impedire ad una lobby politico-mafiosa (capeggiata appunto da Palizzolo) di impadronirsi della dirigenza del Banco di Sicilia.

Nel 1894 il Governo Crispi III sciolse con la forza il movimento d'ispirazione socialista dei fasci siciliani, che stava cercando di ottenere condizioni lavorative più eque per i contadini siciliani che subivano le angherie dei gabellotti mafiosiG. C. Marino, L'opposizione mafiosa. Mafia politica Stato Liberale, Flaccovio, Palermo, 1986, pag. 139. Inizialmente, Cosa nostra aveva cercato di sfruttare il successo dei fasci infiltrandoli in ogni maniera ma, alla fine, scelse di schierarsi con la repressione governativaG.C. Marino, Storia della mafia, Roma, Newton & Compton, 1998.. Infatti uno dei leader dei fasci siciliani, Bernardino Verro, finì vittima del piombo mafioso nel 1915.

XX secolo L'emigrazione negli Stati Uniti, la prima guerra mondiale e il biennio rosso

All'inizio del secolo, con l'aumento dei flussi migratori verso gli Stati Uniti d'America, alle migliaia di emigranti siciliani che lasciarono l'isola si mescolarono spesso delinquenti mafiosi, che andarono a fondare un'organizzazione sorella d'oltreoceano specializzata nel taglieggiamento dei suoi connazionali (definita "Mano nera" perché le lettere estorsive erano spesso firmate con un'impronta di mano fatta con l'inchiostro nero). Il detective italo-americano Joe Petrosino cercò d'interrompere questo scambio criminale tra le due sponde dell'Atlantico ma finì assassinato durante una missione a Palermo nel 1909.

La prima guerra mondiale determinò il caos nell'isola, che si tradusse nella diffusa renitenza alla leva e al conseguente ingrossamento delle bande di briganti sempre operative nell'entroterra siciliano come manodopera al potere mafiosoJohn Dickie, Cosa Nostra, Bari, Laterza, 2004.. Il biennio rosso (1919-20), caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche nel nord Italia industriale, in Sicilia si trasformò in lotta sindacale per i diritti dei contadini e dei zolfatai sfruttati, anche stavolta soffocata con l'omicidio dei suoi leader più carismatici, come Nicola Alongi, Sebastiano Bonfiglio e Giovanni Orcel, sempre per mano mafiosa.

La repressione fascista e la seconda guerra mondiale

Il fascismo ebbe un rapporto ambivalente con Cosa nostra: da un lato avviò una dura repressione poliziesca contro i suoi adepti affidata al prefetto Cesare Mori (che, similmente al suo predecessore Malusardi, si limitò a stroncare il brigantaggio nelle campagne con metodi particolarmente duri ma non riuscì ad estirpare il problema alla radice) e dall'altro, in diversi casi, intrattenne stabili rapporti con i suoi capi, come avvenne nel caso di Vito Genovese, amico personale di diversi gerarchi fascisti. Messi di fronte alla repressione del regime, alcuni boss mafiosi, come Joseph Bonanno e Salvatore Maranzano, preferirono emigrare negli Stati Uniti, andando ad ingrossare le file di Cosa nostra statunitense.Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1993.

Una teoria divenuta molto popolare afferma che Cosa nostra siciliana, nelle persone dei boss Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo, fu arruolata dai servizi segreti statunitensi grazie ai buoni uffici del boss siculo-americano Lucky Luciano per facilitare lo sbarco alleato sull'isola nel luglio 1943. A parte contraddittorie testimonianze e l'effettiva circostanza che diversi sindaci nominati dall'AMGOT (il governo militare alleato della Sicilia occupata diretto dal colonnello Charles Poletti) dopo lo sbarco fossero noti mafiosi, questa teoria non risulta provata ed è considerata dagli storici alla stregua di un mito. La nomina dei sindaci mafiosi andava ricercata nel fatto che le truppe alleate fossero alla ricerca di antifascisti da sostituire alle autorità locali di regime e i boss potevano benissimo presentarsi come tali perché reduci della persecuzione messa in atto dal prefetto Mori..

Il secondo dopoguerra