La cosiddetta Profezia di Filippo Turati è contenuta nel discorso che l'esponente socialista italiano, all’epoca in minoranza nel PSI, pronunciò il 19 gennaio 1921 in occasione del Congresso di Livorno che sancì l'uscita dei comunisti dal partito. Agli scissionisti, che anelavano alla rivoluzione violenta, vittoriosa in Russia, Turati ribadiva che «la violenza è propria del capitalismo, non può essere del socialismo» e che è «in ogni caso, un rinnegamento, anche se trionfi per un'ora, poiché apre inevitabilmente la strada alla reazione della insopprimibile libertà della coscienza umana, che ben presto, diventa controrivoluzione, che diventa vittoria e vendetta dei comuni nemici». L'oggetto della "profezia", quindi, sembra presagire, nell'imminenza, l'avvento del fascismo in Italia e, a lungo termine, la caduta del comunismo sovietico (1989).
Presupposti e contenuti
Nel dopoguerra, dopo la Rivoluzione d'ottobre e l'instaurazione del governo dei Soviet in Russia, il PSI si spostò sempre più su posizioni rivoluzionarie, anche su pressione di Lenin, che impose ai partiti socialisti e socialdemocratici europei l'adesione ai 21 punti da lui dettati.
Il rifiuto della componente massimalista del PSI, guidata dal segretario Costantino Lazzari e dal nuovo direttore dellAvanti!, Giacinto Menotti Serrati, di aderire a questa imposizione, che avrebbe comportato l'immediata espulsione dei riformisti, maggioritari nel gruppo parlamentare, determinò, nel corso del XVII congresso socialista di Livorno del gennaio 1921, l'uscita dal PSI della componente comunista, guidata da Amadeo Bordiga, che diede vita al Partito Comunista d'Italia, legato direttamente a Mosca.
Turati intervenne al Congresso nel pomeriggio del 19 gennaio, dimostrando il profondo dissenso ideologico che lo separava dai comunisti: egli dichiarò il suo netto rifiuto di ogni soluzione rivoluzionaria violenta. e s'impegnò in una strenua difesa del riformismo socialista e della sua «opera quotidiana di creazione della maturità delle cose e degli uomini», che sarebbe sopravvissuta al «mito russo».Il testo integrale dell'intervento di Turati al XVII Congresso è scaricabile dal sito del .
Passi principali del discorso Turati iniziò il discorso evidenziando che ciò che divide il socialismo riformista dal comunismo rivoluzionario non è l'ideologia in generale, ma l'uso di tre mezzi: la violenza, la dittatura del proletariato e la coercizione del pensiero.
Tutti e tre questi mezzi, secondo l'oratore, sono riconducibili al culto della violenza da parte dei "rivoluzionari".
Ora, sostiene Turati, il culto della violenza è proprio del capitalismo, minoritario nella società, e non del socialismo che è espressione della maggioranza.
Turati giunge così al nucleo centrale del discorso, nel quale esprime la sua "cosiddetta" profezia.
Turati conclude distinguendo la "rivoluzione violenta" dall'azione democratica.
Filippo Turati - dal "Discorso al XVII Congresso Socialista del 1921"
Reazioni e conseguenze L'intervento di Turati fu particolarmente applaudito anche dai massimalisti:.. ciò avrebbe spinto successivamente il segretario del partito Egidio Gennari a sottolineare che i riformisti, che hanno sempre rappresentato un pericolo perché non si sono mai tenuti fedeli alla disciplina, «nel partito sono molti di più che non si credeva»..
Il consenso riscosso da Turati fece commentare alla sua compagna Anna Kuliscioff come il leader riformista «da accusato e quasi condannato» fosse «diventato trionfatore del congresso»., citati in .
Nonostante ciò, la componente riformista venne comunque emarginata; prevalsero nel PSI le spinte pseudorivoluzionarie della maggioranza massimalista che, inebriata dalla Rivoluzione d'ottobre, ma priva di iniziativa, non vedeva i pericoli della reazione che provocava.
Note
Voci correlate Riformismo Antifascismo Anna Kuliscioff XVII Congresso del Partito Socialista Italiano Partito Socialista Italiano Partito Socialista Unitario (1922) Discorso di Dronero
Collegamenti esterni
, con archivio della rivista storica di Turati.
Lettera di Filippo Turati a Mario Rapisardi, a proposito del Giosuè Carducci, (1881)
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