La prima battaglia del Corno di Cavento fu uno scontro avvenuto nella regione montuosa dell'Adamello il 15 giugno 1917 e vide affrontarsi gli alpini del Regio Esercito Italiano e i Kaiserjäger dell'Imperial Regio Esercito austriaco.

Antefatto La situazione del fronte dell'Adamello precedente alla conquista italiana del Corno di Cavento risulta essere molto complessa poiché il 12 aprile 1916 il Regio Esercito diede il via ad un grandissimo attacco che puntava alla conquista della linea delle Lobbie-Cresta Croce-Dosson di Genova-Monte Fumo. L'azione, organizzata e gestita dal Colonnello Carlo Giordana, nonostante alcune iniziali difficoltà riuscì ad ottenere i risultati sperati grazie anche al primo vero utilizzo di alcune truppe speciali, ovvero i cosiddetti Alpini Skiatori, truppe addestrate a combattere mediante l'utilizzo di sci. Dopo queste prime conquiste si decise di proseguire l'avanzata studiando un nuovo attacco che avrebbe dovuto portare alla conquista delle linee Passo di Cavento-Menecigolo e Passo Maroccaro-Passo di Cercen per poi arrivare ad impadronirsi del Mandrone e dei Monticelli.

Questo secondo scontro ebbe inizio nella notte tra il 18 e il 19 aprile 1916 e, a differenza del primo, si ebbero molte difficoltà a conquistare gli obbiettivi prefissati. Infatti, nonostante le veloci conquiste del Passo di Cavento e del Crozzon di Fargorida, gli attaccanti si arenarono completamente nel cercare di conquistare il Passo di Fargorida e il Passo Topette. Dopo l'iniziale ritirata il Colonnello Giordana ordinò per il giorno seguente un altro attacco che avrebbe dovuto far cadere la linea di questi due passi, il quale però si rivelò a sua volta essere infruttuoso e sanguinoso. Venne a crearsi una situazione di stallo che fu interrotta solo il 10 maggio con la conquista del Passo del Diavolo, effettuata dal Tenente Arturo Galletti. Questa inaspettata conquista fece ritirare le truppe austriache, permettendo così di raggiungere tutti gli obbiettivi prefissati riuscendo a dilagare nella Val di Genova..

Quello che risulta lampante è la mancata conquista italiana del Corno di Cavento. Come mai non venne conquistato nonostante la presa del Passo omonimo? Sono molte le versioni e tutte in contrasto tra di loro: c'è chi sostiene che la conquista fu impedita dal comando, o chi sostiene che il Capitano Nino Calvi arrivò in vetta e poi fu obbligato a scendere. Il generale Cavaciocchi sostenne infatti che era parte dei piani la presa del Corno di Cavento, ed era da eseguire non appena il passo fosse stato conquistato. La mancata conquista deriva dalla stanchezza della truppa, che non sarebbe stata in grado di sostenere un'ulteriore scalata di oltre due ore e per questo l'ascesa venne rimandata al giorno dopo, dando così il tempo alle truppe austroungariche di poter giungere indisturbate alla vetta. Un'ulteriore testimonianza fornita dal Capitano Aldo Varenna evidenzia appunto come, oltre alla stanchezza fisica, non si disponeva del numero di uomini necessari per conquistare e dare una prima struttura difensiva al Corno di Cavento. Solo gli eventi successivi dimostreranno l'importanza di questa mancata conquista..

La conquista austriaca Dopo la perdita del Passo di Cavento gli austriaci non persero tempo e decisero di occupare il Corno di Cavento. La loro speranza era quella che le truppe italiane non si fossero già avviate verso la cima e, una volta giunti lì, trovare già un piccolo presidio italiano. Di conseguenza, la sera del 29 aprile 1916 il Tenente Feichtner e il suo reparto della 2ª compagnia del 170º Battaglione Landsturm vennero incaricati di avviarsi verso il Corno. La marcia partì da Vigo Rendena (627 m), per giungere poi al Rifugio Carè Alto (2450 m), proseguendo senza sosta fino ai Pozzoni (2915 m), dove vennero lasciati gli uomini più esausti a rinforzare il già esistente presidio. I soli 25 uomini rimasti dopo aver attraversato la Vedretta di Lares giunsero finalmente sulla vetta, alle due di notte del 30 aprile, a 3406 metri di altitudine. Vengono coperti 2779 metri di dislivello con una marcia ininterrotta di 30 ore, marcia effettuata completamente affardellati e con tutto il materiale necessario per creare un primo vero presidio, inclusa una mitragliatrice da 40 kg. Fortunatamente per loro non trovarono nessuno a presidiare la vetta e perciò non persero tempo e iniziarono ad improntare i primi e rudimentali sistemi di difesa. Vennero infatti create due piccole caverne a 200 m a sud del Corno, potendosi così riparare, piazzandoci davanti l'unica loro mitragliatrice, puntandola in direzione Passo di Cavento, luogo da poco conquistato dalle truppe italiane. Per cercare di dare ulteriore forza alla zona appena conquistata, il 2 maggio arrivò da Trento il Capitano Theodor Bernatz con il suo 59° Rainer di Salisburgo..

Le postazioni di difesa austriache

Dopo essere giunti sulla cima del Corno di Cavento le truppe austriache si resero subito conto delle innumerevoli difficoltà che tale conquista comportava, ci si trovava infatti a 3406 metri d'altitudine e le condizioni di vita erano proibitive: dal diario del Tenente Felix Hecht Von Eleda, colui che comanderà il presidio militare dal 7 febbraio 1917, emerge come i turni di sentinella non potessero durare più 30 minuti in quanto la temperatura, sfiorando i -20°, con picchi anche a -30°, rendeva praticamente impossibile la permanenza a tali condizioni climatiche per più di quel tempo.. Viste le condizioni impossibili, gli uomini del Capitano Theodor Bernatz ricevettero il cambio dal 161° Landstrum, a sua volta comandato dal Capitano Felix Fahrner.. La situazione difensiva austriaca al suo arrivo era la seguente: alcune piccole caverne di ghiaccio con solo delle coperte. Nel tardo pomeriggio dell'11 maggio le truppe italiane conquistarono la linea di cresta di cui facevano parte il Crozzon di Lares, le Topette, il Passo Fargorida e il Passo del Diavolo. Alle richieste di rinforzi del Capitano Fahrner il comando austriaco rispose ordinandogli di abbandonare il Corno di Cavento per attestarsi sulla linea Carè Alto-Pozzoni. Di sua spontanea iniziativa, però, il capitano decise di non ritirarsi, decidendo così un piano di lavoro che avrebbe dovuto rendere difendibile l'intera nuova linea: sulla cima del Cavento vennero lasciati a presidiare 20 soldati, alle dipendenze dell'Alfiere Mittersackschmöller, con una mitragliatrice e due cannoncini da fanteria mentre il giorno seguente, ovvero il 12, venne tracciata una nuova linea di trinceramenti che dai Pozzoni arrivava fino al Folletto. I lavori vennero realizzati nella notte tra il 12 e il 13 maggio scavando la trincea a mani nude visto la completa mancanza di pale e picconi, persi durante la marcia d'avvicinamento alla prima linea. Alle ore 3 del mattino vennero terminati i lavori e all'interno di questa nuova trincea di neve vennero subito posizionati 60 uomini con due mitragliatrici, così come vennero installati anche due piccoli capisaldi: uno su una roccia rivolto verso il Crozzon di Lares e l'altro, sempre su una roccia, ma con fronte sulla Ragada.. Sorse però un problema: la neve continua rese praticamente inservibile per giorni questi primi trinceramenti poiché pieni di neve, di conseguenza venne apportato un primo grande lavoro che permise di tramutare questo grande trinceramento in una lunghissima galleria. Il Comando austriaco rendendosi conto dell'importanza che avrebbero potuto avere tali opere, e disponendo a sua volta di ottimi ingegneri, servendosi della traccia realizzata dal Capitano Fahrner, decise di improntare un piano che in sole sette settimane portò alla realizzazione di ben 6780 metri di gallerie invisibili al Regio Esercito. Il lavoro venne realizzato completamente a mano da un gruppo di genieri, tre gruppi di zappatori e 40 uomini del reparto lavori..

I capisaldi difensivi I due capisaldi precedentemente realizzati dal Capitano Fahrner, utili per una iniziale prima difesa, vennero aumentati arrivando ad essere un totale di 8, disposti ad una distanza compresa tra i 200 e i 350 metri, mettendo così a disposizione per la difesa all'incirca 140 uomini.

Settore Pozzoni

Nel settore dei Pozzoni erano stati predisposti 4 capisaldi: il primo formato da 1 postazione, un riflettore e un ricovero predisposto ad ospitare 7 uomini; il secondo con una postazione più grande e una baracca da 5 uomini; il terzo con 3 postazioni e una baracca da 20 uomini; il quarto, posto al centro del ghiacciaio, formato da 2 postazioni, un riflettore, un piccolo ricovero per quattro uomini, una baracca adibita a dormitorio per 40 uomini, 5 magazzini e una cucina per gli ufficiali.

Settore Folletto - Cavento Anche in questo settore erano stati predisposti 4 capisaldi: il primo e il secondo erano stati predisposti in maniera uguale con 1 postazione, 1 riflettore, una baracca da 12 uomini; il terzo con 2 postazioni, 2 riflettori, una baracca predisposta per 12 uomini ed una più piccolina per 2; il quarto, molto più grande e vicino al Folletto, composto 3 riflettori (due verso il Caré Alto e uno vicino al Cavento), una baracca per 35 uomini, due baracche da 12 uomini ciascuna, una grande baracca per gli ufficiali, il magazzino, la cucina e il telefono..

Il piano d'attacco

Il piano di battaglia L'obbiettivo della conquista era quello di sfondare le difese nemiche sulla Vedretta di Lares, per poi aggirarla e distruggere le difese austriache e attaccare frontalmente e ai fianchi il Corno di Cavento cercando di mantenerne il possesso una volta conquistato.

Per cercare di raggiungere tutti gli obbiettivi prefissati e facilitare l'assalto si diede disposizione all'artiglieria di compiere, in due fasi prestabilite, il supporto alle truppe attaccanti: la prima fase il tiro delle artiglierie avrebbe dovuto cominciare alle 4.30 del mattino, rinunciando al tiro di controbatteria, per focalizzarsi principalmente sul Corno di Cavento utilizzando il maggior numero possibile dei mortai da 149A, dei due 70 M posti al Crozzon di Lares, i due 75/906 a Cresta Croce e dei cannoni da 75/906 a Passo della Porta. Le restanti bocche da fuoco disponibile avrebbero dovuto colpire la zona tra Vedretta di Lares - Monte Covel e la zona sul del Corno di Cavento, concentrandosi maggiormente sulle ridottine 3, 4, 5, 6, occupandosi anche del fuoco di interdizione alle spalle dello stesso Cavento. Venne stabilito che, al fine di trarre in inganno il nemico, di intervallare in questa prima fase le pause di tiro, riprendendole in maniera molto violenta dopo pochi minuti. La seconda fase invece prevedeva, scattato ufficialmente l'attacco, di aumentare il tiro di interdizione nella zona delle Vedretta di Niscli, sulla cresta Carè alto - Folletto, al fine di prevenire l'avvicinamento, dalle retrovie, di ulteriori plotoni nemici. in questo caso il fuoco di controbatteria si disponeva solo ed esclusivamente a conquista avvenuta e solo se le truppe si fossero trovati in una situazione di reale pericolo.

Le truppe a disposizione per l'attacco dovevano svolgere tutte un ruolo specifico:

il Battaglione "Monte Mandrone" avrebbe dovuto mantenere le posizioni mandando dei drappelli comandati da Ufficiali esperti, con l'obbiettivo di rifornire le varie truppe. Ottenne inoltre l'ulteriore compito di mantenere contatto con le truppe Skiatori attaccanti inviando poi due drappelli, composti da 30 uomini ciascuno, che uniti al Battaglione "Val Baltea" avrebbero scalato il Corno di Cavento.

la 1^, la 9ª e la 10ª compagnia Skiatori, comandata dal Maggiore Locci, avrebbero dovuto marciare nella notte per raggiungere le postazioni italiane del Crozzon del Diavolo, a quota 3015 e 2973, con orario di arrivo alle ore 3 e da lì cominciare l'attacco verso la Vedretta di Lares, puntando verso il centro. Punto focale del loro attacco erano le ridottine 3, 4, 5, 6 le quali andavano aggirate e distrutte.