Tra gli altri incarichi ricoperti, fu Presidente del Consiglio dei ministri dal 1869 al 1873, e deputato al Parlamento ininterrottamente dalla concessione dello Statuto fino alla sua morte. Durante il suo governo vi fu la Breccia di Porta Pia, compiendo così, nove anni dopo l'Unità d'Italia, l'ultimo atto del Risorgimento nazionale.
Biografia Origini e formazione Giovanni Lanza nacque il 15 febbraio 1810 a Casale Monferrato, da Francesco Lanza, di professione fabbro e mercante di ferraglie, e da sua moglie Angela Maria Inardi, di agiata famiglia borghese. Dopo la morte del padre, avvenuta quando Giovanni era ancora in tenera età, la famiglia si trovò in momentanee difficoltà economiche, ma si risollevò grazie all'impegno della madre e di uno zio, tanto che, anni dopo, nel 1836, poterono acquistare, per la somma di 41.550 lire, un podere di 33 ettari vicino a Roncaglia, una frazione di Casale Monferrato. Dopo aver frequentato il Reale collegio di Casale, nel 1827 Giovanni si recò a Torino per proseguire gli studi e iscriversi alla facoltà di medicina dell'Università di Torino: tuttavia, nel 1830, a causa dei provvedimenti repressivi attuati dal re Carlo Felice di Savoia verso l'accademia, dovette completare gli studi presso l'ospedale di Vercelli.
Ritornato nella capitale, dove poté laurearsi solo nel 1832, il giovane Lanza sviluppò una profonda avversione verso l'assolutismo e il clericalismo che gravavano l'istituto universitario torinese, all'epoca in mano ai gesuiti. Laureatosi anche in chirurgia l'anno seguente, durante il soggiorno torinese strinse amicizia con Ascanio Sobrero, divenuto in seguito un famoso chimico, e con la famiglia di Giovanni Zoppis, più tardi poeta e autore teatrale dialettale piemontese, di cui sposò successivamente la sorella Clementina, il 25 luglio 1851. Vistasi preclusa la carriera accademica per via della sua origine provinciale, nel novembre del 1834 Giovanni Lanza decise di trasferirsi a Pavia, dove insegnavano eminenti dottori e scienziati, come l'anatomista Bartolomeo Panizza, teorici del metodo sperimentale.
Dopo aver contratto un'infezione, nel gennaio dell'anno seguente, a seguito di un'autopsia, il giovane medico in agosto decise di rientrare in Piemonte, dov'era scoppiata un'epidemia di colera, per prestare volontariamente soccorso. Dopo aver assistito i malati in provincia di Cuneo e a Genova, Lanza rientrò a Pavia, per poi andare nel marzo del 1836 a Milano, dove visitò ospedali e istituti di assistenza, ma ben presto fu scacciato dalla polizia austriaca per aver cominciato a manifestare pubblicamente le sue idee liberali e patriotticheEnrico Tavallini, La vita e i tempi di Giovanni Lanza: memorie ricavate da suoi scritti, vol. I, L. Roux e c., Torino-Napoli 1887, pp. 23 e ss..
Abbandonando l'idea di andare a Vienna, Lanza si recò in seguito a Parma, a Modena e a Bologna, da dove raggiunse, a piedi, Firenze, entrando in contatto con l'eminente medico Maurizio Bufalini, sostenitore accanito dello sperimentalismo. Infine, dopo questo viaggio di perfezionamento in campo medico, rientrò a Torino, dove sperava di intraprendere la carriera universitaria, a cui però dovette nuovamente rinunciare a causa di un'oftalmia, che lo costrinse a ritirarsi a Roncaglia. Qui, messa da parte la carriera medica, si dedicò alla cura dei suoi possedimenti agricoli, amministrandoli con metodi scientifici e introducendovi moderni sistemi di coltivazione.
Esordi in politica Dopo aver scarsamente esercitato la professione medica, Giovanni Lanza trovò sfogo alle sue passioni politiche aderendo, nel 1842, all'Associazione agraria di Torino, dove ebbe il modo di manifestare le sue idee liberali e patriottiche attraverso i giornali e i convegni del sodalizio, che discorreva non solo delle nuove tecniche agrarie e dei sistemi di coltivazione, ma anche di temi politici. Collaborò anche a diverse testate giornalistiche, tra cui il Messaggere di Torino di Angelo Brofferio e Letture di famiglia di Lorenzo Valerio, divenuti poi esponenti di spicco della Sinistra radicale nel Parlamento subalpino e poi in quello italiano, occupandosi di statistica, rete viaria, enologia, piccola proprietà terriera, credito agrario e beneficenza, oltre a far nascere il comizio agrario di Casale.
Però già dal 1846 si delineò nel movimento riformatore piemontese una scissione tra i riformisti più radicali, come Valerio e Brofferio, e quelli più conservatori, come Camillo Benso di Cavour. Inizialmente furono i radicali ad avere il sopravvento e presero il controllo dell'Associazione Agraria, pensando di farne lo strumento politico per indurre il Re di Sardegna Carlo Alberto di Savoia a introdurre riforme liberali: e in tal senso, nell'agosto del 1847, durante il congresso annuale tenuto proprio a Casale, fu Lanza a raccogliere le firme per un indirizzo da presentare al sovrano chiedendo riforme liberali e un decisivo passo in avanti verso la lotta di unificazione italiana. La proposta fu subito bocciata dal presidente Filippo Avogadro, che bloccò lindirizzo, mentre lo stesso re minacciò sanzioni, salvo poi far pervenire una lettera in cui si dichiarava favorevole a una guerra di liberazione nazionale contro l'AustriaGiorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol III, Feltrinelli, Milano, 2011, p. 81..
Nel novembre dello stesso anno, approfittando della diminuzione della censura sulla stampa voluta dal re, Lanza collaborò con Valerio a fondare il giornale Concordia, salvo poi allontanarsene e fondare il mese dopo una propria testata giornalistica, L'Opinione, che si collocò in mezzo alle dispute ideologiche tra la radicale Concordia di Valerio e il più moderato Risorgimento, fondato da Cavour e Cesare Balbo. Lanza si riconciliò con Valerio il 7 gennaio 1848, durante la riunione dei giornalisti torinesi all'albergo d'Europa, nella quale Cavour propose che Carlo Alberto concedesse la Costituzione, mentre Lanza e Valerio, fedeli alle direttive neoguelfe di Vincenzo Gioberti, che non volevano irritare le posizioni del monarca sabaudo, non aderirono.
Carriera politica nel Parlamento subalpino Tuttavia, dopo la concessione, nel marzo del 1848 dello Statuto Albertino da parte del Re di Sardegna e la successiva dichiarazione di guerra piemontese a Vienna dopo lo scoppio delle Cinque Giornate di Milano, Lanza partì come volontario per la Prima Guerra d'Indipendenza. Fu durante la sua assenza dal Piemonte che gli giunse la notizia che era stato candidato in diversi collegi elettorali in vista delle prossime elezioni del primo parlamento subalpino: fu eletto deputato nel collegio di Frassineto, dove vinse ininterrottamente dalla I alla XIV legislatura, venendo ogni volta riconfermato. Alla Camera dei deputati si schierò inizialmente con l'Estrema Sinistra e fu un tenace assertore della guerra d'indipendenza a oltranza, anche dopo la firma dell'Armistizio Salasco che pose fine alla prima parte delle ostilità. Dopo aver inizialmente rifiutato un posto di dirigente ministeriale nel gabinetto di Gabrio Casati, sostenne entusiasticamente quello presieduto da Gioberti, anche quando il 21 febbraio 1849 il ministero cadde dopo la restaurazione lorenese in Toscana.
Da allora Lanza passò gradualmente nelle file della Sinistra moderata, distinguendosi dai democratici più radicali che volevano la ripresa immediata della guerra contro l'Impero asburgico, cosa a cui il deputato piemontese era contrario, in quanto ne intuiva l'inutilità senza il supporto degli altri Stati italiani. Dopo la battaglia di Novara del 1849, che portò all'abdicazione di Carlo Alberto a favore del figlio Vittorio Emanuele II, divenne membro della Commissione incaricata per far luce sulla sconfitta, lanciando al contempo accuse di tradimento al nuovo sovrano e mostrandosi contrario all'armistizio di Vignale, criticando anche la successiva Pace di Milano, stipulata nell'agosto del 1850 e che Lanza definì incostituzionale. Ben presto, la sua propensione al conservatorismo illuminato, lo portò sempre più verso posizioni più moderate, fino a diventare uno dei padri del centrosinistra, che supportarono la scalata al potere di Massimo d'Azeglio, vedendo in lui una garanzia delle istituzioni parlamentari, allontanandosi al contempo da Valerio, la cui intransigenza ideologica avrebbe, secondo lui, nuociuto al fragile regime costituzionale creatosi in Piemonte.
Si dimostrò poi favorevole al Connubio tra il centrosinistra di Rattazzi e il centrodestra di Cavour, volto a isolare le ali estreme del Parlamento e a consolidare la monarchia costituzionale, appoggiando l'alleanza fra i due leader politici dalle colonne del suo giornale, L'Opinione. Dopo la nomina di Cavour a Presidente del Consiglio, Lanza fu ricompensato per il suo aiuto venendo eletto, il 13 novembre 1853 vicepresidente della Camera, facendo parte anche delle Commissioni del Bilancio e delle Finanze. In Parlamento sostenne più volte il governo come nel 1855, quando fu il relatore dell'intervento piemontese nella Guerra di Crimea a fianco di Francia e Inghilterra, rifiutando al contempo l'offerta, fatta da Giacomo Durando durante la cosiddetta Crisi Calabiana, di un posto nel nascente ministero che Vittorio Emanuele II voleva per evitare di avallare le leggi anti-clericali proposte dall'esecutivo. Grazie a questo atto si guadagnò la stima di Cavour, che il 31 maggio 1855 lo propose alla guida del ministero della Pubblica Istruzione, che tenne sino al luglio del 1859, reggendo in diverse occasioni, anche l'interim delle Finanze.
Come ministro dell'Istruzione Lanza passò alla Storia come un abile riformatore, infatti la sua azione di governo avrebbe costituito una solida base da cui si sarebbe mosso in seguito il successore Gabrio Casati. Infatti, il 10 dicembre 1855, il ministro presentò un progetto di legge che riformava l'istruzione elementare, introducendo il principio di obbligatorietà scolastica e il controllo governativo sulla nomina e il licenziamento dei maestri. Una Commissione parlamentare però elaborò un "controprogetto", di cui fu relatore Luigi Amedeo Melegari, che eliminava il secondo punto della proposta di Lanza, considerato un'indebita ingerenza dello Stato nell'educazione nazionale, e sosteneva la necessità di una scuola intesa come servizio comunale, ma accettava comunque il principio di obbligatorietà scolastica. Passò invece la legge del 22 giugno 1857 n. 2328 che riordinava il settore amministrativo della pubblica istruzione, nonostante le pressioni contrarie della Chiesa che rivendicava il monopolio dell'educazione, che confermò l'indirizzo laico e liberale del governo.
Trovandosi a ricoprire la carica di responsabile delle Finanze (fatto per il quale cedette il dicastero dell'Istruzione a Carlo Cadorna) dopo le dimissioni di Rattazzi nel gennaio del 1858, Lanza, per appianare le difficoltà finanziarie del bilancio statale, fece approvare un prestito interno di 50 milioni di lire che riscosse l'approvazione dei ceti medi, mentre riuscì a salvare al contempo la Banca Nazionale degli Stati Sardi, in difficoltà per l'eccessiva esposizione verso il Credito Immobiliare (che il ministro dovette liquidare) e per i forti acquisti e le grosse anticipazioni su azioni e obbligazioni ferroviarie, attraverso l'acquisizione statale di alcune linee ferroviarie, all'epoca in mano ai privati, che permise la conversioni tra titoli e azioni del debito pubblico. Inoltre, alla vigilia della seconda guerra d'indipendenza italiana, provvide allo stanziamento dei fondi necessari alla preparazione bellica.
Dimessosi con l'intero esecutivo dopo l'armistizio di Villafranca dell'11 luglio 1859, Lanza non entrò nel terzo gabinetto Cavour il 21 gennaio 1860, venendo tuttavia candidato dal conte come Presidente della Camera dei deputati in opposizione a Rattazzi, venendo eletto durante un clima di contestazione verso il Presidente del Consiglio per via della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, attuata con il Trattato di Torino.