Il termine storico Terre della Corona di Santo Stefano (o anche Transleitania a significare le terre al di là del fiume Leita) di solito denotava un gruppo di territori che nei secoli si erano via via andati affiliando al Regno d'Ungheria, con un'unione personale, e successivamente entrarono nell'Impero austro-ungarico. Questo complesso sistema di Stati è talvolta indicato con il termine Archiregnum Hungaricum, utilizzando una terminologia medievale.

Data la natura multietnica dell'area, una tale denominazione statuale - così identitaria (grazie al suo richiamo alla antica e gloriosa storia cristiana scaturita dalla figura del re-Santo Stefano d'Ungheria e dei suoi successori) e allo stesso tempo sovra-etnica (o comunque non troppo "magiarocentrico") - venne ritenuta più adatta a rappresentare l'unità nella diversità dello Stato a guida ungherese.

Nelle varie lingue del regno l'espressione ebbe diverse versioni: in ungherese Szent István Koronájának Országai (Terre/Paesi/Stati della Corona di Santo Stefano) e Szent Korona Országai (Terre/Paesi/Stati della Sacra Corona), Magyar Korona Országai (Terre della Corona Ungherese) e Magyar Szent Korona Országai (Terre della Sacra Corona Ungherese), in croato Zemlje Krune svetog Stjepana (Terre della Corona di Santo Stefano), in tedesco Länder der heiligen ungarischen Stephanskrone (Terre della Sacra Ungara Corona di Santo Stefano), in serbo Земље круне Светог Стефана / Zemlje krune Svetog Stefana (Terre della Corona di Santo Stefano), in slovacco Krajiny Svätoštefanskej koruny (Terre della Corona di Santo Stefano), Krajiny uhorskej koruny (Terre della Corona Ungherese).

Composizione Fin dall'alto medioevo nell'area medio-danubiana si ebbe l'aggregazione di varie realtà statali intorno ai Re d'Ungheria, che divennero signori feudali di varie terre, dalla Croazia alla Cumania, dalla Valacchia alla Moldavia.

Dopo il compromesso austro-ungarico del 1867, la Transleithania consisteva del Regno d'Ungheria con annessa l'Ungheria propriamente detta, la Transilvania, il Voivodato di Serbia, il Regno di Croazia e Slavonia ed il porto di Fiume. La Frontiera Militare rimase sotto amministrazione separata sino al 1882, quando venne poi abolita e incorporata nel Regno di Croazia e Slavonia.

Direttamente o indirettamente, a vario titolo, hanno fatto parte delle Terre della Corona di Santo Stefano (o sono state reclamate come tali dai regnanti d'Ungheria) i seguenti stati e territori: Ungheria; Slovacchia; Croazia e Slavonia; Fiume (territorio del Corpus Separatum); Dalmazia; Bosnia; Serbia; Valacchia; Moldavia; Transilvania; Cumania; Galizia e Lodomeria.

Caratteristiche Il termine era in voga durante il XVIII e il XIX secolo per distinguere la parte transleitana della Monarchia asburgica (in seguito Austria-Ungheria) dai territori della Cisleitania. Il territorio includeva tre paesi: il Regno d'Ungheria; il Regno di Croazia e Slavonia; il Gran Principato di Transilvania.

Quando la Dieta d'Ungheria si oppose alla separazione della Transilvania (essendo una parte integrante dell'Ungheria medievale), chiese anche senza successo di ristabilire i legami storici con la Dalmazia, la Bosnia e la Galizia e Lodomeria. Queste province cisleitane erano teoricamente parte della Corona di Santo Stefano, secondo la legge ungherese.

Dopo l'unione con la Transilvania nel 1848 e 1867, il termine denotò solo il Regno d'Ungheria e il Regno di Croazia e Slavonia.

Il 29 ottobre 1918 il Parlamento croato dichiarò la fine dell'unione e si unì allo Stato degli Sloveni, Croati e Serbi (in seguito Regno di Jugoslavia). In quel momento, il termine perse il suo significato e cadde in disuso.

Storia

Il Compromesso del 1867, che creò la Monarchia Duale, diede al governo ungherese un maggiore controllo sui suoi affari interni come mai prima dalla battaglia di Mohács. Ad ogni modo, il nuovo governo incontrò molti problemi di natura economica ed incontrò l'astio delle minoranze etniche. La Prima guerra mondiale portò alla disintegrazione dell'Austria-Ungheria e dopo la guerra presero il potere una serie di regimi (tra cui quello comunista) separatamente a Buda e a Pest (dal 1872 le due città erano state riunite in un'unica entità, Budapest appunto).

Il tessuto costituzionale e legislativo Con Francesco Giuseppe I ancora una volta un imperatore asburgico diveniva re d'Ungheria, ma il compromesso limitò fortemente il suo potere sugli affari interni del paese ed il governo ungherese riempì ufficialmente questo vuoto creatosi. Il governo ungherese consisteva del primo ministro e del suo gabinetto nominato dall'imperatore ma responsabile del proprio operato presso il parlamento bicamerale eletto. I ministeri condivisi tra Austria ed Ungheria furono quello degli affari esteri, quello della difesa e quello delle finanze e come tali le due entità del medesimo impero avevano rappresentanti distinti. Anche se il ministero della difesa comune si occupava dell'amministrazione delle armate imperiali sul territorio, l'imperatore ne era il comandante in capo ed il tedesco rimase la lingua militare in tutto l'impero. Il compromesso del 1867 inoltre stabilì che la politica commerciale e monetaria, le tariffe generiche, le ferrovie e la tassazione indiretta dovessero rimanere fatti comuni ad Austria ed Ungheria da rinegoziare ogni dieci anni. Fu sempre il Compromesso a riportare la Transilvania sotto la giurisdizione ungherese.

Su insistenza di Francesco Giuseppe, Ungheria e Croazia raggiunsero un compromesso simile nel 1868, dando ai croati uno status speciale nelle Terre della Santa Corona Ungherese. L'accordo riconosceva una distinta identità alla Croazia e garantiva ai croati un'autonomia negli affari interni. In pratica, ad ogni modo, questa autonomia era piuttosto limitata. Il bano croato era quindi ora dominato dal primo ministro ungherese e continuava ad essere nominato dal re d'Ungheria. Anche in questo caso le aree per politiche comuni includevano la finanza, materie monetarie, gli uffici postali e le ferrovie. Il croato divenne la lingua ufficiale del governo della Croazia e tale lingua venne mantenuta dai rappresentanti locali anche quando questi si rivolgevano al parlamento ungherese.

La Legge delle Nazionalità emanata nel 1868 definiva l'Ungheria come una singola nazione ungherese compromettendo così le differenti nazionalità i cui membri richiedevano eguali diritti in tutte le aree. Anche se le lingue non ungheresi erano usate a livello locale, nelle chiese e nelle scuole, l'ungherese divenne la lingua ufficiale del governo centrale e delle università. Molti ungheresi credevano che questo atto indipendentista locale fosse troppo generoso, mentre alcuni gruppi minoritari addirittura lo rifiutarono. Gli slovacchi dell'Ungheria del nord, i rumeni in Transilvania ed i serbi nella Voivodina desideravano tutti maggiore autonomia. Il governo non prese provvedimenti nei confronti di queste nazionalità ed il malcontento continuò a serpeggiare tra il popolo.

come risultato del terrore di una competizione economica. Nel 1840 era stata prevista una parziale emancipazione degli ebrei ai quali venne permesso di vivere in qualsiasi luogo ad eccezione di alcune città minerarie. L'Atto di Emancipazione degli Ebrei del 1868 diede agli ebrei eguali diritti di fronte alla legge ed eliminò tutte le barriere che per secoli avevano costretto il loro gruppo nei ghetti, concedendo anche a loro di entrare a far parte della politica e della vita pubblica.

L'ascesa del Partito Liberale Francesco Giuseppe nominò Gyula Andrássy (membro del partito Deák) alla carica di primo ministro ungherese nel 1867. Il suo governo favorì fortemente il Compromesso austro-ungarico del 1867 e perseguì un laissez-faire della politica economica. Le gilde vennero abolite, i lavoratori divennero professionisti autonomi, ed il governo migliorò l'educazione generale ed i mezzi di comunicazione. Tra il 1850 ed il 1875, le fattorie ungheresi prosperarono: il prezzo del grano era alto, e le esportazioni triplicarono. L'economia dell'Ungheria ad ogni modo accumulava capitale troppo lentamente ed il governo dipendeva ancora troppo da crediti stranieri. Inoltre, la burocrazia nazionale e locale iniziò a crescere immediatamente dopo l'arrivo del Compromesso, aumentando i propri costi e costringendo l'imposizione di nuove tasse, il che fece nuovamente insorgere il dibattito nazionale. Dopo una spending review a metà degli anni '70, il partito Deák dovette soccombere sotto il peso del disastro finanziario e dello scandalo.

Come risultato di queste problematiche, il Partito Liberale di Kálmán Tisza, creato nel 1875, prese il potere in quello stesso anno. Tisza assemblò una macchina burocratica e politica per mantenere il controllo sulla corruzione e sulla manipolazione del sistema elettorale, scontrandosi peraltro con i nazionalisti ungheresi che lo vedevano eccessivamente sottomesso agli austriaci. I Liberali capirono che la Monarchia Duale aveva posto in primo piano l'Ungheria nell'impero e che tale fenomeno poteva essere sfruttato a vantaggio nazionale.

Il governo di Tisza creò nuove tasse, ma regolò il bilancio durante gli anni in cui fu al potere, completando grandi strade di scorrimento veloce, ferrovie e progetti per nuove vie d'acqua. Commercio ed industria si espansero velocemente. Dopo il 1880 il governo abbandonò il laissez-faire delle politiche economiche ed incoraggiò l'industria con esenzioni fiscali, sussidi, contratti di governo e altre misure stimolanti. Il numero di ungheresi impiegati nell'industria tra il 1890 ed il 1910 duplicò al 24,2%, facendo passare gli impiegati nell'agricoltura dall'82 al 62%, con un conseguente calo dei prezzi del grano dovuto anche all'apertura del commercio nordamericano ai mercati europei.

Cambiamenti sociali La popolazione dell'Ungheria salì da 13 milioni a 20 milioni tra il 1850 ed il 1910. Dopo il 1867 l'antica società feudale ungherese fece spazio ad una società maggiormente complessa che includeva magnati, nobili minori, borghesi, operai e contadini. Ad ogni modo, i magnati continuarono ad avere grande influenza sul partito conservatore per via della loro ricchezza e per la loro posizione dominante nella camera alta della Dieta nazionale. Essi combatterono la modernizzazione e mantennero stretti legami con Vienna nella speranza di veder restaurate le tradizionali strutture sociali e le istituzioni, ponendo l'agricoltura come il principale campo d'azione dell'aristocrazia. La chiesa cattolica fu tra i principali alleati dei magnati.

Alcuni nobili minori sopravvissero alla depressione agraria della fine dell'Ottocento e continuarono le loro attività connesse all'agricoltura, mentre altri si dedicarono alla burocrazia o entrarono nel mondo delle professioni.

A metà del XIX secolo, la borghesia ungherese era composta da piccoli gruppi di mercanti tedeschi ed ebrei e da proprietari di negozi che impiegavano alcuni operai. Con l'arrivo del XX secolo, ad ogni modo, la classe borghese era cresciuta per dimensioni e complessità ed era divenuta essenzialmente ebrea dal momento che furono proprio gli ebrei a creare la moderna economia del paese supportata dalla macchina burocratica di Tisza. In cambio, Tisza non solo si preoccupò per primo di denunciare il fenomeno increscioso dell'antisemitismo ma utilizzò anche la sua macchina politica per schiacciare la crescita di partiti antisemiti. Nel 1896 il suo successore assicurò agli ebrei l'emancipazione completa. Dal 1910 circa ebrei componevano circa il 5% della popolazione ed il 23% della popolazione di Budapest. Gli ebrei possedevano il 54% delle attività e l'85% delle istituzioni finanziarie come direttori o proprietari, oltre al 62% delle attività commerciali.