Seppur la vita artistica del Manfredi fu relativamente breve, durò solo quindici anni circa, dal 1609 al 1622,. la sua pittura ebbe particolare seguito, soprattutto tra i pittori del nord Europa, come Nicolas Régnier, Nicolas Tournier e Valentin de Boulogne,. ma anche tra gli artisti fiamminghi e olandesi attivi a Roma, come Gerrit van Honthorst, nonché italiani come Orazio Riminaldi..

Giulio Mancini lo ritenne uno dei quattro artisti faceti parte della «schola» del Caravaggio, assieme al giovane Jusepe de Ribera, Spadarino e Cecco del Caravaggio.

Biografia Gli inizi (1595-1613) Le fonti antiche di Giulio Mancini, colui che più di ogni altro ha scritto sull'artista e su cui maggiormente si basano le ricostruzioni storiche della sua biografia, dicono che Bartolomeo Manfredi si approcciò alla pittura durante i suoi anni giovanili passati tra Milano, Cremona e Brescia, fin poi a spostarsi a Roma. Nella città pontificia il Manfredi si perfezionò nel disegno al seguito di Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, un pittore tardomanierista molto attivo alla fine del XVI secolo, conosciuto probabilmente già intorno al 1595 quando questi era a Mantova..

Al 1596 è documentata una denuncia che l'allora quattordicenne ebbe a Mantova, dove fu accusato di portare spade e pugnali di notte e di spacciarsi per servitore di tal Eugenio Barcha.

Giunto a Roma quindicenne come allievo del Pomarancio, sia il Mancini che Giovanni Baglione riferiscono che il Manfredi fu colpito dalla pittura e dal colorito del Caravaggio, di cui divenne un "imitatore", seppur non si sa a che età precisamente si avvicinò a questa corrente, seppur il Baglione fece un generico riferimento a quando il pittore di Ostiano "si fece grande". Altresì non è nota se la vicinanza tra il Manfredi e Caravaggio era solo concettuale o anche fisica, tuttavia, ad ogni buon conto, negli atti del processo indetto da Giovanni Baglione nel 1603, compare un tal "Bartolomeo, servitore del Caravaggio", che lascia presupporre che questo nome si riferisca proprio al ventunenne Manfredi, che forse in quegli anni prestava servizio e collaborazione al Merisi..

Nel 1607 Manfredi venne citato dal Tribunale del Governatore Criminale, mentre al 1610 risale la prima residenza romana documentata del pittore, dov'è segnalato presso la parrocchia di Sant'Andrea delle Fratte..

I primi successi (1613-1617)

Tra le personalità più vicine al pittore vi fu Giulio Mancini, medico, scrittore e grande mecenate artistico che in più occasioni ha funto da committente o intermediario nei lavori del Manfredi. Il Mancini risulta pertanto fondamentale per comprendere in linea generale quella che è l'attività artistica di Bartolomeo, in quanto non disponendo di ulteriori fonti documentaristiche puntuali, avendo il pittore stesso mancato di firmare e datare alcuna delle sue opere, ricostruire gli spostamenti, le commesse o anche il catalogo di dipinti risulta particolarmente complesso. Il Mancini, che ben conosceva il Manfredi, avendo egli per primo puntato sul suo successo, diventa dunque cruciale per determinare alcuni fondamenti della vita del pittore, e più in particolare risulta di particolare rilevanza lo scambio di corrispondenze che il medico ebbe col fratello a Siena, Deifebo, tra il 1613 e il 1622 (anno della morte del pittore), grazie alle quali è stato possibile dare un contorno alla biografia dell'artista, testimoniando anche tutta la parabola evolutiva, quindi dai primi passi negli ambienti romani fino alla consacrazione artistica sul panorama romano.

Una prima lettera datata 22 febbraio 1613 racconta che i fratelli si accordano per fornire al cavaliere Agostino Chigi, rettore dello Spedale di Siena, probabilmente su sua richiesta, un bel quadro da Roma. La disquisizione tra i fratelli Mancini verte sull'ipotesi di far effettuare una copia dello Sdegno di Marte del Caravaggio (oggi non rintracciata, già in collezione del Monte). Tale evenienza viene scongiurata definitivamente in una corrispondenza successiva, datata l'8 marzo 1613, dove balza fuori per la prima volta il nome del Manfredi quale artista designato da Giulio per far eseguire una propria versione del soggetto (probabilmente perché il cardinal del Monte, proprietario della versione del Merisi, non consentì di effettuare alcuna copia dell'opera). Le credenziali del Manfredi erano fortemente sponsorizzate dal Mancini, il quale riteneva l'artista ostianese un giovane di grandi aspettative che non avrebbe sfigurato sull'impresa, risultando anzi all'altezza del Caravaggio. Per convincere il fratello a Siena di quanto affermava, Giulio promise di inviargli un Ecce Homo di mano del pittore (oggi al Museo di Memphis) così da farne prendere visione delle sue capacità..

Lo Sdegno di Marte (1613) risulta essere il primo e forse il maggiore capolavoro del Manfredi. In una lettera del 12 ottobre Giulio Mancini scrive a Deifebo che il dipinto, costato 35 scudi, è completato e custodito presso la sua residenza, definendolo «ben riuscito e condotto con bellissimo colorito e invenzione». La tela confluì nella collezione Chigi, che venne acquistata a prezzo di costo, quindi per 35 scudi, da Agostino, il quale tuttavia avrebbe dimostrato per la stessa solo un timido gradimento.. Ciò provocò in Giulio Mancini una sorta di messa in discussione delle abilità del pittore, tant'è che questi chiese al fratello in successive lettere se le successive opere richieste non sarebbe stato meglio farle eseguire da Antonio Carracci.

I dubbi e le perplessità si alimentarono ancor più in occasione di un'ulteriore commessa avanzata da Agostino Chigi al Manfredi, sempre su intermediazione di Giulio Mancini, dove intorno ai primi mesi del 1614, quando il pittore è registrato presso la parrocchia di Santa Maria del Popolo, questi realizza una Susanna (oggi non rintracciata). La tela fu quindi inviata a Siena presso il Chigi il 27 giugno del 1614, ma da un'altra corrispondenza di agosto si evince che il cavaliere Agostino aveva rifiutato la tela in quanto non soddisfacente le proprie aspettative.

Per circa quattro anni il Manfredi cade quindi nell'oblio e viene dimenticato da Giulio Mancini, che non gli ripropone più alcuna ulteriore commessa. Nel 1615 il pittore risulta residente presso la parrocchia di San Lorenzo in Lucina, mentre nel 1616 ritornò a dimorare in Sant'Andrea delle Fratte, dove rimane almeno fino al 1619.

Intorno a questo giro di anni giovanili sono databili diverse tele, in maniera più o meno certa, visto che nessuna sua opera è firmata o datata: lIncoronazione della Vergine (1617 circa), l'unica di devozione pubblica, compiuta per la chiesa di San Pietro a Leonessa (Rieti), che però non viene mai menzionata dagli storici del tempo probabilmente perché di difficile rintracciamento, la Cattura di Cristo (1617 circa), altro capolavoro giovanile del pittore, oggi conservato presso il Museo di arte occidentale di Tokyo, lAllegoria delle quattro stagioni (tra il 1612-1613), tema che ebbe così successo che fu compiuto in due versioni, di cui una al Museo di Dayton, il Caino e Abele e il Ritratto di uomo con guanto, oggi entrambi al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

L'ascesa artistica (1618-1620) Solo a partire dal 1618 Bartolomeo Manfredi torna alla ribalta e ricompare nelle corrispondenze di Giulio Mancini col fratello a Siena, allorquando il medico scrittore effettuò un acquisto a buon mercato di una Negazione di Pietro (probabilmente quella oggi al Museo di Braunschweig) eseguita dal pittore tra il 1617 e il 1618 e quindi spedita a Deifebo.

In questa circostanza il Manfredi sembra abbia confermato il proprio status artistico sul panorama artistico romano, risultando uno dei pittori più gettonati nell'ambiente e che ha accresciuto esponenzialmente le proprie quotazioni sul mercato d'arte. Giulio Mancini scrive al fratello a proposito del Manfredi: «Quel Bartolomeo, che fece lo sdegnio a Masser dello Spedale, è in tal reputatione ch'è stimato maggior di Michelangelo [Caravaggio] e adesso è stato venduto un quadro di suo a Sua Altezza Serenissima, nostro padrone, molte centinaia di scudi. Vi serva per avviso.». Questo messaggio probabilmente celava l'intenzione del Mancini di assicurarsi che il fratello non svalutasse opere che erano già nella loro collezione (quindi lEcce Homo, la Susanna e la Negazione di Pietro), le quali erano interessate in realtà da una potenziale rivalutazione economica positiva..

Proprio a testimonianza di questa impressione, accadde che, a giugno del 1618, Giulio Mancini venne a sapere che Cosimo II acquistò per la collezione Medici un'opera di Bartolomeo Manfredi pagandola diverse centinaia di scudi. Questa notizia colpì favorevolmente lo scrittore medico, tant'è che in una lettera al fratello gli disse di avvisare il cavaliere Chigi che il granduca di Toscana sarebbe stato a Siena ben presto, e pertanto se avesse deciso di vendere lo Sdegno di Marte che ancora aveva presso la propria collezione, quella poteva essere la giusta occasione per farlo, dalla quale avrebbe potuto ricavarne almeno 400 scudi.

Cosimo II sembrava apprezzare particolarmente il Manfredi, tant'è che a questo giro di anni risalgono gli acquisti di almeno altre due opere sue, oltre alla prima sopracitata (probabilmente individuabile nell'Incoronazione di spine), entrambe in pendant e incentrate su scene di genere, quindi il Concerto e i Giocatori (databili tra il 1617 e il 1618 e oggi tutte e tre agli Uffizi). Non è escluso che sul finire del secondo decennio del Seicento il Manfredi si sia recato fisicamente a Firenze, visto che alcune fonti riportano che questi era particolarmente elogiato dall'Accademia del Disegno della città granducale, la quale chiese al pittore anche un Autoritratto (oggi non rintracciato), o dato che il pittore fiorentino Francesco Furini decise poi nel 1619 di recarsi a Roma per studiare presso la bottega del Manfredi, ritenuto «pittore di assaissimo credito»..

Tra il 1620 e il 1621 il pittore si trasferì presso la parrocchia dei Santi Apostoli (erroneamente registrato come pittore "veronese") a Roma. Nel 1621 Manfredi realizza altre opere per la corte fiorentina, ma questa volta non direttamente per il granduca, bensì per il suo ambasciatore a Roma, Piero Guicciardini, per il quale riceve il 23 novembre dello stesso anno la somma di 80 scudi a titolo di saldo (ne aveva già ricevuti 20 come acconto) per «due tele con tre figure ciascuna» (non rintracciate, forse potrebbe trattarsi di almeno una tra il Martirio di San Bartolomeo, la Flagellazione di Cristo, e una delle diverse versioni dellIncoronazione di spine, poiché tutte caratterizzate dalla presenza di tre personaggi nelle loro composizioni)..

Gli ultimi anni Giulio Mancini, che comunque continuò a ordinare al Manfredi diversi quadri, alcuni di piccolo formato con Storie di Cristo, citate in una lettera accompagnatoria di agosto 1622, in occasione del loto trasferimento presso il fratello a Siena. Agli ultimi anni della sua vita risale la tela del Cristo che compare alla Madre (oggi al Museo comunale di Cremona), eseguita per la collezione Giustiniani, commessa direttamente o acquistata dal marchese Vincenzo, giacché compare inventariata nel suo lascito del 1638 assieme a un'altra tela non identificata, raffigurante il «San Girolamo che scrive con braccia nude»..

Seppur il pittore non doveva trovarsi in condizioni di particolar criticità fisica, come si evince da una lettera inviata il 20 agosto del 1622 a Vincenzo II Gonzaga, col quale s'impegnò a realizzare quattro tele richieste dallo stesso cardinale (non si sa se tra queste vi era anche il Bacco e bevitore, che di certo fece parte delle collezioni del cardinale Silvio Valenti Gonzaga nel secolo successivo), il 12 dicembre 1622 Bartolomeo Manfredi muore, trovando sepoltura nella parrocchia di Santa Maria in Via, dove intanto risiedeva. La causa del decesso fu l'aggravarsi di una malattia, della quale il Baglione scriverà: «quel mal cattivo [...] era pieno».