Il sequestro Macchiarini fu la prima azione delle Brigate Rosse che ebbe una risonanza nazionale, in quanto andò oltre le attività di propaganda politica, anche estremista, praticate al tempo dalle varie strutture mal definite esistenti all'interno della sinistra extraparlamentare, che volevano produrre una condizione di rivoluzione sociale secondo il pensiero marxista leninista. Avvenne il 3 marzo 1972 e si trattò del primo sequestro di persona a carattere politico dell'Italia repubblicana.: Macchiarini, il sequestrato, era un dirigente aziendale, e l'atto terroristico fu completato col primo utilizzo propagandistico di una fotografia della vittima minacciata con due pistole puntate contro e portante al collo un cartello con scritti slogan, tra cui "colpiscine uno per educarne 100!". L'azione terrorista, che aveva una forte motivazione propagandistica del gruppo, fu praticata in un paese in cui ormai la violenza dello scontro politico aveva superato la fase dialettica, includendo violente azioni fisiche contro chi era considerato parte del sistema di sfruttamento capitalistico, e in un mese, il marzo del 1972, particolarmente segnato da eventi terroristici e che obbligò le forze di sinistra, sia classiche che extraparlamentari, a pronunciamenti e prese di posizione riguardo a queste azioni estreme di lotta.
Contesto storico All'epoca la Siemens, azienda con partecipazione statale di rilevanza internazionale, aveva in piazzale Zavattari a Milano la sua sede col palazzo uffici, i laboratori e lo stabilimento principale che si apriva nel confluente viale Monterosa, ove lavoravano più di 6000 dipendenti, di questi circa un terzo inquadrati nelle categorie impiegatizie, il resto operai e soprattutto operaie. La produzione era di apparecchiature varie legate alla telefonia in forte sviluppo, da ponti radio ad apparecchiature telefoniche.
A Milano, il primo gruppo delle Brigate Rosse, che includeva quelli che poi saranno definiti i capi storici, nato dall'esperienza di Sinistra Proletaria, dopo il convegno di Pecorile, compiva attività di propaganda, come comizi nelle aree periferiche della città, attentati incendiari contro i "capetti" delle grandi fabbriche quali la Pirelli, vivendo in una situazione di semiclandestinità, compiendo anche alcune rapine a banche a scopo di autofinanziamento, utilizzando armi ricevute da vecchi partigiani che le avevano conservate, approfittandone anche come allenamento per attività più pericolose. Agli inizi del 1972, venne la decisione di passare ad azioni più eclatanti, tipo quelle compiute dai Tupamaros "un breve sequestro dimostrativo punitivo di un personaggio simbolo particolarmente odiato. Da immortalare in una fotografia che avrebbe riprodotto in un milione di copie, il nostro messaggio", mostrando con la fotografia una azione di lotta armata nell'Italia degli anni '70..
In Siemens, secondo la narrazione di Moretti si era sviluppata una atmosfera favorevole alla propaganda brigatista, non limitata agli operai ma coinvolgente anche i tecnici, che arrivò a contare un centinaio di "compagni", al punto che, dopo il sequestro Macchiarini, fu coniata la battuta: "Cosa produce la Siemens? Telefoni e brigatisti in uguale proporzione"..
L'idea di sequestrare Macchiarini fu di Moretti, impiegato alla Sit Siemens che quindi conosceva bene la situazione entro la fabbrica. Macchiarini, come direttore di stabilimento e responsabile della ristrutturazione aziendale, era malvisto dagli operai e già bersaglio di cortei interni che cercavano di raggiungere il suo ufficio per obbligarlo ad essere sottoposto a "processo".
Questa sorta di processi lampo a dirigenti, che avvenivano internamente nelle fabbriche come azioni anonime di gruppo improvvisate, non costituivano una novità per la conflittualità operaia del periodo. Diversamente l'azione delle Brigate Rosse era pianificata e avrebbe introdotto una novità spostando la vicenda al di fuori dei muri della fabbrica, con l'obiettivo di darle una precisa connotazione politica e una rivendicazione pubblica.. Secondo Franceschini l'azione era pensata come una sorta di prolungamento di un corteo operaio interno nella fabbrica.
Il sequestro
Idalgo Macchiarini fu catturato il 3 marzo del 1972 a Milano, all'esterno dell'edificio della Sit-Siemens, di cui era dirigente; tutta l'azione avvenne in arco di tempo di circa 20 -30 minuti di tempo. Al tempo Macchiarini aveva 42 anni, aveva la carica di dirigente del settore operazioni, era sposato con due figli ed abitava in via Harar 9, non molto lontano dalla Siemens.
Lo svolgimento del sequestro è raccontato da due dei brigatisti che vi parteciparono, Mario Moretti. e Alberto Franceschini., che sono tra i membri storici fondatori delle BR. Secondo entrambi il gruppo avrebbe dovuto essere completato con altri due compagni, di cui non forniscono il nome; di questi uno fu riconosciuto dai negativi della fotografia che venne scattata: era l'ex partigiano Giacomo Cattaneo detto Lupohttps://www.ugomariatassinari.it/giacomo-lupo-cattaneo/. Riguardo al quarto brigatista, costui secondo Moretti all'ultimo momento non se la sentì di partecipare, al contrario Franceschini descrive tutta l'azione come compiuta da quattro individui. L'identità di questo quarto brigatista è confusa: secondo i dati dell'archivio Flamigni in rete sarebbe Piero Morlacchi, secondo Flamigni si tratterebbe di Alfredo Bonavita.Una diversa composizione del commando venne data da Pisetta nel suo memoriale del 29 settembre 1972, secondo il quale all'azione parteciparono Cagol, Moretti (come fotografo), Semeria e non ricorda se partecipò anche Morlacchi, vedi .
Secondo un comunicato di Lotta Continua citato da Soccorso Rosso. nella mattinata dello stesso giorno del sequestro all'interno degli edifici Siemens un corteo interno di operai aveva cercato di raggiungere l'ufficio di Macchiarini per intimidirlo. La preparazione Franceschini si fece insegnare da un operaio di una piccola fabbrica, che ogni tanto compiva furti d'auto, la tecnica di aprire con un particolare grimaldello un pulmino Fiat 850T, il cui modello era stato individuato come il più adatto allo scopo, ricevendo anche il grimaldello in regalo. Contemporaneamente iniziò l'osservazione di Macchiarini e delle sue abitudini, notando che parcheggiava l'automobile fuori dalla fabbrica - probabilmente per evitare il rischio di trovarla bruciata se l'avesse lasciata nel cortile interno - in una vicina via poco trafficata e alberata. Annotarono che solitamente usciva dall'edificio aziendale alle 17.30.
Un primo appostamento per sequestrarlo avvenne il 2 marzo, ma i quattro brigatisti lo attesero per strada fino alle 18.00 e quindi abbandonarono il luogo, senza che Macchiarini si fosse fatto vivo, temendo cha la loro presenza potesse farli notare..
Dinamica del sequestro Il 3 marzo i brigatisti si appostarono nuovamente in attesa del dirigente, che anche quel giorno tardò all'uscita dall'ufficio. Franceschini dovette imporsi a due elementi del gruppo (indicati coi nomi fittizi di Sergio e Alfedo) affinché l'attesa stavolta si protraesse ad oltranza, rischiando di essere notati, fino all'arrivo della vittima, affermando che sarebbe rimasto sul luogo assieme a Moretti, anche fino a mezzanotte, pur di portare a compimento l'operazione.. Macchiarini uscì verso le ore 19 dal suo ufficio in piazza Zavattari e mentre percorreva a piedi la vicina via Mosè Bianchi, dove aveva parcheggiato la sua automobile, fu bloccato da tre brigatisti che lo attendevano sul marciapiede, che lo colpirono con un pugno in un occhio e qualche calcio, lo afferrarono per il bavero e lo caricarono in un furgone Fiat 850 (precedentemente rubato il 25 febbraio e munito di targa falsa) parcheggiato a pochi metri di distanza dalla sua vettura, con la bocca chiusa da uno straccio, ammanettato e con i piedi legati e l'orologio strappato dal polso. Mentre il prigioniero veniva legato e pestato se provava a muoversi, il furgone venne guidato da Franceschini fino ad una strada secondaria (via Alfredo Pizzoni), nella zona popolare di Viale Certosa, ove venne parcheggiato e poi abbandonato. Qui al sequestrato fu appeso al collo un cartello con slogan brigatisti e gli furono scattate da Moretti delle fotografie con l'uso del flash, mentre "Sergio" e "Alfredo" lo tenevano fermo.. Alla luce del flash il sequestrato scorse due persone che indossavano tute scure, con il viso coperto da un cappucciop. 41 in .
Quindi i brigatisti si allontanarono dal pulmino, dopo averlo ripulito e recuperando da terra l'orologio, un Omega d'oro strappato dal polso di Macchiarini durante la colluttazione, lasciando solo l'ostaggio e un volantino ciclostilato di rivendicazione dell'atto terroristico; Macchiarini, malamente legato alle gambe e ammanettato, riuscì a liberarsi e ad aprire lo sportello del furgoncino intravvedendo due vetture: una 500 e una 124 che si allontanavano. Infine, aiutato da una coppia di fidanzati, si avviò a un vicino bar dove telefonò alla polizia (in un'altra versione arriva alla portineria della Elizabeth Arden, venendo soccorso dal custode), quindi venne portato al pronto soccorso oftalmico ospedale Fatebenefratelli per curare l'ecchimosi all'occhio. Macchiarini fu poi portato in questura, ove presentò una denuncia particolareggiata all'ufficio politico lamentandosi per le percosse ricevute. e parlando delle minacce espresse contro di lui e a suo avviso anche contro la famiglia,.
Immediatamente nella notte le forze dell'ordine compirono cinque perquisizioni domiciliari fermando alcune persone che vennero portate in questura per essere interrogate.
La stessa sera gli autori del sequestro si ritrovarono con gli altri brigatisti per discutere dell'azione, del cui risultato erano soddisfatti; soltanto un brigatista fra gli autori del sequestro, l'ex partigiano Sergio, rimase in silenzio ad ascoltare i racconti personali celebrativi del fatto. Il giorno dopo, di mattina presto, costui si presentò a casa di Franceschini, accusando gli altri di comportarsi come bambini, senza le precauzioni che utilizzavano i partigiani, rischiando di essere arrestati e quindi impossibilitati a fare la rivoluzione. Dopodiché si allontanò dal gruppo. Si diedero un ultimo appuntamento il giorno seguente alla fermata della Metropolitana di Porta Venezia dove arrivò con una valigia diretto verso la stazione delle ferrovie Nord..
Aspetti del sequestro Il volantino Il rapimento fu velocemente rivendicato dalle BR con la diffusione di un volantino, già preparato e abbandonato nel furgone, e sue copie successivamente distribuite nelle fabbriche, e poi con la fotografia fatta al sequestrato, all'interno del furgone, che divenne parte dell'iconografia storica italiana degli anni di piombo. Il linguaggio del volantino include termini propri di una struttura statale: "arrestato", "processato", "rilasciato in libertà provvisoria", come a prefigurare una sorta di controstato assieme ad un tono ironico e di disprezzo verso il sequestrato e ciò che rappresenta..