Le Epistole di Giovanni Boccaccio rappresentano un corpus limitato della sua produzione scritta, composto da venticinque lettere in latino e due in volgare (per un totale di 27 epistole), datate tra il 1339 e il 1374. Sebbene Boccaccio non abbia mai intrapreso la compilazione di un epistolario completo, questo ristretto gruppo di lettere offre uno spaccato significativo delle sue relazioni intellettuali e personali e del suo sviluppo interiore, che si riflette nella varietà dei destinatari e dei temi trattati.

Descrizione e struttura

Il numero esiguo delle lettere pervenute si deve probabilmente alla volontà di Boccaccio di non ordinare e conservare sistematicamente la propria corrispondenza a differenza di quanto fece l'amico Petrarca. Questo spiega l'assenza di molte lettere menzionate indirettamente nei suoi scritti o nelle lettere stesse, le quali fanno immaginare un epistolario più ricco e articolato rispetto a quello che ci è pervenuto. La presenza di riferimenti a missive non rinvenute, dimostra che l'attività epistolare dell'autore fu intensa e disseminata lungo il corso della sua vita, coinvolgendo personalità di spicco dell'epoca e toccando temi di grande profondità letteraria e personale:.

Struttura L'epistolario boccacciano, come si riportava nell'introduzione, è composto da 25 epistole in lingua latina e 2 in volgare ordinate, per argomento e datazione cronologica e topica, secondo il seguente schema:

Epistole latine Epistola a Carlo di Durazzo (incipit: Crepor celsitudinis Epyri principatus...), datata 3 aprile 1339, Napoli (sub monte Falerno apud busta Maronis Virgilii). Epistola a Francesco Petrarca (incipit: Mavorti milex extrenue), datata 1339 presso il monte Falerno. Come riporta Marco Petoletti, quest'epistola fu frutto di un esercizio puramente retorico e quindi mai inviata. Epistola a persona ignota (incipit: Nereus amphytritibus lymphys...), datata 1339. Epistola a persona ignota (incipit: Sacre famis et angelice viro...), datata 28 giugno 1339 presso la tomba di Virgilio. Epistola a Niccolò Acciaiuoli, in volgare riporta che l'epistola V all'Acciaiuoli era originariamente in latino, ma che ci è pervenuta soltanto in versione volgare. (incipit: Niccola, se a' miseri alcuna fede si dice...), datata 28 agosto 1341/1348 da FirenzeLa diversa datazione data da Auzzas e da Petoletti è dovuta all'interpretazione, come riporta , del passo tradotto dell'epistola «Né è nuova [...] mi fu tolto». Senza scendere in dettagli, la Auzzas non ritiene che possa essere datata 1348, data che invece viene accolta da Petoletti.. Epistola a Zanobi da Strada (incipit: Johannes de Certaldo magistro Zenobio de Strata florentino...), datata 1348 da Forlì. Epistola a Francesco Petrarca (incipit: Reverendo viro domino Francisco Petrarce, canonico paduano...), datata 19 aprile 1351 da Firenze. Epistola a Zanobi da Strada (incipit: [...] expetentem, arcisque locum et templorum vetermu vestigia admirantem...), di datazione incerta, probabilmente 1352. Epistola a Zanobi da Strada (incipit: Iohannes de Certaldo Zenobio de Strata), datata 13 aprile, forse del 1353, da Firenze. Epistola a Francesco Petrarca (incipit: Preclarissimo viro Francisco Petrarce laureato), datata 18 luglio, probabilmente del 1353, da Ravenna. Epistola a Francesco Petrarca (incipit: Clarissimo viro atque preceptori optimo domino Francisco Petrarce poete laureato Ijannes de Certaldo salutem), datata 2 gennaio, probabilmente del 1362, da «in cloaca fere totius Gallie cisalpine», con tutta probabilità Ravenna. Epistola a Barbato da Sulmona (incipit: Barbato sulmontino Iohannes de Certaldo), datata 15 maggio, probabilmente del 1362, da Firenze. Epistola a Francesco Nelli (incipit: [...] nisi ipsum scripturum crederem...), giuntaci in parte in latino e in parte in volgare, datata 28 giugno, probabilmente del 1363, da Venezia. Epistola a Pietro da Moglio (incipit: Insigni viro magistro Petro de Rethorica), datata probabilmente nel 1366 da località sconosciuta. Epistola a Francesco Petrarca (incipit: Ut te viderem, preceptor inclite, a Certaldo Venetias...), datata 1° luglio del 1367 da Firenze. Epistola a Niccolò da Montefalcone (incipit: Nicholao de Montefalcone, Sancti Stephani nescio utrum monacho dixerim vel abbati), datata 20 gennaio del 1371 da Napoli. Epistola a Mattemo d'Ambrasio (incipit: Insigni iuveni Matheo de Ambrasio de Neapoli), datata 12 maggio 1371 da Napoli. Epistola a Niccolò Orsini (incipit: Illustri viro domino Nicholao de filiis Ursi nolano atque palatino comiti), datata 26 giugno 1371 da Certaldo- Epistola a Jacopo Pizzinga (incipit: Celeberrimi nominis militi Iacobo Pizinge serenissimi principis Federici Trinacrie regis logothete), incompleta, datata 1371 da località sconosciuta. Epistola a Pietro Piccolo da Monteforte (incipit: Insigni militi et legum professori clarissimo domino Petro de Monteforti), datata 5 aprile 1372 da Certaldo. Epistola a Mainardo Cavalcanti (incipit: Generoso militi domino Maghinardo de Cavalcantibus preclaro regni Sicilie marescallo), datata 1373. Epistola a Mainardo Cavalcanti (incipit: Generoso militi domino Magniardo de Cavalcantibus preclaro regni Sicilie marescallo), datata 1373 da Certaldo. Epistola a fra Martino da Signa (incipit: Ad reverendum in Christo patrem fratrem Martinum de Signa ordinis fratrum Heremitarum sancti Augustini, sacre Pagine professorem), datata tra il 1372 e il 1374, 10 ottobre da Certaldo. Epistola a Francesco da Brossano, datata 3 novembre del 1374 da Certaldo. Epistola a Donato degli Albanzani, datata 4 aprile 1365 da Certaldo, riportata e tradotta da Augusto Campana.. Come sottolinea il filologo Augusto Campana, quest'epistola viene da un unico testimone, il Vat. lat. 3134.

Epistole volgari

Epistola a Francesco de' Bardi, datata 1339. Epistola a Leonardo del Chiaro, datata 20 maggio 1366 da Certaldo.

Le prime lettere: gli esercizi retorici del 1339 I primi quattro dictamina, composti nel 1339 e conservati nello Zibaldone Laurenziano (codice XXIX 8), rappresentano per Boccaccio un esercizio di stile e di retorica, rientrando nella pratica comune all’epoca di affinare la propria abilità epistolare con finalità didattiche. Tali lettere non sono indirizzate a persone specifiche, ma si collocano nel contesto delle prove letterarie giovanili dell'autore: «Si tratta, infatti, di quattro epistole fittizie, mai spedite e quindi [...] Con esse egli non fa altro che svolgere uno dei compiti normalmente assegnati nelle scuole di ars dictandi (o suggeriti dai manuali), vale a dire la stesura di un'epistola immaginaria congegnata secondo tutte le regole»..

La corrispondenza con Francesco Petrarca Una sezione rilevante delle Epistole è costituita dalla corrispondenza con Francesco Petrarca. Lo scambio epistolare tra i due autori risulta essere fondamentale non soltanto per lo sviluppo, da parte di Boccaccio, della presa di coscienza del nuovo movimento umanista, ma anche perché l'epistolario fra i due non si limita alla discussione di temi letterari, ma sconfina nella sfera intima, mostrando una profonda amicizia e reciproca stima. Da parte di Petrarca ci sono giunte in totale 94 lettere inviate all'amico Certaldese (28 lettere dalle Familiares e 66 dalle Seniles), mentre da parte di Boccaccio all'amico ci restano soltanto le lettere VII, X, XI e XV (esclusa la Mavortis milex del 1339 che risultava essere, come sottolineato dalla Auzzas, un puro esercizio di dictamen). Ecco i principali contenuti delle epistole boccacciane rivolte all'amico Petrarca:

Epistola VII: in essa Boccaccio viene rivestito, da parte dei Priori della Signoria, dell'incarico diplomatico di recarsi a Padova, ove al momento risiedeva Petrarca, per offrirgli l'incarico di docente presso il neonato Studium, revocandogli al contempo l'esilio al quale era stato soggetto insieme al padre, Ser Petracco, in seguito ai fatti del 1301 (durante i quali lo stesso Dante fu costretto alla stessa pena). Epistola X: Boccaccio, attraverso l'uso di senhal propri del linguaggio bucolico, opera una dicotomia nel presentare il maestro Petrarca: da un lato la lettera è rivolta al praeclarissimo viro Francisco Petrarce laureato, dall'altro sempre la persona di Petrarca è nascosta dal senhal di Silvano. In essa Boccaccio si lamenta con Petrarca di come Silvano abbia deciso di trasferirsi alla corte di Giovanni II Visconti (presentato col nome di Egone), acerrimo nemico di Firenze, nonostante lo stesso Petrarca fosse di origine fiorentina. Ciò ha suscitato nell'animo di Boccaccio e degli altri amici fiorentini sgomento e risentimento, invitando Petrarca a riprendere Silvano e a ricondurlo sulla diretta viaSi riporta la versione la traduzione curata da :. Epistola XI: dietro richiesta di Petrarca Boccaccio, che si trovava all'epoca della stesura della lettera a Ravenna, informa il suo praeceptor di aver trovato informazioni sulla vita di san Pier Damiani (da non confondersi con Pietro Crisologo, come riteneva PetrarcaSi riporta la versione originale e la traduzione operata da :) dovendola, però, riscrivere lui stesso in quanto l'unico esemplare era in uno stile orrido. Per questo motivo si lamenta dell'ignoranza dei Ravennati, tanto da definire la città come «cloaca fere ttotius Gallie cisalpine», cioè «nella cloaca quasi di tutta la Gallia cisalpina». Epistola XV: Boccaccio scrive a Petrarca della sua esperienza a Venezia, ove sperava di trovarlo, in compagnia della figlia di lui Francesca e di suo marito, Francescuolo da Borssano. L'epistola è nota per un commosso ritratto della nipotina di Petrarca, Eletta, nella quale Boccaccio proietta l’immagine della propria figlia Violante, morta prematuramente nel 1355 all'età di cinque anni:. Questo paragone esprime un forte legame emotivo e un’umanità comune che va oltre la dimensione letteraria.

L'omaggio postumo a Petrarca Con la lettera indirizzata a Francesco da Brossano nel 1374 (l'Epistola XXIV), anno della morte di Petrarca, Boccaccio rende omaggio al poeta aretino. In questo scritto, Boccaccio esprime il dolore per la scomparsa dell'amico e maestro, dichiarando di essergli stato profondamente debitore: «nemo mortalium me magis illi fuit obnoxius», cioè «né è da meravigliare: nessuno dei mortali fu più di me a lui tenuto»., e auspicando che un giorno i due possano rivedersi in Paradiso:. Questo commiato si collega ai toni encomiastici già presenti in altri suoi lavori, come la Mavortis milex e il De Vita, dove Boccaccio celebra la grandezza intellettuale di Petrarca. In questa epistola, d'altro canto, Boccaccio si manifesta preoccupato per la sorte delle opere dell'amico:

Ancora :; dall'altro auspica che il mondo ricordi come lo stesso paesino di Arquà, ove Petrarca morì, vengà ricordato per sempre da tutto il mondo proprio perché abitata dall'Aretino: «Ex quo fere Arquas incognita Patavinis, nedum exteris atque longinquis nationibus, cognoscetur et orbi toto eius erit nomen in predo».. L'epistola, oltre a sottolineare quindi l'importanza intellettuale dell'amico appena scomparso, sottolinea anche le sofferenze fisiche e psicologiche del mittente, quasi preannunciando la fine della propria esistenza:.

L'epistolario dell'ultimo periodo e la corrispondenza napoletana