Il commercio equo e solidale, o semplicemente commercio equo, è una forma di commercio che ha lo scopo di garantire al produttore, e ai suoi dipendenti, un prezzo più giusto (assicurando un ricavo maggiore a quello ricevuto dal mercato tradizionale), assicurando anche la tutela del territorio. Si oppone alla massimizzazione del profitto praticata dalle grandi catene di distribuzione organizzate e dai grandi produttori. Carattere tipico di questo commercio è di vendere i prodotti al cliente finale, limitando la catena di intermediari.

La giornata mondiale del commercio equo e solidale si festeggia il secondo sabato di maggio.

Principi Il WFTO stabilisce 10 Principi che le associazioni Equo-Solidali devono seguire giorno per giorno nel loro lavoro e le monitora per assicurarsi che si attengano a tali principi:

Creazione di Opportunità per Produttori economicamente svantaggiati Trasparenza e Responsabilità Pratiche Equo-Solidali Pagamento Equo Assenza di sfruttamento minorile del lavoro e sfruttamento del lavoro in generale Impegno alla non discriminazione, all'uguaglianza di genere e alla legittimazione economica delle donne e alla libertà di associazione Garanzia di buone condizioni di lavoro Rafforzamento delle capacità Promozione del Commercio equo e solidale Rispetto dell'ambiente

Storia Il primo tentativo di commercializzare beni in modo equo e solidale ebbe luogo nei mercati del nord Europa negli anni quaranta e cinquanta da parte di gruppi religiosi e di organizzazioni non governative (ONG) di vario orientamento politico. Ten Thousand Villages (Diecimila villaggi) nell'ambito del Comitato Centrale Mennonita (MCC)Il Comitato Centrale Mennonita è un'agenzia di soccorso, servizio e pace che rappresenta quindici gruppi di Mennoniti, Fratelli nella Chiesa di Cristo e Amish del Nordamerica. Hanno la loro sede principale statunitense ad Akron, in Pennsylvania e quella canadese a Winnipeg, nella provincia del Manitoba. e SERRV International, furono i primi, rispettivamente nel 1946 e 1949, a sviluppare catene di commercio equo e solidale nei paesi in via di sviluppo.. I prodotti, quasi esclusivamente opere artigianali che andavano da oggetti di juta a ricami punto croce, venivano principalmente venduti nelle chiese o alle fiere. I prodotti stessi non avevano spesso altra funzione che mostrare che era stata fatta della beneficenza.

È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di far crescere aziende economicamente sane nei paesi più sviluppati e di garantire ai produttori e ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale equo e rispettoso; in questo senso si contrappone alle pratiche di commercio tradizionale. I produttori agricoli dei paesi poveri formano una miriade di piccole entità che non hanno alcuna forza contrattuale da opporre ai grossisti locali (e/o internazionali), presso i quali si riforniscono le aziende multinazionali, nel determinare il prezzo della materia prima, consentendo così a quegli operatori la determinazione del prezzo che viene ovviamente tenuto il più basso possibile. Uno dei punti qualificanti del commercio equo e solidale è quello di promuovere cooperative di produttori sufficientemente grandi da potersi confrontare con successo ai grossisti. Tuttavia l'organizzazione del commercio equo e solidale è stata sottoposta a severe critiche da parte di studiosi e giornalisti.

Commercio solidale

L'attuale movimento di commercio equo e solidale si formò in Europa negli anni sessanta. Il commercio equo e solidale veniva spesso visto, in quel periodo, come un gesto politico contro il neo-imperialismo: movimenti di studenti radicali incominciarono a prendere di mira le società multinazionali. Lo slogan di quel periodo Trade not Aid (Commercio, non aiuti) ebbe il riconoscimento internazionale nel 1968, quando fu adottato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD) per porre l'accento sull'istituzione di rapporti di commercio equo e solidale con il mondo in via di sviluppo. Il 1965 vide la creazione della prima Organizzazione del commercio alternativo (ATO): in quell'anno la ONG britannica Oxfam Helping-by-Selling (aiutare vendendo), lanciò un programma che vendeva prodotti artigianali importati nei magazzini Oxfam del Regno Unito o tramite posta. Nel 1968 la rivista di grosse dimensioni Whole Earth Catalog, metteva in contatto migliaia di commercianti, artigiani e scienziati specializzati con i consumatori che fossero interessati a sostenere produttori indipendenti, con lo scopo di bypassare le strutture della grande distribuzione. Il Whole Earth Catalog cercò di equilibrare il libero mercato internazionale consentendo l'acquisto diretto di beni prodotti principalmente negli Stati Uniti e nel Canada, ma anche nelle Americhe Centrale e Meridionale.

Nel 1969 la prima "bottega del mondo" aprì nei Paesi Bassi. L'iniziativa aveva lo scopo di portare i principi del commercio equo e solidale al settore della piccola distribuzione, esponendo in vendita quasi esclusivamente beni prodotti in termini di commercio equo e solidale nei paesi sottosviluppati. Il primo negozio era gestito da volontari ed ebbe un tale successo che dozzine di negozi simili furono aperti presto nei paesi del Benelux, in Germania ed in altri Paesi appartenenti all'Europa occidentale. Negli anni sessanta e settanta, importanti segmenti del commercio equo e solidale operarono per trovare mercato a prodotti provenienti da paesi che erano esclusi dalla corrente primaria dei canali di vendita per motivi politici. Migliaia di volontari vendevano caffè dell'Angola e del Nicaragua in negozi mondiali, dietro le chiese, da casa loro e in stand posti in luoghi pubblici.

L'Organizzazione Mondiale del Commercio Equo e Solidale – WFTO (Organizzazione mondiale del Commercio Equo e Solidale) ha emanato nel 2018 un documento denominato Carta del Commercio Equo e Solidale che pone al centro i valori fondanti e si apre alle sfide della lotta al cambiamento climatico e del raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs). La crescita delle diseguaglianze, la povertà e l'acuirsi della crisi ecologica, hanno portato la comunità internazionale a cercare nuovi modelli di produzione per costruire un'economia più equa e davvero sostenibile. Questa Carta, a cui hanno già aderito moltissime organizzazioni internazionali e di produttori, è il punto di riferimento comune e il biglietto da visita per tutti coloro che vogliono conoscere meglio il lavoro del Commercio Equo e Solidale (disponibile qui: https://www.equogarantito.org/documenti/ carta-internazionale-del-commercio-equo-e-solidale/). WFTO raccoglie 32 organizzazioni nazionali, oltre 330 organizzazioni di Commercio Equo e Solidale tra produttori, importatori, distributori, dettaglianti, e altre 34 organizzazioni di supporto al Commercio Equo e Solidale.

Artigianato e prodotti agricoli Nei primi anni ottanta, organizzazioni di commercio alternativo si trovarono di fronte a sfide più grosse: la novità dei prodotti del commercio equo e solidale incominciò a perdere d'interesse, la domanda aveva raggiunto un tetto e alcuni prodotti artigiani incominciarono ad apparire vecchi e fuori moda sul mercato. Il declino dei segmenti dei prodotti artigianali obbligò i sostenitori del commercio equo e solidale a rivedere i propri obiettivi e scopi. Per di più molti sostenitori durante questo periodo erano preoccupati dal contemporaneo impatto sui piccoli agricoltori delle riforme strutturali nel settore agricolo, come nella caduta dei prezzi delle commodity. Molti di essi cominciarono a credere che fosse compito del movimento indirizzarsi al problema e alle soluzioni utilizzabili per la imminente crisi industriale. Negli anni seguenti il commercio equo e solidale di prodotti agricoli giocò un ruolo importante nella crescita di molte organizzazioni di commercio alternativo: operando con successo sul mercato, esso offrì una fonte rinnovabile di ricavi per i produttori e fornì alle organizzazioni di commercio alternativo un complemento al mercato di prodotti artigianali. I prodotti agricoli del commercio equo e solidale erano tè e caffè, presto seguiti da frutta secca, cacao, zucchero, succhi di frutta, riso, spezie e noci. Mentre nel 1969 il rapporto in valore delle vendite fra oggetti di artigianato e prodotti agricoli era dell'80% contro il 20%, nel 2002 le vendite di prodotti artigianali ammontavano al 25% del totale delle vendite del commercio equo e solidale, l'analoga linea di prodotti agricoli superava il 69%. Nicholls, A. & Opal, C. (2004). Fair Trade: Market-Driven Ethical Consumption. London: Sage Publications.

Iniziative per il marchio La vendita di prodotti del commercio equo e solidale decollò con l'arrivo dei primi tentativi di certificazione. Sebbene sostenuto da vendite sempre crescenti, il commercio equo e solidale era in generale limitato a piccoli esercizi commerciali specialistici distribuiti in tutta Europa e, a un livello di estensione minore, nel NordAmerica. Qualcuno capì che questi negozi erano troppo scollegati dai ritmi e dallo stile di vita delle società sviluppate del tempo. L'inconveniente di andarvi solo per acquistare un prodotto o due era troppo forte anche per i clienti più favorevoli. Il solo modo di incrementare le opportunità di vendita era quello di offrire i prodotti del commercio equo e solidale dove i consumatori finali andavano regolarmente, cioè attraverso i canali della grande distribuzione. Il problema era trovare un modo di espandere la distribuzione senza compromettere la fiducia dei consumatori nei prodotti del commercio equo e solidale e nella loro origine.

La certificazione del commercio equo e solidale nacque nel 1988 per iniziativa di un sacerdote, prete lavoratore, olandese, Frans van der Hoff e di un suo connazionale, Nico Roozen. Van der Hoff si era dedicato alle missioni nell'America Latina giungendo, dopo alcuni anni trascorsi in Cile e a Città del Messico, nella regione meridionale di questo Paese, Oaxaca. Qui si rese presto conto delle condizioni di estrema miseria in cui versavano i contadini che producevano caffè e che il lavoro minorile era una delle attività più diffuse e che veniva remunerata con paghe giornaliere di infimo valore. Nel 1981 egli contribuì al lancio dell'UCIRI (Union de Comunidades Indigenas de la Region del Istmo), una cooperativa di piccoli produttori creata per "bypassare" i grossisti locali e accedere più facilmente al mercato mondiale. Nel 1985, Van der Hoff incontrò a Utrecht Nico Roozen, impegnato allora presso un'agenzia che si occupava dello sviluppo di attività sociali denominata Solidaridad, il quale s'interessò subito all'attività di Hoff. Jan van der Kaaij (2004). Building a sustainable, profitable business: Fair trade coffee . URL accessed on September 24, 2006. A novembre del 1988 i due lanciarono la prima etichettatura di commercio equo e solidale, la Max Havelaar, dal titolo (abbreviato) di un famoso romanzo olandese uscito nel 1860. L'iniziativa offriva ai piccoli produttori di caffè, che s'impegnavano a rispettare alcuni standard sociali e ambientali, un prezzo per il loro raccolto decisamente superiore a quello offerto dal mercato tradizionale. Il caffè, proveniente dalla cooperativa UCIRI, veniva importato dalla società olandese Van Weely, torrefatto da Neuteboom e quindi venduto direttamente ai dettaglianti olandesi.