L'origine della figura del gladiatore è ricollegata all'istituzione del cosiddetto munus (al plurale munera, da cui il nome degli spettacoli), il dovere/obbligo dovuto dalle famiglie benestanti ai propri defunti, durante le quali uomini armati, alla presenza di un arbitro, si battevano per onorare il defunto.. Legati all'iniziativa dei privati e comunque destinati al popolo romano, i Munera erano in origine distinti dai Ludi, gli spettacoli sponsorizzati dallo Stato. L'origine dei munera è ancora oggetto di dibattito, seppur si tenda ad interpretarla come una pratica di culto degli antenati sviluppatasi nella Penisola presso una popolazione diversa dai Romani, una forma alternativa e meno cruenta al sacrificio umano sviluppatasi o in Etruria o in Campania e poi mutuata dai Romani.
Si hanno notizie sistematiche dei munera nell'Urbe come parte dei riti funebri dei patrizi romani al tempo delle Guerre puniche (III secolo a.C.) e da allora in poi divennero rapidamente un elemento essenziale della vita sociale e politica del mondo romano, allora in rapidissima espansione (v.si Suddivisioni e cronologia delle province romane). Già nella prima metà del II secolo a.C., gli scontri tra gladiatori erano ormai tanto comuni che potevano essere ignorati dalla registrazione ufficiale e persero progressivamente l'originale connotazione cerimoniale-funeraria trasformandosi in spettacoli di massa offerti da facoltosi personaggi (lat. editores o munerarii) che principiarono a servirsene come strumento di propaganda politica per procurarsi consenso ed accrescere il proprio prestigio.. Il gladiatore divenne forse il più iconico esempio di quell'influente meccanismo di potere efficacemente descritto dalla nota locuzione del poeta Giovenale (50/60–127 d.C.) «panem et circenses»..
Parallelamente, la figura del gladiatore passò da quella del prigioniero di guerra condannato a morte tramite combattimento. al combattente professionista, spesso di origine servile ma non solo, forse già alla fine del III secolo a.C.. Questi combattenti professionisti necessitavano forzatamente di apposite scuole/caserme nelle quali essere debitamente addestrati che furono anch'esse chiamate ludi. Le scuole gladiatorie, tanto quanto la nuova tipologia di edifici appositamente sviluppati per ospitare i munera, gli anfiteatri, di diffusero massicciamente, a Roma tanto quanto in Italia e poi nelle province, a partire dal I secolo a.C.
Nel medesimo periodo, coincidente con il passaggio di Roma da Repubblica ad Impero, i munera erano ormai entrati de facto nel novero dei Ludi, oltre ad essere ormai un potente elemento di condizionamento della vita politica la cui organizzazione era funzionale al cursus honorum del loro editor. Nel contesto di tensione politica e complotti di quegli anni, caratterizzati appunto da editores molto spregiudicati, valga su tutti l'esempio di Giulio Cesare, non mancarono poi le leggi suntuarie con le quali il Senato di Roma tentò di addomesticare i munera. Ciò avvenne però solo per opera di Augusto, al principio dell'Impero, che li distinse in ordinaria, previsti cioè in occasione di certe festività, o extraordinaria per celebrare particolari occasioni, oltre a definire le categorie gladiatorie (lat. armaturae), stabilire le regole del combattimento, la disposizione dei posti a sedere nell'anfiteatro, ecc. I suoi successori, la dinastia giulio-claudia (27 a.C.–68 d.C.), furono del pari attivi promotori di spettacoli e, inevitabilmente, organizzatori e costruttori d'anfiteatri e scuole gladiatorie. Sotto la successiva dinastia flavia (69–96) i munera in Roma furono interessati da un'importante riassetto logistico che portò alla costruzione di un vero e proprio "polo" comprendente il Colosseo, il Ludus Magnus e molto altro.. Il gettito di denaro prodotto e consumato da questi spettacoli, tra organizzazione, scommesse, ecc., raggiunse, sotto i successivi Imperatori adottivi (96–180 d.C.), cifre tali da richiamare sistematicamente l'attenzione del fisco imperiale: ad esempio, l'imperatore Marco Aurelio (r. 161–180 d.C.) dovette limitare a sesterzi lo stipendio di un gladiatore di grido.Senatus consultum de minuendis pretiis gladiatorum, ed. in
La tradizione dei munera corse parallelamente alla storia di Roma per circa sette secoli, raggiungendo l'apice tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C. e principiando ad indebolirsi con la crisi del III secolo d.C. La definitiva affermazione del Cristianesimo a Roma nel corso del IV secolo d.C. contribuì al declino dei munera che si concretizzò comunque solo sotto la dinastia teodosiana (379–457 d.C.): l'imperatore Onorio (r. 395–423 d.C.) ne ordinò l'abolizione nel 404 d.C.. e Valentiniano III (r. 425–455 d.C.) li proibì definitivamente nel 438 d.C. Le Venationes, spettacoli nei quali una specifica categoria di gladiatori, i bestiarii, combattevano contro le fiere (orsi, leoni, leopardi, ecc.), continuarono invece sino al VI secolo: es. nella Cartagine dominata dai Vandali (429–534 d.C.), il poeta Luxorius compose all'inizio del secolo un epitaffio in onore del giovane bestiario Olimpio. A questo punto, l'interesse per le sfide gladiatorie era scemato in tutto il mondo romano.
Premessa: la storia della gladiatura nelle fonti classiche In età repubblicana e, soprattutto, imperiale, i gladiatori e gli spettacoli che li vedevano coinvolti, i munera (sing. munus), erano ormai così addentro al vivere quotidiano dell'antica Roma da averci lasciato testimonianza di sé tanto nei testi della legislazione romana pervenutici (come il celebre Digesto) quanto nei testi di moltissimi autori latini. Anzitutto gli scrittori, soprattutto poeti, cui dobbiamo i più vividi specchi delle abitudini, anche le più grezze e palpitanti, dell'Urbe, come Marziale (34/41–104 d.C.) e Giovenale (50/60–127 d.C.) ma anche quelli più seri come Cicerone (106–43 a.C.), Seneca (4 a.C.–65 d.C.), ecc. I gladiatori e, soprattutto, i munera, sono poi ampiamente descritti dai grandi storici dell'Impero, sia di lingua latina sia di lingua greca: Tito Livio (59 a.C.–17 d.C.), Tacito (55?–117/120 d.C.) e Cassio Dione (155–235 d.C.) per citarne alcuni.
Come verrà approfondito nel seguito, l'origine della gladiatura non è oggi ancora del tutto chiara, anche in ragione del fatto che le fonti latine stesse sono discordanti sul tema... L'unico dato certo è che si trattò di un'usanza non romana mutuata da qualche altra popolazione stanziata nella Penisola italica. Alla fine del I secolo a.C., lo storico greco Nicola di Damasco († 14 a.C.)Cit. in sostenne l'origine etrusca dei giochi gladiatorii.. Una generazione dopo, Tito Livio scrisse invece che furono tenuti per la prima volta nel 310 a.C. dai Campani per celebrare la loro vittoria sui Sanniti... Più di duecent'anni dopo, il letterato romano-cristiano Tertulliano (155–230 d.C.). ribadì l'origine etrusca, avanzando le tesi, poi riprese in epoca medievale da Isidoro di Siviglia (560–636), che l'etimo latino "lanista", il proprietario della scuola/caaserma nella quale i gladiatori si allenavano, derivasse dall'etimo di lingua etrusca per "carnefice" e che il titolo di "Caronte", assegnato alla maschera che trascinava i gladiatori morti fuori dall'arena, derivasse da Charun, lo psicopompo degli inferi etruschi.. Queste tesi furono accettate dai primi studiosi moderni di archeologia e storia romana e sono oggi promosse nella maggior parte delle principali monografie storiche dedicate ai gladiatori ed alla loro storia..
Origini
Dibattito
Secondo Tertulliano,. la gladiatura sviluppò come forma alternativa e meno cruenta al sacrificio umano offerto sulle tombe dei defunti e altrettanto sostenne Servio in un suo commento al passo «inferias quos immolet umbris» dell'Eneide di Virgilio:
Tale interpretazione non è condivisa da tutti gli studiosi. e si privilegia piuttosto il suo inserimento all’interno dei cerimoniali funebri, intesi come omaggio o obbligo (lat. munus, pl. munera) da assolvere nei confronti del mane (lett. "spirito" o "ombra") di un antenato morto da parte dei suoi discendenti. A Roma i funerali dei personaggi di rilievo rappresentavano l'occasione per le famiglie benestanti di ostentare la propria ricchezza. I primi combattimenti si svolsero pertanto attorno al bustum (lo spazio ov'era collocata la pira funeraria) per onorare la persona deceduta, e ad essi prese parte la prima tipologia di gladiatore romano noto, il bustuarius.
Premesso dunque che la gladiatura fu la diretta o indiretta derivazione d'una pratica legata al culto degli antenati praticato a Roma in età regia e poi repubblicana, il dato certo, pervenutoci come anticipato dagli autori romani stessi, è che fu un prestito culturale non-romano sulla cui effettiva origine prosegue oggi il dibattito, supportato da evidenze archeologiche:
Sulle pareti di due tombe del VI secolo a.C. di Tarquinia, uno dei più antichi e importanti insediamenti della dodecapoli etrusca, rispettivamente la "Tomba degli Àuguri" (post 550 a.C.) e la "Tomba delle Olimpiadi" (post 525 a.C.), è raffigurato un gruppo composto da uno strano personaggio mascherato, denominato "Phersu", che tiene al laccio un feroce cane aizzato contro un uomo con la testa coperta da un sacco armato di clava per difendersi dall'animale. In questa cruenta scena di combattimento, oggi più facilmente interpretabile come antesignana della damnatio ad bestias romana che come uno scontro gladiatorio, il latinista ed etruscologo Raymond Bloch (1914–1997) volle leggere un'anticipazione dei giochi gladiatori romani che deriverebbero quindi dai giochi funebri dell'Etruria, nel corso dei quali venivano offerti al defunto selvaggi combattimenti tra avversari che cercavano disperatamente ciascuno di salvare la propria vita. Su urne e sarcofagi etruschi si ritrovano frequentemente rappresentazioni di combattimenti anche se l'interpretazione di tali scene non sempre porta a ritenere trattarsi effettivamente di gladiatori piuttosto che di scene mitologiche o di combattimenti tra guerrieri. Per alcuni studiosi moderni, la rivalutazione dell'evidenza pittorica supporta invece un'origine campana, o almeno un suo prestito, per i giochi e i gladiatori... La Campania ospitò, non a caso, tanto i primi anfiteatri quanto le prime scuole di gladiatori conosciute.. Gli oltre trenta affreschi tombali del IV secolo a.C. della città campana di Paestum,. colonizzata dai romani non prima del 273 a.C., mostrano combattenti in coppia, con elmi, lance e scudi, alla presenza di un arbitro,. in un rito funebre propiziatorio di sangue che anticipa i primi giochi dei gladiatori romani. Rispetto a queste immagini, le prove a sostegno delle pitture tombali etrusche risultano provvisorie e tardive. Gli affreschi di Paestum possono infatti rappresentare la continuazione di una tradizione molto più antica, acquisita o ereditata da coloni greci dell'VIII secolo a.C..
Certezze