Il piroscafo Petrella (nome originale al varo Pasteur) era una nave mercantile tedesca che venne silurata e affondata al largo della baia di Souda (Creta, Grecia) dal sottomarino britannico HMS Sportsman l'8 febbraio 1944, causando la morte di 2670Dato desunto dai rapporti della Wehrmacht, altri testi indicano in circa 6.000 i deceduti dei 3173 prigionieri di guerra italiani presenti a bordo. Questa e altre tragedie analoghe che causarono la morte di migliaia di militari italiani prigionieri furono a lungo storiograficamente ignorate.

Contesto storico L’8 settembre 1943 veniva resa pubblica la firma dell'armistizio di Cassabile, atto della seconda guerra mondiale che sanciva la resa incondizionata del Regno d’Italia agli Alleati e la conseguente rottura del patto di alleanza tra Italia e Germania stipulato nell’ottobre del 1936: l’immediata conseguenza fu non solo l'invasione dei territori italiani da parte delle forze armate tedesche ma anche il disarmo e, nella maggior parte dei casi, il successivo internamento delle truppe italiane impegnate nelle campagne belliche, fino ad allora, al fianco dell’esercito tedesco. Nei cinque giorni che trascorsero tra la firma dell’Armistizio e la sua comunicazione ufficiale l’incertezza nella trasmissione degli ordini dello Stato Maggiore italiano agli ufficiali in campo sull’atteggiamento da assumere sul versante tattico-operativo - solo l’11 settembre venne impartito l’ordine di considerare nemiche le truppe tedesche - l’Esercito italiano sprofondò nel più totale caosSituazione dettagliatamente descritta dalla relazione del Comandante superiore, Contrammiraglio Luigi Mascherpa, mentre, già poche ore dopo la comunicazione ufficiale, l’Alto Comando tedesco (OKW, Oberkommando_der_Wehrmacht) diede l’avvio all’Operazione "Achse" pianificata già nella primavera del 1943 in previsione del crollo del regime fascista e della conseguente possibile defezione italiana dal conflitto.

Oltre ai contingenti dell’esercito italiano impiegati nella Penisola e in Francia, nell’area balcanica continentale e nelle isole dell’Egeo erano stanziati circa 430.000 soldati italiani, la maggior parte dei quali, fatti prigionieri, avrebbero dovuto essere internati inizialmente sul territorio per poi essere avviati verso campi di lavoro collocati in aree di occupazione tedesca: Secondo il piano Achse infatti, tutti i militari italiani che non avessero accettato di continuare a combattere al fianco della Wehrmacht avrebbero dovuto consegnare le armi, tutte le dotazioni tecnologiche e scorte di carburante in loro possesso e sarebbero stati considerati non prigionieri di guerra ma, su specifico ordine di Hitler, "Italienische Militärinternierte" (Internati Militari Italiani – IMI). Questa, solo apparentemente insignificante, differenza interpretativa da parte dell’Alto Comando tedesco si traduceva in realtà nella dispensa dal rispetto della Convenzione di Ginevra del 1929, relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, dato che la figura dell’internato non era contemplata tra quelle giuridicamente protette dal trattato che garantivano, tra l'altro, il diritto di assistenza da parte della Croce Rossa Internazionale: agli italiani vennero quindi applicate immediate misure detentive nel territorio estremamente dure a causa sia della frustrazione degli Alti Comandi dell’esercito tedesco, originata dal tradimento subito, sia dell'avversione nei confronti dell’Italia a seguito della sua uscita dalla Triplice Alleanza dopo la stipula del Patto di Londra il 26 aprile del 1915 e la successiva dichiarazione di guerra all’Austria il 24 maggio dello stesso anno. Veniva inoltre aggirato il divieto di costringere i prigionieri a un lavoro forzato che potesse favorire la capacità bellica della nazione imprigionante, con la conseguenza di poter disporre di loro come manodopera, non retribuita, da impiegare nell'industria di produzione degli armamenti.

Condizioni di prigionia, imbarco e trasporto degli internati Il piano per il trasporto di un numero di prigionieri così elevato si presentò da subito come un’operazione estremamente complicata, soprattutto per quanto riguardava l’evacuazione dalle isole maggiori (Creta, RodiNella sola Isola di Rodi erano stati disarmati oltre 37.000 soldati italiani) e dalle altre isole dell’Egeo: il dominio assoluto del mare da parte degli Alleati rendeva pericolose sia le operazioni di rifornimento di armamenti e vettovagliamento dalla terraferma, sia la navigazione verso i luoghi in continente destinati a centri di raccolta (Peloponneso, Atene e Pireo) degli internati provenienti dalle isole, e le deportazioni in tal senso operate per via aerea dalla Luftwaffe furono in grado di trasferire solo una minima parte dei prigionieri. Il trasporto dei prigionieri via mare restava quindi l'unica opzione percorribile. I tedeschi destinarono allo scopo una serie di piroscafi/motonavi mercantili, generalmente sequestrati dalla Kriegsmarine e dati in gestione alla Mittelmeer-Reederei GmbHLa Mediterranean-Reederei GmbH di Amburgo (MMR), fondata nel 1942 su iniziativa del commissario del Reich per la navigazione, aveva lo scopo di “acquisire e gestire tutto lo spazio marittimo che può essere utilizzato per scopi tedeschi nel Mediterraneo”. Sotto il suo controllo vennero trasferite tutte le navi francesi, danesi, norvegesi, greche, inglesi e, dopo l'8 settembre 1943, italiane catturate e requisite: in totale circa 750 mercantili costieri, motovelisti e pescherecci, 450 navi interne, e circa 600 motovelisti greci con equipaggi principalmente misti italo-tedeschi e alle navi venne assegnato lo status di membri della Wehrmacht, assoggettandole alla giurisdizione militare., navi totalmente inadeguate a garantire la sicurezza dei trasportati non essendo dotate né di spazi sufficienti né di sistemi di difesa efficaci in caso di attacco aereo o di azioni operate da unità di superficie o da sottomarini.

Le crescenti difficoltà di approvvigionamento delle truppe tedesche presenti nelle isole a causa dei blocchi navali alleati, che causavano continue perdite di navi cargo, si tradussero soprattutto in un rapido peggioramento delle condizioni di prigionia degli internati italiani e la prospettiva di un rapido esaurimento delle scorte necessarie al contingente tedesco rese prioritario il trasferimento dei prigionieri in continente: l'ordine impartito ai comandi militari della Wehrmacht nelle isole fu quindi di "sfruttare al massimo ogni spazio disponibile senza tenere in minimo conto la comodità e la sicurezza". Ciò nonostante le operazioni di trasferimento si trascinarono con lentezza fino alla fine del 1943: l'ammiraglio Werner LangeComandante delle Forze navali dell'area dell'Egeo dal febbraio 1943, riferendosi alla situazione di Rodi, sostenne l'impossibilità di sgomberare gli internati italiani dato il rischio concreto di affondamento sia dei mercantili che delle navi di scorta, proponendo di ridurre le razioni di viveri agli italiani o, in alternativa, di utiilizzare per il trasporto piroscafi neutrali o navi ospedale, soluzione quest'ultima bocciata dall'Alto Comando perché si sarebbe tradotta nella liberazione - nel caso di Rodi - di circa 40.000 prigionieri. Hitler stesso, di fronte all'eventualità di dover rinunciare a una consistente manodopera da trasferire in aree controllate dal Reich, ordinò di ignorare tassativamente ogni norma di tutela di sicurezza e di limitazione numerica degli imbarcati, "sfruttando lo spazio massimo senza curarsi delle eventuali perdite", una direttiva immediatamente recepita, così come immediate furono le conseguenze, evidenziate dall'affondamento del piroscafo "Donizetti" il 26 settembre del 1943 che causò la morte di 1.576 internati italiani, il 100% degli imbarcati; la reazione dell'ammiraglio Lange di fronte all'episodio fu di protesta nei confronti del generale Ulrich KleemannComandante dell'area dell'Egeo Orientale dal maggio 1943 per non aver imbarcato il numero massimo possibile di internati, ricevendo una ferma risposta da parte di Kleemann che rivendicò il suo dovere di rispettare le leggi del diritto internazionale. La posizione assunta da Kleermann non sortì alcun effetto perché la tendenza a ignorare le norme del diritto internazionale, al di là del diktat proveniente dalla Cancelleria del Reich, era dettata, in generale, anche dal profondo disprezzo e dal desiderio di vendetta nei confronti degli italiani. Ciò è evidenziato dalle testimonianze di sopravvissuti all'internamento. Di particolare interesse sotto questo aspetto sono gli atti del processo per crimini di guerra perpetrati dai tedeschi nell'isola di ScarpantoProcedimento giudiziario avviato presso il Tribunale Militare della Repubblica, Roma, solo nel 1994 nonostante la denuncia risalisse al dicembre del 1945: tale procedimento si concluse con l'archiviazione nel 1999., emersi grazie alla relazione del Colonnello Francesco Imbriani: al di là della testimonianza degli atti omicidiari oggetto della denuncia, la sua relazione costituisce un documento fondamentale per chiarire il modus operandi adottato dalla Wehrmacht durante le operazioni di imbarco degli internati, nello specifico, riguardo al "Petrella". Imbriani non imbarcato sul piroscafo ma presente al porto di Souda durante le operazioni di trasferimento dei prigionieri sulla nave, scrive:

Anche la testimonianza orale di un reduce sopravvissuto al naufragio del Petrella, Leontino Barlocco, raccolta da Fabio Capitanucci conferma le modalità di gestione degli imbarchi degli internati.

Affondamento del Petrella All'affondamento del "Donizetti", tra la fine del 1943 e i primi mesi del 1944 seguirono ulteriori tragedie del mare che videro coinvolti internati militari italiani:

il 28 settembre 1943 la nave "Ardena" urtò una mina nel Mar Jonio al largo di Cefalonia e affondò, causando la morte di 720 degli 840 militari italiani a bordo l'11 ottobre 1943 il "Mario Roselli", alla fonda davanti a Corfù e in attesa di salpare alla volta di Patrasso dopo aver imbarcato 5.500 internati, a causa di un bombardameto alleato naufragò a 800 metri dalla riva, una distanza che molti dei prigionieri, tuffatisi in mare, non riuscirono a coprire, annegando: il numero di perdite è incerto ma è stimato in circa 1.300 unità. il 13 ottobre 1943 la "Marguerita" urtò una mina nei pressi di Cefalonia: soccombettero 544 prigionieri, il 60% degli imbarcati Il 18 ottobre 1943 fu la volta della nave cargo "Sinfra" che, partita dal porto di Souda, venne attaccata a sole 7 miglia dalla costa da una squadriglia aerea alleata: nonostante l'affondamento avvenisse solo dopo quasi 5 ore a seguito dell'esplosione delle bombe stipate a bordo, dei 2.389 italiani se ne salvarono solo 539, il 23% contro il 97% degli effettivi tedeschi sopravvissuti all'attacco. L'ordine tassativo impartito dal Comando agli ufficiali dei dieci natanti di soccorso inviati infatti fu di "salvare anzitutto i soldati tedeschi": inoltre testimonianze di prigionieri scampati al disastro affermarono che le stive nelle quali erano ammassati, ormai in preda al panico, vennero sbarrate, bombardate con bombe a mano e i coloro che riuscirono comunque a raggiungere il ponte vennero accolti con sventagliate di mitra che li decimarono. Infine, secondo alcune testimonianze, circa la metà dei 500 prigionieri recuperati dall'acqua dai mezzi di soccorso, una volta sbarcati a La Canea, sarebbero stati fucilati. Nel mese di novembre 1943, nel corso del trasferimento di prigionieri da Scarpanto a Creta, furono affondate le navi '"Agios Antonius Kal 89" e "Costantinos SA 38" con perdite tra gli internati italiani stimate in circa 100 unità.