La derussificazione è un processo o una politica pubblica messa in atto in diversi stati dell'ex Impero russo e dell'ex Unione Sovietica o in parti di essi, volta al restaurare l'identità nazionale dei popoli indigeni: la loro lingua, cultura e memoria storica, perse nella russificazione. Il termine si riferisce anche alla marginalizzazione del linguaggio, della cultura e di altre caratteristiche delle comunità russofone tramite la promozione di altri linguaggi e culture, spesso autoctone.

Dopo il collasso dell'Impero russo I primi processi di derussificazione si sono manifestati negli stati indipendenti emersi dopo il crollo dell'Impero russo nel 1917, come: Polonia, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania.

Kars

Dopo la cessione alla Turchia dell'oblast' di Kars e di alcuni territori adiacenti, in ottemperanza al trattato di Mosca (1921), quasi tutti i cristiani, che costituivano il 47% della popolazione secondo il censimento del 1897, hanno lasciato questi territori. La quota degli slavi nella regione, che all'epoca era del 10,6% della popolazione (di cui il 7,7% dei russi etnici), è scesa a poche migliaia di cristiani provenienti dalla Russia, la maggior parte dei quali si è poi spostata in Unione Sovietica tra la metà degli anni venti e la metà degli anni sessanta. Le comunità di greci, armeni e georgiani sono state ugualmente interessate da una forte emigrazione.

Harbin

Harbin, nella Cina nordorientale, controllata fino da fine XIX secolo dall'Impero Russo, al culmine dell'immigrazione russa durante gli anni venti aveva una popolazione di quasi 300.000 persone di lingua russa, soprattutto rifugiati bianchi. I primi tentativi di derussificazione furono attuati dalla repubblica cinese durante gli stessi anni venti, poi dopo l'occupazione giapponese degli anni trenta dallo stato fantoccio del Manciukuò. Nel periodo tra il 1945 e il 1969, la derussificazione di Harbin terminò, con la maggior parte dei restanti residenti russi che ha scelto di emigrare negli Stati Uniti, in Australia o di tornare in URSS.

Nell'Unione Sovietica

La korenizacija è stata una politica del governo sovietico per l'integrazione delle nazionalità non russe nei governi delle loro specifiche repubbliche sovietiche. Negli anni venti, la politica promosse i rappresentanti della nazionalità titolare e delle loro minoranze nazionali nei livelli amministrativi inferiori del governo locale, della burocrazia e della nomenklatura delle rispettive repubbliche sovietiche. L'idea principale della korenizacija era di far crescere quadri comunisti per ogni nazionalità. La politica si è conclusa a metà degli anni trenta con le deportazioni di varie nazionalità.

Verso la metà degli anni trenta, con le epurazioni in alcune delle repubbliche con maggioranza non russa, la politica di korenizacija prese una nuova piega e alla fine degli anni trenta, mentre lo stesso termine cadeva in disuso nella burocrazia sovietica, la politica di promozione delle lingue locali cominciò ad essere bilanciata da una maggiore russificazione. Dal 1937, la stampa centrale ha iniziato a elogiare la lingua russa e la cultura russa. Furono organizzate campagne di massa per denunciare i "nemici del popolo", tra cui i "Nazionalisti borghesi" erano quelli che avevano soppresso la lingua russa.

Anche componenti del nazionalismo russo pre-rivoluzione sono state riabilitate, recuperando molti degli eroi della storia russa. Il popolo russo venne elevato a "fratello maggiore" della "famiglia socialista delle nazioni", nella costruzione di un peculiare patriottismo sovietico. Nel 1938, il russo divenne materia obbligatoria anche in tutte le scuole non russe dell'Unione Sovietica. In generale, la russificazione culturale e linguistica rifletteva la centralizzazione imposta da Stalin. L'alfabeto cirillico è stato imposto in un molte lingue sovietiche, comprese le lingue dell'Asia centrale in cui erano stati introdotti alfabeti latini per sostituire quelli arabi alla fine degli anni venti.

Durante l'era sovietica, un numero significativo di russi e ucraini etnici emigrarono in altre repubbliche sovietiche. Secondo l'ultimo censimento del 1989, la diaspora russa nelle repubbliche sovietiche aveva al tempo raggiunto i 25 milioni. Alcuni storici che guardano all'Unione Sovietica come un impero coloniale, hanno applicato l'idea di "prigione delle nazioni" all'URSS. Thomas Winderl ha scritto: "L'URSS è diventata in un certo senso più una prigione delle nazioni di quanto non lo fosse mai stato il vecchio impero”.

Crisi sino-sovietica

Dopo la crisi sino-sovietica, il Ministero cinese della Pubblica Sicurezza e l'Ufficio di Stato per le indagini e la mappatura nel 1963 ha pubblicato il documento "Avviso sulla richiesta di indagine e ricerca su questioni riguardanti i toponimi russi e proposte per la risoluzione", ha chiesto alla provincia di Heilongjiang di derussificare i toponimi all'interno della sua giurisdizione. Successivamente, il Dipartimento provinciale degli affari civili di Heilongjiang ha identificato 20 toponimi russi che erano usati in passato (principalmente strade a Harbin e isole sul fiume Amur) e 9 toponimi senza nomi cinesi; ha poi inviato una relazione scritta a Pechino il 27 dicembre 1963, contenente suggerimenti per rinominare i toponimi russi, nonché una nota su alcuni toponimi che necessitavano di ulteriori studi. Il 26 dicembre 1964, il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha approvato la proposta per la derussificazione dei toponimi.

Dopo il collasso dell'Unione Sovietica

La dissoluzione dell'Unione Sovietica tra 1990 e 1991 fu un processo condizionato fortemente da alcuni moti nazionalisti ed indipendentisti tra le Repubbliche sovietiche, in particolare tra i paesi baltici e, con motivazioni etnico-religiose, nel Caucaso. Il processo vide dunque la rapida nascita di stati postsovietici indipendenti, che attuarono una serie di misure di rafforzamento delle identità nazionali, spesso operando contro i segni del controllo russo e sovietico dei loro territori.

Ucraina Il processo di rimozione dell'influenza e dei simboli della cultura russa, dell'Impero russo e dell'Unione Sovietica dall'Ucraina, è iniziato fin dall'indipendenza del paese nel 1991, ma ha assunto rilevanza nazionale dall'inizio del conflitto russo-ucraino nel 2014, accresciuta dall'invasione russa del 2022.

Dall'indipendenza a Euromaidan (1991-2014)

Con l'indipendenza del paese la derussificazione ucraina ha visto uno sviluppo altalenante. Le prime azioni si sono concentrate sulla rimozione di simboli e monumenti sovietici, in particolare quelli dedicati a Lenin. Questo processo ha visto una forte partecipazione della società civile, con manifestazioni e atti di vandalismo contro i simboli comunisti. Le autorità locali hanno avuto un ruolo cruciale in questo processo, con differenze regionali significative. Nella Galizia, ad esempio, la rimozione dei monumenti a Lenin è stata completata entro un anno dall'indipendenza. Tuttavia, questa prima ondata di rimozioni è stata realizzata sistematicamente solo nell'ovest del paese e non si è accompagnata ad una completa decommunistizzazione del paese, lasciando una gestione dello spazio pubblico frammentata.

Gli sforzi per la derussificazione in questa fase si sono concentrati sulla lingua: la legge sulla lingua del 1989 ha reso l'ucraino la lingua di stato. La costituzione del 1996 ha confermato lo status dell'ucraino come unica lingua di stato, promuovendone lo sviluppo e il funzionamento. Un piano decennale, avviato nel 1991, mirava a garantire che ogni cittadino ucraino acquisisse una buona padronanza della lingua ucraina entro il 2000, puntando soprattutto sulla presenza della lingua ucraina nel sistema educativo. Tuttavia, la resistenza alla derussificazione linguistica è stata presente e diffusa, specialmente nelle regioni del sud e dell'est dell'Ucraina.

Una seconda ondata di rimozioni di monumenti sovietici si è verificata sotto la presidenza Juščenko, tra 2005 e 2010, con il governo centrale più orientato alla rimozione dell'identità sovietica. Nonostante ciò, la presenza di nomi di strade legate all'epoca sovietica (in particolare Lenin) è rimasta significativa fino al 2012. Questo periodo ha visto una crescente polarizzazione tra narrazioni nazionaliste e filo-russe.

Da Euromaidan all'invasione russa (2014-2022)

La Rivoluzione della Dignità (Euromaidan) del 2013-2014 ha segnato un punto di svolta. Le istanze di derussificazione sono state assunte sotto la presidenza di Porošenko, salito alla carica nel corso del 2014. Il conflitto nel Donbas e l'annessione russa della Crimea hanno intensificato il processo di derussificazione. Si è assistito a una rimozione più massiccia di monumenti e simboli sovietici in tutto il paese, con l'Ucraina orientale come principale teatro.

Nel 2015, il governo ha approvato una serie di leggi che hanno sistematizzato la rimozione dei simboli del regime totalitario comunista e nazista. Queste leggi hanno definito legalmente la derussificazione, che è stata vista come parte di un più ampio processo di decolonizzazione.

Il presidente Porošenko ha promosso tra 2018 e 2019 delle norme per l'uso esclusivo dell'ucraino nella sfera pubblica, mentre la Corte Costituzionale ucraina ha decretato incostituzionale il sussistere del russo tra le lingue regionali ufficiali di alcuni oblast orientali.

Dopo l'invasione russa del 2022

Il processo è stato accelerato in modo significativo dall'invasione russa del 2022, mirato a eliminare l'influenza della cultura e della politica russa dalla società ucraina in modo sistematico. Questo processo include la rimozione completa di simboli e toponimi russi, la restrizione della cultura russa, la rivitalizzazione della lingua ucraina e una rilettura più profonda della storia del paese.

La legge ucraina "Sulla condanna e il divieto della propaganda a favore della politica imperiale russa in Ucraina e sulla decolonizzazione della toponomastica", approvata nel marzo 2023 dal presidente Zelens'kyj, fornisce un quadro giuridico per la rimozione di toponimi legati all'Impero russo, all'Unione Sovietica e alla Federazione russa. La legge richiedeva che, entro il 27 gennaio 2024, tutti i toponimi con riferimenti imperialisti russi fossero rimossi. Si è vista quindi la demolizione di statue come quella di Caterina la Grande a Odessa e la ridenominazione di strade in città come Lviv, Dnipro, Kyiv e Charkiv.

Le politiche volte a privilegiare l'uso della lingua ucraina in tutti gli ambiti della vita pubblica, già presenti dal periodo post-sovietico, sono state intensificate. Sono state introdotte misure più restrittive sull'uso della lingua russa, specialmente in contesti ufficiali e pubblici. Questo ha portato a una maggiore enfasi sulla distinzione tra le due culture e lingue e a una rilettura della storia ucraina in chiave anti-coloniale.

La Federazione Russa ha condannato queste politiche di derussificazione, accusando l'Ucraina di discriminare i russofoni e di minacciare la lingua e la cultura russa nel paese: questo pretesto rappresenta uno dei casus belli della sua aggressione.

Paesi Baltici

Con la politica di glasnost del segretario del Pcus, Michail Gorbačëv, nei Paesi baltici vi furono già dal 1987 espressioni di indipendentismo, grandemente basate su una rilettura delle storie nazionali ed un capovolgimento dell'interpretazione sovietica della storia baltica. Le loro richieste, divenute rapidamente popolari, comprendevano la fine dell'immigrazione programmata russa e del sovrasfruttamento industriale del suolo, che richiedevano afflusso di lavoratori dalla Repubblica Sovietica Russa.

Estonia