La fabbrica del consenso. La politica e i mass media (Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media) è un saggio del 1988 scritto a quattro mani da Edward S. Herman e Noam Chomsky, in cui dapprima viene sviluppata la teoria del modello di propaganda per poi applicarla ad una serie di casi studio.
L'intento dei due autori è quello di mostrare come nell'odierna società neo-capitalistica statunitense i mass media siano "delle potenti ed efficaci istituzioni ideologiche che compiono una funzione di propaganda supportiva del sistema in cui si trovano, causata da una dipendenza dal mercato in cui sono situate, da presupposti interiorizzati, auto-censura e con una coercizione occulta".
L'analisi incrocia l'attività dei mass media con la politica degli Stati Uniti ottenendo un sistema dell'informazione che diventa vero e proprio strumento di governo il cui fine ultimo non è tanto il resoconto di fatti e avvenimenti quanto la costruzione del consenso. Prendendo come esempio la storia di alcuni stati dell'America centrale come Guatemala, Nicaragua e El Salvador, ma anche la guerra in Vietnam, l'atteggiamento dei media risulta ampiamente polarizzato tra vittime "degne" o "indegne", elezioni "legittimate" o "insignificanti" e scelte politiche considerate "democratiche" anche se sono emanate da governi sanguinari e repressivi.
Storia editoriale
Edito per la prima volta nel 1988 dalla Pantheon Books di New York col titolo Manufacturing Consent, in Italia è stato pubblicato per la prima volta da Marco Tropea editore nel 1998. L'edizione italiana aggiunge in appendice un saggio dal titolo Lo specchio in pezzi: il caso italiano, scritto da Alberto Leiss e Letizia Paolozzi, che analizza l'atteggiamento dei media italiani nei confronti dei grandi eventi politici e di cronaca.
Struttura Il modello di propaganda Non tutte le vittime sono uguali Elezioni del terzo mondo: strumento di legittimazione o evento privo di significato? Il caso di El Salvador, Guatemala e Nicaragua Il complotto KGB-Bulgaria per l'uccisione del papa: la disinformazione del mercato libero come notizia Le guerre di Indocina: il Vietnam Le guerre di Indocina: Laos e Cambogia Conclusioni Appendice Le elezioni in Guatemala nei rapporti degli osservatori ufficiali degli Stati Uniti Sintesi finale di Tagliabue sul complotto Bulgaro Braestrup e la sua "Big Story": alcune esclusive dalla Freedom House Lo Specchio in Pezzi: il caso italiano, di Alberto Leiss e Letizia Paolozzi
Contenuti 1 - Il modello di propaganda
Quando pensiamo alla funzione dei media non dobbiamo intenderli come un semplice sistema di trasmissione di informazioni più o meno interessanti, quanto piuttosto come un mezzo per diffondere a un pubblico valori e codici di comportamento legati a un determinato gruppo sociale. Nella società capitalista per ottenere quest'ultimo obiettivo occorre agire attraverso un modello di propaganda.
Il modello delineato, in questo caso funziona attraverso un sistema di filtri:
dimensione, proprietà e orientamento al profitto dei mass media ruolo primario delle pubblicità come fonte di finanziamento uso fiduciario delle informazioni fornite dal governo, dal mondo delle imprese e da "esperti" sovvenzionati e riconosciuti dalle fonti di finanziamento. campagne polemiche per disciplinare i media anticomunismo "come religione nazionale" e meccanismo di controllo
1.1 Dimensione, proprietà e orientamento al profitto dei mass media
Il primo filtro è determinato dal fatto che la possibilità di accedere a una certa diffusione sia limitato dalla notevole dimensione degli investimenti necessari. La necessità di ingenti capitali per mantenersi competitivi all'interno di un mercato in continua evoluzione come quello dei mass media, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha fatto sì che poche grandi aziende controllino la maggior parte delle testate giornalistiche, delle case editrici o delle trasmissioni televisive. Inizialmente legata sia a regimi fiscali vessatori e poi ai costi di industrializzazione sempre più alti, questa condizione ha di fatto tagliato fuori giornali politicamente schierati e realtà locali. Da una concentrazione di proprietà la conseguenza è stata che il controllo di queste società sia finito dapprima nelle mani dei detentori di grossi pacchetti azionari per poi essere assorbite all'interno di conglomerati con le quali ci si trova a dover condividere interessi con altre aziende.
La logica del profitto applicata ai media però, non è solo una questione amministrativa, riguarda anche i contenuti che vengono prodotti. Questo atteggiamento farà sì che ci si orienti verso argomenti che garantiscano un alto interesse del pubblico, quindi elevati margini di guadagno, o che favoriscano gli interessi degli azionisti/proprietari evitando invece tematiche che potrebbero essere divisive o allontanare l'audience.
Altro elemento decisivo è la dipendenza delle società che gestiscono i mass media dalle decisioni del governo centrale. Quest'ultimo riesce a esercitare indirettamente una forma di controllo sia elargendo licenze e concessioni, ma anche attraverso tutto ciò che riguarda la gestione della cosa pubblica, come il regime fiscale o le politiche del lavoro.
1.2 La pubblicità come licenza di stare sul mercato L'evoluzione dei media ha portato il peso delle inserzioni pubblicitarie a diventare la primaria fonte di sostentamento dei giornali prima ancora degli introiti derivanti dalle copie vendute. Le pubblicazioni che facevano appoggio unicamente sulla tiratura, con l'aumento dei costi di produzione, non furono più in grado di mantenersi nonostante potessero contare su un grande numero di lettori. In questo senso si assiste a uno stravolgimento epocale: se un tempo il primo cliente era il pubblico pagante ora lo sono gli inserzionisti pubblicitari che concedendo o revocando le licenze assumono indirettamente il controllo dei media.
Per massimizzare la possibilità di vendere spazi pubblicitari, televisioni e giornali, hanno sviluppato un atteggiamento molto accondiscendente nei confronti degli sponsor, al punto che sono essi stessi a decidere la programmazione, favorendo le sorti dei diversi canali di trasmissione in base alla quantità di audience raggiungibile.
1.3 La scelta delle fonti I media preferiscono affidarsi a fonti ufficiali, nel senso di governative o istituzionali, così come società o gruppi commerciali. Si parla in questo senso di affinità burocratica: "il bisogno di dati una burocrazia dell'informazione può essere soddisfatto solo da altre burocrazie". Affidarsi a questo tipo di fonti, da un lato riduce i costi investigativi mentre dall'altro si avvale delle garanzie offerte dalla presunta attendibilità dei governi prevenendosi così da eventuali accuse di imparzialità o dal pericolo di diffamazione.
A fronte di ciò, la comunicazione delle fonti ufficiali risulta accogliente, creando luoghi e contesti ad hoc in cui i giornalisti posso ottenere comunicati, organizzare interviste o servizi fotografici. Ma i centri di potere forniscono anche esperti o consulenti, spesso prelevati dal mondo accademico, che possono accreditare una determinata posizione con autorevolezza quasi inoppugnabile.
Viceversa utilizzare fonti "non ufficiali", dissidenti o che riferiscono opinioni e fatti discordanti rispetto al sentire comune, può rivelarsi una scelta controproducente. Verificarne la credibilità potrebbe risultare economicamente svantaggioso perché così facendo si andrebbe a ledere indirettamente l'autorevolezza delle fonti istituzionalizzate che, se risentite, potrebbero minacciare ritorsioni nei confronti dei media che se ne servono.
1.4 Attacchi polemici ai mass media e accreditamento delle posizioni di destra Le reazioni a un articolo oppure a un servizio televisivo particolarmente controverso potrebbero generare un'ondata di dissenso che si può manifestare in diversi modi, lettere alla redazione o processi più o meno mediatici, ma nei casi più accesi anche proteste e minacce. In inglese flak: attacco verbale, critica spregiudicata o censura.
Quando le proporzioni di questi avvenimenti diventano abbastanza vaste, andando a toccare individui o gruppi di potere importanti, i media si trovano a dover gestire momenti di forte imbarazzo che in certi casi potrebbero diventare anche discretamente dispendiosi. A fronte di queste scelte editoriali potrebbero dover risponderne davanti a tribunali veri e propri, ma soprattutto si rischia che gli inserzionisti pubblicitari ritirino le loro offerte.
1.5 Anti-comunismo come meccanismo di controllo
Con particolare riferimento alla cultura americana, lo spettro del comunismo è sempre stato uno strumento con cui si può attivare lo spirito di una popolazione contro un nemico invisibile e sfuggente. L'idea di base si appoggia contro chiunque faccia appello a scelte politiche che osteggiano coloro che detengono il potere economico, che minacciano anche solo velatamente la proprietà privata o che instaurino accordi con governi dichiaratamente comunisti.
Di contro, tutto ciò tende a polarizzare il dibattito politico, indebolire i movimenti di sinistra, la lotta sindacale e paradossalmente spinge i liberali verso atteggiamenti reazionari per non essere confusi con movimenti filo sovietici. Per quanto riguarda il mondo dell'informazione, accertato un clima apertamente anti-comunista, la necessità di argomentare fatti e avvenimenti con prove concrete viene completamente smantellata dando come unica giustificazione l'incombente minaccia di un complotto rivoluzionario.
1.6 Dicotomizzazione e campagne di propaganda
Gli avvenimenti gestiti dalle fonti primarie saranno indubbiamente avvantaggiati, tutte le altre fonti saranno viceversa penalizzate sia economicamente che in termini di credibilità: nel modello della propaganda, se una vicenda è ritenuta utile ed allineata con la politica di un governo, allora viene messa immediatamente in rilievo.
Temi e avvenimenti che non risultano compatibili con le posizioni istituzionalizzate sono destinati ad essere ignorati o rimossi, quelli coerenti con la linea di un governo invece saranno presentati dalle fonti ufficiali come verità assolute ed accettate acriticamente dai media. La dicotomia che viene a crearsi, da una lato vede la diffusione di ciò che è funzionale alla politica (sperando così di suscitare interesse o di indignazione nel pubblico), dall'altro si oscurano notizie che potrebbero ledere la credibilità di un governo o dei suoi sostenitori.
2 - Non tutte le vittime sono uguali
Facendo riferimento ai media statunitensi, viene dimostrato come il sistema di propaganda farà sì che alcune vittime siano più meritevoli di altre a fronte di una violenza pari o superiore. La disparità di trattamento ci mostrerà che chi viene perseguitato dai propri nemici sarà trattato alla stregua di un martire, quindi degno di un'alta considerazione, mentre le vittime causate dai propri alleati passeranno in secondo piano o non saranno affatto considerate.
2.1 Jerzy Popieluszuko e cento perseguitati religiosi dell'America Latina: un esempio di disparità di trattamento Come caso studio viene esaminata la copertura mediatica data all'omicidio di Jerzy Polieluszko avvenuto nell'ottobre del 1984, in confronto con numerosi religiosi uccisi in America Latina tra cui: 23 preti missionari in Guatemala tra il 1980 e 85, l'uccisione dell'Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero nel 1980 e, sempre in El Salvador, quattro suore americane uccise nel dicembre dello stesso anno.
2.1.1 Aspetti quantitativi dell'attenzione dei media